Racconto di due stagioni (2023)
- michemar

- 3 ore fa
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Racconto di due stagioni
Kuru Otlar Üstüne
Turchia Francia Germania Svezia Qatar 2023 dramma 3h17’
Regia: Nuri Bilge Ceylan
Sceneggiatura: Akın Aksu, Ebru Ceylan, Nuri Bilge Ceylan
Fotografia: Cevahir Şahin, Kürşat Üresin
Montaggio: Oğuz Atabaş, Nuri Bilge Ceylan
Musiche: Philip Timofeyev
Scenografia: Meral Aktan
Costumi: Gülşah Yüksel
Deniz Celiloğlu: Samet
Merve Dizdar: Nuray
Musab Ekici: Kenan
Ece Bağcı: Sevim
Erdem Şenocak: Tolga
Yüksel Aksu: Vahit
Münir Can Cindoruk: Feyyaz
Onur Berk Arslanoğlu: preside Bekir
Yıldırım Gücük: vicepreside
Cengiz Bozkurt: Nail
S. Emrah Özdemir: sergente
Elif Ürse: assistente del preside
Elit Andaç Çam: Firdevs
Nalan Kuruçim: Kevser
Ferhat Akgün: orientatore
Eylem Canpolat: Halime
TRAMA: Samet, un giovane insegnante d’arte di Istanbul, svolge il servizio civile in un remoto villaggio dell’Anatolia. Dopo aver insegnato per quattro anni in una scuola locale, lui e il suo collega Kenan affrontano accuse di molestie sessuali da parte di due studentesse. Samet trova difficile comprendere queste accuse e perde ogni speranza di sfuggire alla squallida vita di provincia, finché non incontra un’altra insegnante, Nuray.
VOTO 7,5

