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Sentimental Value (2025)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 1 ora fa
  • Tempo di lettura: 8 min

Sentimental Value

Norvegia Germania Danimarca Francia Svezia UK Turchia 2025 dramma 2h13’

 

Regia: Joachim Trier

Sceneggiatura: Eskil Vogt, Joachim Trier

Fotografia: Kasper Tuxen

Montaggio: Olivier Bugge Coutté

Musiche: Hania Rani

Scenografia: Jorgen Stangebye Larsen

Costumi: Ellen Ystehede

 

Renate Reinsve: Nora Borg

Stellan Skarsgård: Gustav Borg

Inga Ibsdotter Lilleaas: Agnes Borg Pettersen

Elle Fanning: Rachel Kemp

Anders Danielsen Lie: Jakob

Jesper Christensen: Michael

Lena Endre: Ingrid Berger

Cory Michael Smith: Sam

Catherine Cohen: Nicky

Andreas Stoltenberg Granerud: Even Pettersen

Øyvind Hesjedal Loven: Erik Pettersen

Lars Väringer: Peter

Marianne Vassbotn Klasson: Sissel Borg

 

TRAMA: Nora e Agnes, due sorelle molto unite, si ritrovano a dover affrontare il ritorno del padre, regista carismatico ma assente nelle loro vite. L’uomo desidera realizzare il suo ultimo film e includere la prima nel progetto.

 

VOTO 8

 

 

Il cinema nel cinema è spesso l’occasione perfetta per far emergere i drammi più intensi e questo film non solo non fa eccezione ma ne è un esempio eclatante, a livello bergmaniano, trasformando il set, la memoria e l’atto stesso di filmare in un campo di battaglia emotivo dove affetti irrisolti, ferite antiche e desideri taciuti tornano a chiedere spazio. E quale luogo migliore di una casa, che ne rappresenta il nucleo familiare per eccellenza? Il film, infatti, si apre nella grande casa di famiglia, un luogo sospeso nel tempo, impregnato dei ricordi d’infanzia di Nora e Agnes: corridoi che conservano le ombre della madre, stanze che risuonano ancora delle assenze del padre Gustav. È qui che i tre protagonisti tornano, quasi risucchiati da un passato che non hanno mai davvero affrontato. La morte della madre li richiama sotto lo stesso tetto, costringendoli a condividere spazi e silenzi che credevano di aver lasciato dietro. In questo ritorno forzato, tra fotografie sbiadite e memorie che bruciano ancora, ciascuno si trova a fare i conti con le proprie ferite: Gustav con la sua incapacità di essere stato un padre, Nora con il rancore che la tiene rigida come in un’armatura, Agnes con il ruolo di mediatrice che ha indossato per tutta la vita.

 

 

La casa diventa così il primo vero set del film, il luogo dove la finzione che stanno per girare si intreccia con la verità che non possono più evitare. Joachim Trier, per evidenziarlo più esplicitamente, adotta il punto di vista della casa stessa e lo fa tramite la protagonista Nora per un tema che deve scrivere a scuola, mettendosi nei panni della propria abitazione. “Si domandò se la casa preferisse essere vuota e leggera, oppure piena e pesante. Se le pareti soffrissero il solletico. Se sentisse mai il dolore” (parole accompagnate da immagini pertinenti). Così recita il fulminante incipit che continua con una voce fuori campo: “Prima di loro, altre persone e animali domestici avevano vissuto qui il loro tempo. Il suo bis-bisnonno era morto nella stanza dove sua nonna era nata, quella che adesso era la camera dei suoi genitori.” E poi, senza paura di urlare troppo forte la metafora, la sceneggiatura aggiunge: “Il padre aveva detto loro che la casa aveva un difetto, scoperto subito dopo la sua costruzione, un secolo prima. Scrisse che era come se la casa stesse affondando, collassando, solo in slow motion, e che il tempo della sua famiglia non durava che un mezzo secondo, sospeso a mezz’aria.” Visione tanto “cinematografica” dettata dalla professione dell’uomo, un regista stimato che ha in programma di girare un film che, non ammettendolo apertamente, parla della sua esperienza di padre assente da sempre e dei dolori che hanno appesantito la vita familiare.

 

 

Dopo la fine del matrimonio tra il regista Gustav Borg (Stellan Skarsgård) e la psicoterapeuta Sissel (Marianne Vassbotn Klasson), lui lascia la Norvegia per tornare in Svezia patria genitoriale e dedicarsi alla carriera, mentre la moglie cresce da sola le due figlie Nora (Renate Reinsve) e Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas) nella grande casa di famiglia a Oslo. Anni dopo, le due sorelle sono adulte: Agnes è storica, sposata e madre di un bambino; Nora è un’attrice di teatro con una carriera promettente ma segnata da crisi di panico e da una relazione complicata con un collega sposato. Quando Sissel muore, Gustav torna improvvisamente per reclamare la casa, riaprendo ferite mai rimarginate. Le figlie lo accolgono con un misto di rabbia e diffidenza: lui tenta di ricucire il rapporto, ma inciampa continuamente nella sua incapacità emotiva, nel suo egocentrismo e in microaggressioni che rendono ogni dialogo un campo minato. L’unico con cui sembra legare davvero è il nipote Erik, attraverso la passione condivisa per il cinema.

