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Petite maman (2021)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 6 apr
  • Tempo di lettura: 3 min

Petite maman

Francia 2021 dramma 1h13’

 

Regia: Céline Sciamma

Sceneggiatura: Céline Sciamma

Fotografia: Claire Mathon

Montaggio: Julien Lacheray

Musiche: Jean-Baptiste de Laubier

Scenografia: Lionel Brison

Costumi: Céline Sciamma

 

Joséphine Sanz: Nelly

Gabrielle Sanz: Marion

Nina Meurisse: madre

Stéphane Varupenne: padre

Margot Abascal: nonna

 

TRAMA: Nelly ha otto anni, la nonna è appena morta in una casa di riposo e lei si reca con i suoi genitori nella casa in cui sua madre Marion era cresciuta. Quando la madre parte lasciandola sola con il padre, la piccola incontra nel bosco una bambina che sta costruendo una capanna: il suo nome è Marion.

 

VOTO 7,5

 

 

Céline Sciamma, dopo la definitiva affermazione con Ritratto della giovane in fiamme, non sembra affatto paralizzata dalle aspettative. Anzi, racconta che quel film le ha dato una nuova sicurezza. Da lì è nata l’idea alla base di questa bella storia: due bambine che costruiscono una capanna nel bosco. Non cugine, non amiche… ma madre e figlia alla stessa età. Il film è un piccolo racconto fantastico, ma senza effetti o atmosfere da storia di fantasmi. È una favola sulla perdita, sul lutto e sul desiderio di capire chi amiamo.

 

 

Il film inizia quando la protagonista Nelly, di otto anni, sta salutando le anziane del centro in cui viveva la nonna, appena morta. La madre, Marion, è sconvolta e distante. Padre, madre e figlia vanno nella vecchia casa d’infanzia per svuotarla. La prima parte del film è fatta di piccoli gesti quotidiani: mangiare, dormire, svegliarsi, sparire e tornare. Nelly cerca di capire la madre, di avvicinarsi al suo dolore. Ma Marion, troppo triste, una notte se ne va. Il padre dice che finiranno il lavoro da soli.

 

 

Un giorno Nelly entra nel bosco dietro casa e trova una bambina che costruisce una capanna. Si chiama anche lei Marion. Le due si somigliano in modo impressionante, ma nessuna lo commenta. È come se fosse un segreto evidente, ma che non serve spiegare. Seguendo la nuova amica, Nelly scopre che la sua casa è… la stessa casa, ma com’era un tempo. E nella stanza accanto dorme la nonna, giovane. È l’unico momento in cui Nelly si spaventa davvero e scappa via.

 

 

La Sciamma non usa nessun trucco da film di viaggio nel tempo. Non ci sono spiegazioni, né conflitti. Le due bambine semplicemente si incontrano, cucinano crêpes, giocano, parlano. La loro amicizia è naturale, piena di silenzi, piccoli rumori, confidenze sussurrate. Il film trova la sua forza in questa delicatezza: il fruscio di un maglione, il rumore delle scarpe sul linoleum, la complicità di due bambine che si riconoscono.

 

 

La giovane Marion sta per essere operata per evitare la stessa malattia che ha colpito la madre. Dice a Nelly che non è responsabile della sua tristezza. È un momento che scioglie il nodo centrale del film: Nelly non vuole “curare” la madre, ma guardarla da vicino, da pari, per un attimo. Il loro incontro non è un viaggio nel passato, ma un luogo immaginario dove madre e figlia possono incontrarsi alla pari, capirsi e salutarsi davvero. Una bella immagine è quando Marion chiede a Nelly se viene dal futuro, lei risponde: “No. Vengo dal sentiero dietro di te.”  Una frase che racchiude tutto il film: il passato non è lontano, basta avere la disponibilità a incontrarlo.

 

 

È un film minuscolo solo in apparenza, in realtà contiene una profondità rara: parla del lutto, della memoria e del legame tra madri e figlie con una delicatezza che non ha bisogno di spiegazioni o effetti speciali. La regista costruisce un racconto che sembra sospeso nel tempo, fatto di gesti quotidiani, silenzi e piccoli dettagli che diventano emozione pura e lo fa con una regia essenziale ma precisissima: ogni inquadratura è pensata per lasciare spazio alle bambine, ai loro movimenti, ai loro respiri. Sciamma non forza mai il simbolismo, non sottolinea, non spiega. Si limita a creare un luogo in cui l’incontro impossibile tra madre e figlia possa accadere con naturalezza.

 

 

Le due giovani interpreti, Joséphine e Gabrielle Sanz, sono straordinarie proprio perché non sembrano mai recitare, una dote che hanno solo i bambini. Hanno una presenza limpida, spontanea, capace di rendere credibile l’impossibile. La loro relazione sullo schermo è fatta di sguardi, piccole esitazioni, complicità immediata: è lì che il film trova la sua verità più profonda.

 

 

Nel complesso, è un’opera breve ma potentissima, che lascia una traccia emotiva lunga. Un film, abbellito dai colori autunnali del bosco, che non vuole commuovere, ma comprendere. E che riesce, con una semplicità quasi magica, a farci sentire vicini ai nostri ricordi e alle persone che abbiamo amato.

 


 
 
 

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