Il primo aspetto che salta agli occhi è che il grande Nuri Bilge Ceylan non vuole raccontare una storia da seguire, ma una storia da ascoltare, perché è un film che parla, che ragiona, che si apre lentamente come una conversazione lunga e piena di sfumature. E lo spettatore si ritrova dentro questo flusso di parole, di silenzi, di paesaggi che sembrano sospesi nel tempo, trascinato dal protagonista Samet, un insegnante d’arte che vive gli ultimi mesi del suo incarico obbligatorio in un villaggio dell’Anatolia orientale. È un uomo inquieto, che sogna una vita altrove, più urbana, più “sua”. Ma intanto resta lì, in mezzo alla neve, ai bambini che lo adorano quando non si arrabbia, ai colleghi che lo stimano, dominato da un malessere che non riesce a metabolizzare e quindi a dargli un nome.
Samet (Deniz Celiloğlu) è un giovane insegnante d’arte che sogna di essere assegnato a Istanbul dopo quattro anni di servizio obbligatorio in un villaggio remoto dell’Anatolia orientale e condivide l’abitazione con un collega, l’insegnante di studi sociali Kenan (Musab Ekici). Tra gli studenti c’è la bruna adolescente Sevim (Ece Bağcı), 14 anni, a cui è molto legato. Quando una lettera d’amore decorata con cuori indirizzatagli viene trovata nel quaderno della ragazzina da un altro membro dello staff, i due si ritrovano al centro di un piccolo scandalo. Quando la giovane reagisce stizzita rendendosi conto che il professore ha mentito sulla distruzione della lettera, crollano i sogni di Samet e sia lui che Kenan diventano bersaglio di un’accusa di abuso sessuale. Non resta che affrontare la sfida di seguire le regole del villaggio mentre cerca di ripulire il suo nome senza incolpare altri. La scomoda situazione cambia quando incontra Nuray (Merve Dizdar), un’altra insegnante che può aiutarlo a superare i suoi problemi.
Quindi sono due le donne che attraversano il disagio esistenziale di Samet. La prima è appunto la giovanissima Sevim, l’alunna che lo idealizza e alla quale lui regala uno specchietto: un gesto piccolo, ma abbastanza ambiguo da far scattare un’accusa di comportamento inappropriato. L’altra, molto determinante per lo snodo finale, è l’attraente Nuray, donna di gran carattere che cammina con una protesi, avendo perso una gamba in un attentato: è una donna forte, politicamente impegnata, concreta. Lui la guarda con un misto di attrazione e fastidio, come se lei rappresentasse tutto ciò che lui non riesce a essere. Da qui il film si apre in una serie di conversazioni tese, lunghe, quasi estenuanti. Dialoghi che mostrano quanto fragile sia la posizione dell’insegnante e quanto sottile sia il confine tra affetto e controllo, tra guida educativa e abuso di potere. E mentre si ascolta la lunghissima discussione tra Samet e Nuray – centrale nell’importanza del film - ci si accorge che Ceylan non vuole darci risposte: vuole farmi sentire il peso morale di ogni parola.
Perché poi, all’improvviso, quando la trama cambia direzione, l’accusa passa sullo sfondo, e il centro diventa, infatti, la notte in cui Samet e Nuray parlano senza sosta. È un confronto che sembra un duello: lei crede nell’azione, lui nella lamentela; lei guarda il mondo, lui guarda se stesso. Eppure tra loro nasce qualcosa, pur se fragile, un legame che non è mai romantico in senso classico, ma profondamente umano.
Ceylan gioca anche con la forma: rompe il realismo, fa entrare fotografie, quadri, persino un momento in cui più di un personaggio esce letteralmente dal film. Questo cinema altissimo d’autore (che potrebbe essere anche estenuante in quanto richiede pazienza e attenzione) ci ricorda che il cinema non è solo rappresentazione, ma anche riflessione, distanza, consapevolezza. Tanto da porre la domanda finale, che giunge dritta al pubblico: Tu, cosa stai facendo per il mondo? Tutto il film è lì: nel chiederci di guardare la nostra posizione, le nostre scelte, il nostro modo di stare al mondo. Ci sono film che non cercano di piacere subito. Ti chiedono tempo, ascolto, pazienza. L’opera di Nuri Bilge Ceylan è uno di questi. Lui non prende per mano come usano tanti autori, ma ci porta lì, in mezzo alla neve dell’Anatolia, a guardare un uomo che non sa più chi è, né cosa vuole diventare, che l’ambiente e la filosofia esistenziale anatolica condiziona e imprigiona. E più si segue, più ci si accorge che quella confusione, quel malessere, quel bisogno di scappare può colpire chiunque di noi: guai a pensare che la colpa sia dell’habitat, è nostra.
Ceylan racconta tutto questo senza mai alzare la voce. I suoi dialoghi sono lunghi, densi, recitati sommessamente, a volte scomodi. Ma è proprio lì che il film trova la sua forza: nelle parole che scavano, nei silenzi che pesano, negli sguardi che dicono più delle frasi. E poi c’è Nuray, l’insegnante che vive la vita con una lucidità che Samet non ha mai avuto. Il loro confronto è il cuore del film: due modi opposti di stare al mondo, due ferite che si riconoscono senza guarirsi. Quello che colpisce è come il regista sappia trasformare un piccolo villaggio in un luogo universale. Non importa dove vivi: tutti abbiamo attraversato stagioni in cui ci siamo sentiti fuori posto, sospesi, incapaci di capire cosa aspettarci dal futuro. Samet è irritante, contraddittorio, a volte persino ingiusto, insopportabilmente egoista (perché non ha avvisato il collega dell’invito a cena, pur essendo questi il vero scopo della serata?). Ma è umano. E in questa umanità imperfetta il film trova la sua verità.
La regia è rigorosa, la fotografia è splendida, ma mai compiaciuta. La neve, le stanze disordinate e piene di cianfrusaglie, i corridoi della scuola: tutto sembra parlare del gelo interiore del protagonista: un cuore in inverno anatolico. E quando il film si apre, quando lascia entrare la politica, il desiderio, la frustrazione, senti che Ceylan non sta raccontando solo una storia individuale, ma un’intera generazione che fatica a trovare un posto. È la sua generazione che trova scomoda il suo Paese. È, quindi, un film che non consola. Non offre risposte facili. Ma ti resta addosso. Ti costringe a guardare le tue zone d’ombra, le tue esitazioni, le tue scuse. E quando arrivano i titoli di coda, ti accorgi che quel villaggio lontano non è poi così lontano da tutti noi.
Attenzione: è un grosso tomo da leggere con pazienza che ci parla della vita spicciola di una scuola seminata nella estesa e innevata campagna dell’Anatolia (luogo di ogni film del regista) ed è apparentemente un insieme di piccoli episodi. Ed invece è una lenta salita verso l’apice del film, che è appunto la lunga notte del lungo dialogo tra Samet e Nuray: lì c’è il cuore di film. Se ci assale la noia per la lunghezza della scena l’errore è nostro. Lì invece È il film, la morale, l’esistenza stessa di persone che non riescono a trovare quiete. In un film certamente inquieto.
Tra i 16 premi e le 12 candidature, spiccano il Prix d’interprétation féminine a Merve Dizdar al Festival di Cannes 2023 e la Migliore Produzione Internazionale ai Lumiére 2024.
Onore a Nuri Bilge Ceylan.





































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