 

 

La carriera di Gustav è in declino e il suo nuovo film, ispirato alla storia tragica della madre Karin – membro della resistenza norvegese, torturata dai nazisti e morta suicida nella stessa casa – fatica a trovare finanziamenti. Vorrebbe girarlo proprio lì, ricreando la scena del suicidio, e chiede a Nora di interpretare la nonna. Lei rifiuta, anche ferita dal fatto che il padre sembra preferire, in alternativa, un’attrice americana che ha appena incontrato, Rachel Kemp (Elle Fanning), e subito scelta come protagonista. La produzione del film si rivela insoddisfacente: Gustav è frustrato dal lavoro con Netflix, Rachel si sente fuori posto e Nora è sempre più destabilizzata dal confronto con il padre e dalla sua vita sentimentale. Quando Gustav, ubriaco, crolla e finisce in ospedale, Agnes inizia a indagare sul passato della nonna e scopre il peso del trauma che ha attraversato le generazioni. Leggendo il copione, capisce che il film è in realtà una lettera di scuse di Gustav a Nora, un tentativo tardivo di riconciliazione. Agnes convince la sorella a leggere finalmente la sceneggiatura e lei, toccata dalla verità emotiva che vi trova – compreso un riferimento ad un suo tentativo di suicidio ma mai rivelato al padre – accetta di partecipare al film. Gustav riesce a finanziare il progetto vendendo la casa, e le riprese iniziano su un set che ne replica gli ambienti. Nel momento decisivo, Nora interpreta la scena madre insieme al nipote Erik, e tra lei e Gustav passa un silenzioso gesto di comprensione che suggella un fragile, ma reale, riavvicinamento.

 

 

Quel finale lento e trattenuto dal regista in sospeso, con inquadrature ripetute ci rivelano un doppio accenno di sorriso, di sguardo laterale, di compromesso, di (im)probabile avvicinamento ma soprattutto di comprensione reciproca. Perché tutto il film è stato un campo di battaglia combattuto con ogni mezzo scaturito dai sentimenti, ora positivi, ora negativi, ora di tregua, ora odio a tutto campo. Nora e Gustav sono i principali personaggi, sostenuti dalla buona Agnes, sempre disposta, da brava donna professionista e madre di famiglia, a intermediare tra i due nemici, a limare le ruvidezze dei congiunti ma, se del caso, a sferzarli per spiegare i loro errori. Perché li compiono entrambi, senza dubbio. Prima di tutto perché tanto son distanti mentalmente altrettanto sono uguali di carattere, forse causa principale del loro non-sopportarsi. Ma sotto quel fuoco in fiamme c’è il sentimento buono, quello che unisce e lega saldamente. Se lui è cosciente di non essere stato genitore e di ripetere gli errori, lei ne è altrettanto nell’essere dura e nel non voler fare un passo avanti. Come due magneti che si attirano ma che appena si girano di spalle si respingono lontano. Come le crepe del muro dall’antica casa, che si allargano se non riparate.

 

 

Storia anche di generazioni, con un padre che preferisce la fuga alle responsabilità, e con una figlia che si rinchiude in una corazza impenetrabile e che non si decide mai ad accettare in modo definitivo il rapporto con il collega. Fino al piccolo nipote che pare ereditare la passione per le inquadrature. Generazioni più che lontane, allontanatesi, che faticano ad avvicinarsi. Non riavvicinarsi, perché significherebbe esserlo stati una volta, ed invece ecco la solita inquadratura di Trier che dall’interno della casa ci mostra l’auto su cui Gustav sale anni prima per sparire, poi quando torna inaspettato per i funerali della moglie, e poi ancora per la visita alle figlie portando con sé l’attrice americana ospite. Porte che si aprono per entrare e porte che si riaprono per uscire. Lui esce sempre, salvo rientrare non atteso, facendo preoccupare Agnes, irrigidendo Nora, mentre la sempre spiazzata Rachel comincia ad intuire l’amara verità: lei era una scelta di ripiego, magari forzata anche dai favorevoli finanziamenti Netflix dopo il fantastico successo della serie in cui recitava, ma soprattutto quando comincia ad intuire che lei, pur se con la stessa pettinatura e colore dei capelli di Nora, non lo sarà mai, non riuscirà mai a soddisfare le pretese e le attese di Gustav. Quel copione è scritto per la figlia, chi mai potrà sostituirla, se durante le prime letture Rachel, nonostante tutti gli sforzi, non riesce ad essere Nora come lui si aspetta? Disorientante il finale fino a quando non capiamo se è realtà o è il cinema nel cinema, tornando alla riflessione iniziale.

