Il regno d'inverno - Winter Sleep (2014)
- michemar

- 19 apr 2019
- Tempo di lettura: 6 min
Aggiornamento: 23 apr 2019

Il regno d'inverno - Winter Sleep
(Kis uykusu) Turchia/Francia/Germania 2014, drammatico, 3h16’
Regia: Nuri Bilge Ceylan
Soggetto: Anton Cechov ('Mia moglie')
Sceneggiatura: Nuri Bilge Ceylan, Ebru Ceylan
Fotografia: Gökhan Tiryaki
Montaggio: Nuri Bilge Ceylan, Bora Göksingöl
Musiche: Daniel Gries
Scenografia: Gamze Kus
Haluk Bilginer: Aydin
Melisa Sözen: Nihal
Demet Akbag: Necla
Ayberk Pekcan: Hidayet
Tamer Levent: Suavi
Serhat Mustafa Kiliç: Hamdi
Nejat Isler: Ismail
Nadir Saribacak: Levent
TRAMA: Aydin, un ex attore emotivamente spento, gestisce un piccolo albergo nel centro dell'Anatolia con la moglie Nihal, con cui ha un rapporto burrascoso, e la sorella Necla, reduce da un sofferto divorzio. Durante l'inverno, mentre la neve ricopre il paesaggio circostante, l'hotel si trasforma in un rifugio sicuro ma anche in un covo che inevitabilmente alimenta le loro animosità.
Voto 8

Aydin è ormai un uomo maturo e ha una bella moglie ben più giovane. Dopo essere stato attore teatrale, attività che ricorda con orgoglio e nostalgia, oggi si occupa del suo pregiato resort in Cappadocia, nel cuore della penisola dell’Anatolia, una residenza alquanto di lusso e per clienti facoltosi. Inoltre possiede varie case date in affitto per lo più alle famiglie del villaggio situato a pochi chilometri, famiglie poco abbienti che si accontentano di poco, pagando con difficoltà la cifra pattuita per la locazione. È quindi una vita agiata, la sua, e il suo hobby preferito è scrivere articoli per un giornale locale - letto da pochi in verità – e completare una ricerca sul teatro turco tramite internet e scavando tra i suoi ricordi. L’inverno è lungo e nevoso e la permanenza nelle stanze del grande albergo semivuoto porta inevitabilmente a stare tanto tempo chiusi a parlare con la moglie Nihal, con cui le cose ultimamente non vanno tanto bene: con l’età la distanza caratteriale tra i due si evidenzia maggiormente e le discussioni non mancano, a maggior ragione da quando lei, forse per altruismo o forse per noia, si sta interessando ad una raccolta di fondi da destinare alle scuole fatiscenti della zona. Possono servire a ripararle, a comprare più materiale didattico, insomma Nihal in questa maniera si sente più utile e vicina alle sue amicizie, ai notabili della zona, e si impegna a fondo per questo nobile scopo. Il marito Aydin odia tutto ciò, forse anche per gelosia. A questo si aggiunge la presenza ingombrante della sorella Necla, arrivata lì dopo il recente divorzio e questa, con i suoi problemi esistenziali, alimenta l’instabilità e il nervosismo che impregna l’atmosfera della casa.

Questa non è la trama, è solo la premessa, è solo il terreno fertile su cui il film cresce. Un film lungo, pluviale, logorroico. Un kammerspiel spinoso, verboso, ove i personaggi cercano di sfogare i vecchi rancori e le ripicche sopite ma tanto tanto fascinoso, se solo ci si prova a prestare la giusta attenzione ed avere pazienza. Ciò che rivelò la presidente della Giuria di Cannes 2014, Jane Campion, è la perfetta sintesi di quello che può capitare all’ignoro spettatore: “Temevamo un poco questa pellicola a causa della sua durata: tre ore e 16 minuti sono tante! E lo abbiamo iniziato a vedere con qualche riluttanza programmando persino qualche pausa per andare in bagno. Ci siamo però accorti quasi subito che aveva un tale ritmo, una fascinazione tutta sua che lo rendeva avvincente come pochi altri. Ce lo siamo guardato insomma tutto d’un fiato, ammaliati dalla sua visione e concordi nel giudicarlo un sofisticato capolavoro degno della massima attenzione capace di tenerci inchiodati alla poltrona fino alla fine senza alcun cedimento alla fatica per le forti emozioni che ci procurava. Non restava quindi altro da fare che trasformare il nostro gradimento nella Palma d’oro che gli abbiamo assegnato con convinto entusiasmo e senza molte discussioni”.
Il cinema e l’Asia Minore. La Turchia e l’Anatolia. La sintesi tra il cinema turco e quella regione ha un nome: Nuri Bilge Ceylan. L’Anatolia è una penisola, tanto amata e descritta con tutto il tempo necessario per poterlo fare con calma da parte del cineasta, qui regista, sceneggiatore e montatore e altre volte anche direttore della fotografia, produttore oltre che fotografo. Il suo rapporto con quella terra è forte e ne rivela particolarità e caratteristiche narrando storie lentissime per poter meglio disegnare e acclarare i vari personaggi che inquadra, prima con la macchina da presa poi con un attento studio psicologico dei caratteri. Con cadenza più o meno triennale sforna opere che parlano delle persone, della povertà e dei vari problemi che affliggono la regione e le zone circostanti e lo fa sempre prendendo un lento ritmo, come quello che regna incontrastato tra quegli abitanti e la loro vita calma e cadenzata. Lo abbiamo visto in ‘C'era una volta in Anatolia’: una pigra storia di indagine su un omicidio che sfocia praticamente in un nulla evanescente, mentre noi ignari impariamo tanto della vita di quei personaggi. Fascino e lentezza, facilmente scambiabile per pigrizia. Uno scultore ha bisogno di molto tempo per modellare la pietra che tratta per giungere alla statua che vuole realizzare, così fa Nuri Bilge Ceylan con la macchina da presa e i suoi attori. Poi, fatalmente a Cannes quasi tutte le sue opere vengono acclamate e premiate. Grand Prix Speciale della Giuria nel 2003 per Uzak, premio per la miglior regia nel 2008 per Le tre scimmie, nuovamente Grand Prix Speciale della Giuria nel 2011 per C'era una volta in Anatolia ed infine Palma d'oro per questo meraviglioso film. Premio che ha sfiorato anche nel 2018 per quella che è attualmente la sua ultima pellicola, lo stimatissimo L'albero dei frutti selvatici.

