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Les Indes (2026)

Immagine del redattore: michemar
michemar
6 set
Tempo di lettura: 6 min

Les Indes

Svizzera Spagna 2026 dramma storico 1h21’

 

Regia: Nicolas Chapoulier, Pauline Julier

Sceneggiatura: Nicolas Chapoulier, Pauline Julier

Fotografia: Sylvain Verdet

Montaggio: Anita Roth

Musiche: Andrés García

Scenografia: Diego Urgoiti-Moinot

Costumi: Linda Harper

 

Théo Urtubey: Alejandro

Raphaël Thiéry: Jehan

Lazare Minoungou: Antoine

 

TRAMA: Nell’Europa del XVII secolo, in un’epoca di scoperte scientifiche e di colonizzazioni lontane, due soldati francesi e il giovane nobile spagnolo Alejandro hanno il compito di consegnare il ritratto dell’Infanta di Spagna al giovane re di Francia, Luigi XIV, per suggellare una fragile alleanza tra le due corone. Il viaggio verso Versailles è lungo e arduo, e il ritorno alla civiltà e al nascente mondo moderno rimane incerto.

 

VOTO 6

 

 

83.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica 2026 – Sezione Giornate degli Autori.

 

Il filone dei film storici è infinito ma quello dei piccoli, dimenticati, all’apparenza trascurabili episodi dell’infinita Storia dell’Umanità, quasi sempre non considerati influenti, sono rari e interessano pochi cineasti ed altrettanto spettatori. Ogni tanto, però, c’è qualche regista che rivolge l’attenzione ad una storia tramandata, magari neanche trovata sui libri ma frutto di letteratura di finzione che segnano un avvenimento talmente marginale (a volte invece non lo è, eccome) che nessuno ne ha mai parlato o riportato. È giusto il caso di questo film, scritto e diretto a quattro mani da Nicolas Chapoulier e Pauline Julier, l’uno artista visivo e regista teatrale e l’altra artista franco‑svizzera attiva tra cinema, installazioni e documentari, i quali assieme, lavorando all’unisono come si percepisce chiaramente, hanno firmato come esordio (lei dopo alcuni doc) un piccolo ma impegnativo (su ogni fronte) film su un altrettanto piccolo episodio della storia europea del XVII secolo.

 

Nel 1660, in un’Europa segnata da guerre, alleanze fragili e diplomazie in bilico, il giovane Alejandro riceve un incarico tanto prestigioso quanto enigmatico: scortare attraverso territori ostili un ritratto dell’Infanta che diventerà Maria Teresa d’Austria dipinto da Velázquez, dono politico destinato alla corte francese. Il viaggio, apparentemente semplice, si rivela un attraversamento di frontiere fisiche e morali: strade devastate, villaggi svuotati, soldati che non distinguono più tra nemici e alleati. Alejandro procede con un paio di uomini, tutti consapevoli che quel quadro non è solo un oggetto prezioso, ma un simbolo di potere, promessa e minaccia.

 

La missione si trasforma in un percorso di immersione nella brutalità del mondo post‑bellico: la natura diventa ostile, gli incontri sempre più ambigui, la fiducia un bene raro. Alejandro, costretto a confrontarsi con la violenza e la precarietà del suo ruolo, scopre che il viaggio non riguarda soltanto il ritratto, ma la sua stessa capacità di restare integro mentre tutto intorno si sgretola.

 

Detta così, pare una vicenda medievale e romanzesca ed invece è un’avventura che parte come un viaggio lungo e pericoloso e diventa la traversata della vita tra ambientazione naturale non facile, situazioni impervie, soldati sbandati e senza regole, banditi, stagione sfavorevole. Quella che doveva essere una missione di importanza storica vissuta sottotono assume così le vesti di un cammino pieno di tranelli mortali che non porterà nulla di buono per i tre incaricati.

 

 

Alejandro (Théo Urtubey), nipote del cardinale, è un giovane nobile e istruito conscio dell’importante incarico ricevuto: portare con sé e consegnare alla corte di Francia il ritratto della giovanissima Infanta di Spagna, addirittura dipinto da Velázquez, affinché si possa cominciare a trattare per un matrimonio tra questa adolescente ed il coetaneo ragazzino Luigi XIV, oltre alla importantissima pace dopo la Guerra dei Trent’anni. A parte la giovinezza prematura dei due probabili sposi e regnanti, che fa venire in mente quanto fossero piccoli i promessi in quel periodo storico in cui contavano molto le alleanze sancite dai matrimoni, meraviglia come si potesse incaricare così semplicemente un nobile giovanotto di compiere un viaggio pericoloso e lungo, per giunta scortato soltanto da due soldati francesi: l’esperto Jehan interpretato dal sempre ottimo Raphaël Thiéry e il fedele e muto Antoine interpretato da Lazare Minoungou: come potevano attraversare boschi, villaggi affamati, superare gli ostacoli posti da soldati senza regole, affrontando la dura stagione dell’inverno, con solo 3 cavalli ed il bauletto contenente il grande ritratto ed una ciocca di capelli dell’adolescente, a mo’ di promessa?