 

 

Il giudizio complessivo sugli attori dei personaggi principali è riassumibile in tre aggettivi: straordinari, magnetici, dolorosamente autentici. Perché è un film d’autore, quindi di eccelsa regia, ma è anche un film di recitazione: le interpretazioni sono davvero il cuore emotivo. Renate Reinsve lavora sul corpo, sui micromovimenti, sui respiri spezzati, trasformando l’ansia scenica di Nora in un linguaggio fisico che precede la parola. La sua interpretazione è una forza silenziosa, capace di rendere visibile la rabbia repressa e il bisogno d’amore mai espresso. Sicuramente la migliore e matura prova della sua carriera, meglio di come la si poteva giudicare per La persona peggiore del mondo o per Armand.

 

 

Stellan Skarsgård costruisce un Gustav ambiguo, affascinante e disturbante senza mai renderlo un villain. Lavora per sottrazione: un uomo che guarda invece di “esserci”, un padre che sa amare solo attraverso il cinema. Un ruolo sottile e disturbante, la migliore prestazione della carriera in cui ha potuto dimostrare appieno la sua bravura: irritante quanto umano, riesce a far percepire il peso del rimorso senza mai cercare la simpatia dello spettatore.

 

 

Inga Ibsdotter Lilleaas è una bella sorpresa. La presenza più silenziosa, ma non meno incisiva, perché affascinante, composta pur se segnata dalle vicende, una figura che porta il peso della famiglia. Dolce come il personaggio. Elle Fanning interpreta Rachel come l’attrice giusta nel film sbagliato: una presenza esterna che entra in un mondo emotivo che non le appartiene. Vi si leggono fragilità crescente, capacità di rendere il personaggio laterale ma fondamentale, e delicatezza con cui mostra la consapevolezza di essere diventata un dispositivo emotivo per Gustav. E per rendere ciò fa finalmente sfoggio di recitazione matura, dolorosa nella sua discrezione. Attrice cresciuta come mai: bravissima. È cresciuta fisicamente e artisticamente.

La dimostrazione del valore delle recitazioni di tutti i quattro interpreti è venuta dai tanti riconoscimenti che sono stati assegnati. A tutti e quattro!

 

 

Discorso a parte per Joachim Trier, il quale firma una regia straordinaria capace di trasformare un dramma familiare in un’esperienza emotiva stratificata e profondamente umana. La sua mano è sicura, elegante, attenta ai dettagli invisibili: dirige gli attori con una sensibilità rara, lasciando che siano i silenzi, gli sguardi e gli spazi a raccontare ciò che le parole non riescono più a contenere anche mediante bellissimi e significativi primi piani. La casa di famiglia diventa un organismo vivo, un archivio di memorie che Trier filma con rispetto quasi rituale, facendo del tempo un elemento narrativo tanto quanto i personaggi. La sua regia tiene insieme realismo emotivo e riflessione metacinematografica con una naturalezza sorprendente, evitando ogni compiacimento e cercando sempre la verità fragile dei rapporti. In questo equilibrio tra intimità e lucidità, tra dolore e possibilità di riconciliazione, Trier dimostra ancora una volta di essere uno dei pochi autori contemporanei capaci di usare il cinema come luogo di cura, di ascolto e di rivelazione. E di valore dei sentimenti.

Una menzione va doverosamente fatta per il montaggio del fidato danese Olivier Bugge Coutté per tutta la durata ed almeno per il velocissimo gioco di sovrapposizione delle immagini di padre e figlia, quasi sosia per carattere e somiglianza pochi minuti prima del finale saziante e appagante.

Film meraviglioso!

 

 

Riconoscimenti (tra 72 vittorie e 302 candidature totali!!!)

Oscar 2026

Miglior film internazionale

Candidatura per il miglior film

Candidatura per il miglior regista

Candidatura per la miglior attrice protagonista a Renate Reinsve

Candidatura per il miglior attore non protagonista a Stellan Skarsgård

Candidatura per la miglior attrice non protagonista a Elle Fanning

Candidatura per la miglior attrice non protagonista a Inga Ibsdotter Lilleaas

Candidatura per la miglior sceneggiatura originale

Candidatura per il miglior montaggio

Golden Globe 2026

Migliore attore non protagonista a Stellan Skarsgård

Candidatura per il miglior film drammatico

Candidatura per il miglior regista

Candidatura per la migliore attrice in un film drammatico a Renate Reinsve

Candidatura per la migliore attrice non protagonista a Elle Fanning

Candidatura per la migliore attrice non protagonista a Inga Ibsdotter Lilleaas

Candidatura per il miglior film straniero

Candidatura per la migliore sceneggiatura

BAFTA 2026

Miglior film in lingua straniera

Festival di Cannes 2025

Grand Prix Speciale della Giuria

EFA 2026

Miglior film

Miglior regista

Miglior attrice a Renate Reinsve

Miglior attore a Stellan Skarsgård

Miglior sceneggiatura

Miglior colonna sonora

Candidatura per la miglior scenografia

Candidatura per il miglior casting

Candidatura per il premio LUX

 


 
 
 

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