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Rental Family - Nelle vite degli altri (2025)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Rental Family - Nelle vite degli altri

Rental Family

Giappone USA 2025 commedia drammatica 1h49’

 

Regia: Hikari

Sceneggiatura: Hikari, Stephen Blahut

Fotografia: Takurô Ishizaka

Montaggio: Alan Baumgarten, Thomas A. Krueger

Musiche: Jónsi, Alex Somers

Scenografia: Norihiro Isoda, Masako Takayama

Costumi: Meg Mochizuki

 

Brendan Fraser: Phillip Vandarploeug

Takehiro Hira: Shinji

Mari Yamamoto: Aiko Nakajima

Shannon Mahina Gorman: Mia Kawasaki

Akira Emoto: Kikuo Hasegawa

Shino Shinozaki: Hitomi Kawasaki

Kimura Bun: Kota Nokano

Helen Sadler: Sonia

Sei Matobu: Masami Hasegawa

 

TRAMA: Phillip Vanderploeg è un attore statunitense che vive a Tokyo, dove fatica a trovare ingaggi e vaga senza meta. Tutto cambia quando ottiene un incarico insolito: lavorare per un’agenzia giapponese di famiglie in affitto, interpretando temporaneamente il parente fittizio di persone sconosciute. Immergendosi nelle vite dei suoi clienti, inizia a creare legami autentici che sfumano i confini tra performance e realtà.

 

VOTO 7,5

 

 

“Puoi vivere in Giappone per cento anni, e ritrovarti con più domande che risposte”, dice Shinji allo spaesato Phillip. Il primo è un giovane imprenditore di Tokyo che gestisce un’agenzia per “affittare” attori che si mettono a disposizione per fingere di essere parenti o amici o qualcun altro ancora presso una famiglia o un individuo: loro chiamano per una data prestazione e Shinji manda uno dei suoi dipendenti a svolgere il compito assegnato. Il secondo è un americano che vive nella capitale giapponese da sette anni dopo aver partecipato ad un famoso spot televisivo per una marca di dentifricio. Lì è rimasto, illuso di aver trovato un’altra America ed invece bighellona continuamente alla ricerca di comparsate o attività a lui congeniali. Ma purtroppo nulla, il deserto, ed intanto son passati la bellezza di sette anni, in cui ha imparato bene la lingua ma resta sempre un gaijin, uno straniero, in pratica, termine che ha una sfumatura precisa: indica chi non è giapponese, percepito come outsider, qualcuno “di fuori”. E per questo anche quell’occasionale datore di lavoro lo definisce così.

 

 

Sostituire qualcuno che è sempre assente, fare parte di una schiera di comparse per un evento, far finta di essere altri. È uno strano mestiere, in effetti, ma chi non sa fare che l’attore (senza fortuna né fama né soldi) non si adatta a fare altro. Capita a tantissimi. Inoltre, lui che è un “omone americano”, come viene anche chiamato, si aggira sorridente e disponibile tra le strade affollate di Tokyo, nell’attesa e nella speranza che qualcuno lo chiami. Chissà.

 

 

Phillip Vandarploeug (Brendan Fraser), dunque, è un attore statunitense da tempo stabilitosi a Tokyo, dove fatica a trovare la propria vocazione barcamenandosi tra piccoli incarichi e pubblicità per le quali preferirebbe non essere ricordato. Fino a che la necessità lo spinge ad accettare un ruolo particolare, per altro moralmente complicato: interpretare la parte di questo o quel familiare per degli sconosciuti, clienti di un’agenzia di “parenti a noleggio”. Inizialmente sconcertato, Phillip viene convinto dal titolare, che fa di lui lo straniero (gaijin) di riferimento dell’azienda, fino a che, addentrandosi nel piccolo mondo di ciascun cliente, sente in sé crescere sentimenti fin troppo genuini, confondendo la finzione con la realtà. Come quando si trova a recitare la parte del padre assente della piccola Mia, che la madre Hitomi vuole iscrivere in una prestigiosa scuola privata, dove però è richiesto un incontro preliminare con entrambi i tenitori, o il giornalista incaricato di intervistare l’ex attore Kikuo Hasegawa, affetto da demenza e costantemente sorvegliato dalla figlia Masami.

 

 

Dalla trama abbreviata si può intuire il tono ed il tema del film di Hikari, una regista giapponese molto riconosciuta a livello internazionale, soprattutto dopo 37 Seconds (2019) (oltre ad alcuni episodi delle serie Tokyo Vice e Lo scontro) e pienamente affermatasi con questo bello, coinvolgente, divertente e riflessivo film che conquista facilmente il cuore del pubblico. Che sia un lavoro strano, quello di Phillip, lo si capisce immediatamente nel giro di qualche minuto. La prima mansione che gli viene affidata – dopo che non voleva farsi abbindolare dal titolare dell’agenzia ritenendosi non adatto a quel lavoro – è di compartecipare ad una cerimonia di esequie per un morto, che morto non è ma che voleva organizzare un funerale a se stesso con tantissime comparse. Arriva buon ultimo in ritardo e rimane stranito dalla cerimonia per lui incomprensibile. Vuole mollare ma viene mandato da Shingji a far finta di sposare una ragazza giapponese, che è solo un pretesto e fumo negli occhi per i suoi genitori perché questa è una lesbica che desidera inscenare un matrimonio tradizionale per rassicurare i genitori prima di trasferirsi in Canada con la vera moglie. In poche parole, il lavoro consiste in queste competenze.