Il percorso di Alejandro attraverso territori devastati dalla guerra è un viaggio che mette alla prova la sua integrità più che la sua abilità diplomatica. La missione diventa un attraversamento di paesaggi che riflettono la fragilità del potere e la brutalità del mondo reale.

Come in Aguirre, furore di Dio, il viaggio è una discesa verso la perdita di certezze; ma mentre Herzog punta alla follia e alla vertigine, Julier e Chapoulier lavorano sulla sottrazione, sull’osservazione silenziosa, su un protagonista che non implode ma si consuma lentamente. Il film non mostra la guerra, ne mostra le conseguenze: strade vuote, villaggi bruciati, soldati che non distinguono più alleati e nemici. La violenza è aria che si respira. Ogni posto può essere una trappola definitiva. È la raffigurazione dell’idea di un mondo coloniale che marcisce lentamente, dove la guerra non è evento ma atmosfera. Le conseguenze sono palpabili: la gente muore di fame e le strade sono pericolose. “Tornerei da dove sei venuto,” raccomanda la guardia al confine tra i due paesi. “Dimentica i paesi,” è il consiglio di una delle guardie ad Alejandro. “Qui ci sono strade e le loro guardie.” Mentre miseria e morte si nascondono dietro ogni angolo, Julier e Chapoulier non si tirano indietro dal mostrare i paesaggi mozzafiato composti da terreni aridi e rocciosi, foreste verdi e rigogliose, sentieri di montagna tortuosi e acque misteriose, che i tre attraversano. È un paradiso intriso di conflitti. Un paradiso che Alejandro non nota, poiché la sua mente è altrove, concentrata sulle colonie, sulle terre inesplorate e sulla grande promessa di prosperità.

 

La bravura di Julier e Chapoulier è quella di saper costruire un film contemplativo e sensoriale, dove la narrazione procede per immersione più che per spiegazione. L’immagine è protagonista: paesaggi vasti, luce naturale, composizioni che evocano la pittura barocca. Il ritmo è lento, ipnotico, con improvvise incursioni di violenza che spezzano la quiete. In questa maniera il film oscilla tra western europeo, odissea storica ed esperienza visiva museale, mantenendo una coerenza estetica rigorosa. Anche museale, dicevo, perché tra una scena e l’altra, a volte i registi innestano meravigliosi quadri che illuminano anche il nostro percorso visivo di spettatori.  Ma ciò che colpisce di più, è la scelta artistica degli autori e quindi pochi dialoghi, ritmo lento, centralità del paesaggio, facendo diventare la visione un’esperienza più museale che narrativa, più percettiva che drammatica.

 

I tre attori sono molto bravi e veniamo a conoscenza lentamente dei loro personaggi non immediatamente ma man mano che la storia va avanti, facendoceli comprendere, alla fine, bene come non ci saremmo aspettati all’inizio. La nobiltà d’animo di Alejandro viene fuori chiaramente, l’esperienza di viaggatori dei compagni è importante e notevole ma può non bastare per cavarsela nei momenti peggiori in quelle terre poco ospitali che ricordano il Nuovo Mondo, una terra lontana e sconosciuta, come Le Indie, Les Indes.

 

 

Quello che resta alla fine della visione è la percezione della potenza visiva, della radicalità formale, dell’approccio non convenzionale al cinema storico, perché Nicolas Chapoulier e Pauline Julier non seguono i canoni classici e danno molta importanza allo sguardo che ne discende dallo schermo. Per questo la loro opera è un qualcosa che trasforma un episodio storico minore in un viaggio morale e politico. A loro non interessa la precisa ricostruzione storica ma badano alla evocazione, senza spiegazioni inutili, bensì osservando. Per tutto ciò la giudico un’opera che dialoga con la tradizione del cinema di viaggio più radicale, ma con una sensibilità contemporanea che unisce pittura, paesaggio e diplomazia. Non ho recepito il film molto bene di primo acchito perché sul momento mi ha lasciato perplesso, ma riflettendo e rivedendo nella mente alcune sequenze gli ho dato la sufficienza piena comprendendo il coraggio, per un’opera prima, di girare in questo modo e con questi intenti.

 

È notevole la contrapposizione delle disavventure dei tre personaggi, delle asperità naturali, delle imboscate in cui cadono, e la sfarzosa ricchezza e la comoda noiosa vita di corte a Versailles della sequenza finale, dove il piccolo Re si trastulla con furetto tenuto come un animale domestico, mentre la Regina Madre si preoccupa delle aiuole e delle zanzare contro cui, secondo lei, “bisogna entrare in guerra. È un fronte di battaglia ingaggiato contro la natura.” Perché “la natura sia al servizio dello Stato”. Addirittura! È l’Europa dei tempi.

 
 
 

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Il Cinema secondo me, michemar

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