E proprio a proposito dei concorsi e dei film lenti e verbosi, così caratteristici di questo regista, ricordo che in occasione di questa Palma d’Oro si è tanto discusso negli alti livelli della critica ufficiale sugli elogi del cinema erroneamente ritenuto “noioso”. Ma appunto, noioso per chi? E poi e soprattutto, cosa significa? Per mia esperienza personale il termine mi è scappato di bocca solo e soltanto quando in alcune occasioni mi sono distratto e ho perso il filo di un racconto, quando per esempio non ero con l’animo predisposto; mentre invece mi viene in mente che ho affrontato con piglio giusto la visione di Peterloo di Mike Leigh (recensione) e infatti ne sono rimasto incantato, mi poteva succedere altre volte e sono stato attento (non sempre, purtroppo): in effetti però mi stava succedendo con questo bellissimo film che dopo qualche sequenza mi ha letteralmente rapito, come il precedente C'era una volta in Anatolia, dove invece una seconda visione mi ha conquistato del tutto. Noioso è diventato quindi per me ciò che non voglio recepire, fermo restando che i film insopportabili esistono, eccome.
Anatolia e Nuri Bilge Ceylan, dicevo. Oggi di certo è il miglior regista turco: nessuno come lui – e non solo turco - pratica un cinema in cui l’estraneità tra gli individui e la filosofia esistenziale di ognuno di loro viene spiegata con estenuanti dialoghi, confronti verbali, litigi, confessioni e ripicche come avviene in questo film, in alcuni momenti perfino con tanta veemenza. Cosa insomma affligge veramente il protagonista Aydin lo possiamo capire solo ascoltando i battibecchi con la bellissima moglie: lui è solo un indolente patriarca che vuole distribuire la sua bonomia a quelle due donne con cui vive oppure è un uomo arido che rimprovera a tutto il mondo di averlo dimenticato come attore e perché le sue ambizioni sono rimaste insoddisfatte? Il film inquadra una piccola storia privata ma noi dobbiamo allargare lo sguardo e la mente pensando che, in fondo, quello che succede qui è ciò che succede tutti i giorni e a ognuno di noi: assistendo in silenzio alle sequenze domestiche ci sembra che i personaggi non riescano mai a venire a capo dei loro problemi, che si ritrovino sempre “punto e a capo”. Non è che la vita sia proprio così?
Un attore carismatico dal volto nobile come Haluk Bilginer è il perfetto alter ego di questo personaggio: quasi sempre presente sulla scena in questo lunghissimo film, quasi sempre più avvicinato dall’obiettivo rispetto agli altri personaggi, quasi sempre a dare ordini. Sullo sfondo un paesaggio da favola, un panorama invernale che annuncia tempi lunghi, neve e fango, con la presenza di piramidi di terra di origine vulcanica, chiamate “camini delle fate”, che sembrano muti testimoni delle banali vicende umane.

Mettetevi comodi, la strada è lunga e l’inizio è impervio: l’importante è entrare in sintonia con l’ambiente (senza difficoltà), ascoltare i personaggi (già è più impegnativo), farsi coinvolgere dalla minima trama e dalla intensa atmosfera familiare (difficoltoso). Tre ore e un quarto non sono uno scherzo ma si viene ampiamente ripagati, perché dolcezza e cinismo si sposano alla perfezione, perché la natura irrompe maestosa e indifferente e lo scorrere del tempo viene restituito con ipnotica intensità. Al resto ci pensa un grandissimo regista che sa confezionare solo minime lunghe opere d’arte. Questa, per esempio, viene direttamente dal racconto Mia moglie di Anton Cechov.
"Il nostro destino è di ingannarci comunque. Costruiamo grandi castelli… ogni mattina, e passiamo il giorno a vederli dissolvere. Non sono l’attore carismatico e di successo che hai sempre sognato: il mio regno è piccolo, ma è mio!"






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