 

 

I fatti si complicano davvero nei due casi successivi: interpretare il padre da tempo assente di Mia, una giovane hāfu (cioè figlia di locali e stranieri), per aiutare la madre Hitomi a iscriverla in una prestigiosa scuola privata; poi impersonare un giornalista incaricato di intervistare l’ex celeberrimo attore Kikuo Hasegawa, affetto da demenza e costantemente sorvegliato dalla figlia Masami. In entrambi i casi succede che Phillip non resta neutro, perché lo sconvolge l’affetto sincero che gli dedica la piccola Mia (ampiamente ricambiata) e l’umana voglia di aiutare il vecchio attore a realizzare un vecchio suo sogno, rischiando di essere accusato di un reato penale. Tutto ciò gli cambia non solo la vita ma anche il modo di guardarla e di accettarla, modificando la filosofia della sua esistenza. Sono due esperienze commoventi che incidono non solo sul protagonista ma anche nello spettatore che si lascia coinvolgere, cosa difficile da evitare perché la regia e la sceneggiatura, in una scenografia spettacolare (i colori notturni di Tokyo, la case e i templi religiosi) sono di quelle che ti conducono a partecipare emotivamente.

 

 

Il film è bello e conquista per la delicatezza e la dolcezza tutta nipponica, ma la carta vincente, in questo lavoro, dove la trama è un gioco facile a cui appassionarsi, è l’attore. Che Brendan Fraser, dopo il successo in gioventù con la saga de La mummia e una serie lunghissima di film, era sparito dai radar hollywoodiani e ci aveva pensato Darren Aronofsky a portarlo alla gloria degli Oscar con il fenomenale The Whale ed in seguito anche Scorsese con Killers of the Flower Moon. Rieccolo in perfetta forma (abbondante) interpretativa con una prestazione che gli è congeniale. Non recita come un qualsiasi attore bravo e importante, non sarebbe bastato: lui recita soprattutto con gli occhi e la larga bocca. Con queste due connotazioni racconta e interpreta ogni cosa alla perfezione, meglio e con i dialoghi giusti, simpatici, a tratti commoventi. È un piacere sentirlo recitare in inglese e giapponese (le due lingue si intrecciano continuamente per tutta la durata, tutti parlano entrambi gli idiomi) ma prima di tutto è facile intuire i suoi pensieri e le sue riflessioni solo guardandolo in viso. Potrebbe fare a meno di parlare. Il mio mezzo voto in più è tutto suo.

 

 

Poi, furbamente da parte della brava regista, ci si mette la fantastica bimba Shannon Mahina Gorman che interpreta Mia (ma come fanno ad essere sempre così spontanei e credibili i bambini?) che intenerisce l’intero film e diventa il punto di riferimento nel finale che fa tornare in mente Charlot che va via con il ragazzino che vuole proteggere. Ovvio, poi, che salta agli occhi la parentela di fondo del film con il più che sorprendente Alps dell’ineguagliabile Yorgos Lanthimos, in cui, anche lì, c’era una ditta che sostituiva un familiare, ma per motivi molto differenti (non sarebbe un film del regista greco, altrimenti). Ma se lì la motivazione era paradossale e sconcertante, qui è l’affetto semplice, è la vita quotidiana ordinaria che condiziona le scelte dei vari personaggi, in primis quelle del protagonista Phillip.

 

 

Film godibile che non ha bisogno di ricorrere a macchiette e facili ironie, anzi, con grande rispetto e delicatezza, affetto e tenerezza, crea un gioiello che brilla e che funziona anche nei suoi momenti più concilianti, a tratti emozionanti, commoventi, ma mai ricattatori. Lasciando, anzi, allo spettatore la libertà di scegliere da dove osservare quel mondo e i suoi eccessi, se dalla propria comoda poltrona o al fianco dei personaggi, partecipando alla finzione e condividendo la verità delle loro reazioni, o magari dalla finestra del miniappartamento nel quale Phillip vive la sua solitudine, e da dove osserva le esistenze altrui, senza essere visto e senza (ancora) rendersi conto di quanto si nasconda dietro quelle apparenze. Non manca la sorpresa quando scopriamo la vera vita insospettabile del gestore Shinji. Infine, trovo che la malinconica figura (figurone, direi vista la differente stazza del protagonista rispetto alla gente che lo circonda) dell’americano sempre triste voglia essere, involontariamente o apposta, la distanza mentale che corre tra quel popolo gentile e rispettoso e l’invadenza tipica dei rumorosi americani.

 

 

Come dice la piacente Aiko Nakajima “A volte la storia che raccontiamo a noi stessi diventa la verità.” Oppure, “A volte tutto ciò di cui abbiamo bisogno è qualcuno che ci guardi negli occhi e ci ricordi che esistiamo.” Indubbiamente, la saggezza nipponica. Ma la domanda è: si può noleggiare l’intimità familiare?

Un film che si fa voler bene: 11 premi e 23 candidature.

 


 
 
 

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