Shayda - In fuga dall’Iran (2023)
- michemar

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Shayda - In fuga dall’Iran
Shayda
Australia 2023 dramma 1h57’
Regia: Noora Niasari
Sceneggiatura: Noora Niasari
Fotografia: Sherwin Akbarzadeh
Montaggio: Elika Rezaee
Scenografia: Josephine Wagstaff
Costumi: Zohie Castellano
Zar Amir Ebrahimi: Shayda
Selina Zahednia: Mona
Osamah Sami: Hossein
Leah Purcell: Joyce
Mojean Aria: Farhad
Jillian Nguyen: Vi
Rina Mousavi: Elly
Eve Morey: Lara
Lucinda Armstrong Hall: Renee
Bev Killick: Cathy
Jerome Meyer: Pierre
TRAMA: Australia, 1995. Shayda e la figlia Mona si rifugiano in un centro d’accoglienza guidato da Joyce per sfuggire alle violenze del marito Hossein. Quando l’uomo minaccia di rapire la bambina per portarla in Iran, Shayda si ritrova stretta tra la burocrazia di un Paese straniero e le pressioni della madrepatria.
VOTO 6

Noora Niasari firma un dramma intimo (autobiografico) che segue la fuga di una donna iraniana rifugiatasi in Australia per sottrarsi al marito violento. La minaccia dell’uomo resta costante ed il rifugio non offre un vero riparo: tra coinquiline ostili, paranoia crescente e il timore di essere denunciata dai membri più conservatori della comunità iraniana di Melbourne, la protagonista vive sospesa tra paura e desiderio di rinascita. Il film mette a fuoco un doppio percorso di liberazione: l’allontanamento da un matrimonio abusante e la lotta contro la vergogna interiorizzata, frutto di un sistema patriarcale che le impone obbedienza e sottomissione. La narrazione procede con una struttura classica e prevedibile, ma trova forza nelle interpretazioni: Zar Amir Ebrahimi offre una prova misurata, fatta di silenzi e trattenute, mentre la giovanissima Selina Zahednia porta in scena una spontaneità che illumina il rapporto madre‑figlia, vero cuore emotivo del film.
Nel 1995 Shayda, iraniana emigrata in Australia, vive con la figlia Mona in un rifugio per donne gestito da Joyce, dopo essere fuggita dal marito violento, Hossein. La bambina soffre di incubi e insicurezze, mentre la vita nel centro è segnata da spazi ristretti e tensioni tra le ospiti. Shayda prepara il Nowruz, il Capodanno iraniano, per trasmettere a Mona le tradizioni e cerca di ricostruire una parvenza di normalità. Un giudice, però, concede al padre incontri settimanali non supervisionati con la figlia, decisione che spaventa la donna ma alla quale è costretta a sottostare. L’uomo tenta di mostrarsi cambiato, ma torna presto a comportamenti aggressivi. Intanto Shayda riallaccia i rapporti con l’amica Elly, esce con le altre donne del rifugio e conosce Farhad, un cugino canadese di Elly, con cui nasce una timida intesa.
Durante le celebrazioni di Chaharshanbe Suri (una delle feste più antiche e simboliche della cultura iraniana, celebrata l’ultimo mercoledì dell’anno persiano) e poi al party di Nowruz, Shayda affronta il giudizio della comunità iraniana locale. Hossein la pedina, la minaccia e infine la aggredisce durante la festa. Poco dopo, un incendio doloso colpisce il rifugio e le donne vengono trasferite altrove. Un anno più tardi, Shayda e Mona vivono in un alloggio indipendente dove lei studia infermieristica e ha ottenuto maggiore stabilità. L’ultima scena le mostra mentre accompagna la figlia a far visita al padre in prigione, dove l’uomo sta scontando la pena per le sue violenze. Il film si chiude con un montaggio di video familiari legati al Nowruz, simbolo di rinascita.
La sceneggiatura funziona soprattutto nei momenti non verbali, quando i gesti raccontano più delle parole. I dialoghi, invece, risultano spesso troppo espliciti, poco inclini alla sfumatura. A dare respiro al racconto intervengono le sequenze di danza: brevi aperture di libertà, che trasformano la rigidità del quotidiano in movimento, colore e speranza, dalla camera buia in cui Shayda cerca di calmare la figlia, al club affollato, fino alla festa di Nowruz, dove per un attimo sembra possibile immaginare un futuro diverso. Il film esplora con efficacia le tensioni interne alla diaspora iraniana: tradizione contro autodeterminazione, controllo contro emancipazione. Anche nei momenti più drammatici, la protagonista si trova stretta tra chi la sostiene e chi rivendica il “diritto” del marito su di lei, rivelando quanto radicati siano i meccanismi culturali che ostacolano la sua libertà.
Pur affilato nel denunciare le contraddizioni tra cultura e femminismo, l’esordio nel lungo della regista appare meno deciso nel proprio punto di vista. L’alternanza tra sguardo soggettivo e osservazione esterna crea una certa distanza emotiva, come se la tesi del film prevalesse talvolta sulla narrazione. Resta però un’opera sincera, sorretta da due interpretazioni potenti e da un’attenzione autentica verso la fragilità e la resilienza della sua protagonista.
Ma non fila tutto liscio: di certo, è un film troppo lento e si dilunga nei primi piani rivolti a tutti i personaggi. L’argomento è sicuramente appassionante ma meno di altri film simili e la regista si affida totalmente alla bravura della esperta Zar Amir Ebrahimi, che gestisce abbastanza bene le espressioni e le reazioni emotive intime che cerca di mascherare alla presenza della sua piccola. Pur affrontando temi urgenti con sincerità e offrendo due interpretazioni solide, resta un film che non riesce a trasformare la sua materia in un’esperienza davvero incisiva: la struttura prevedibile, i dialoghi troppo espliciti e un punto di vista che oscilla senza mai definirsi con precisione attenuano la forza emotiva del racconto. Le scene di danza e alcuni momenti di silenzio restituiscono lampi di autenticità, ma la tesi del film finisce spesso per prevalere sulla narrazione, creando una distanza che ne indebolisce l’impatto complessivo.
Non nego che mi attendevo di più, pur essendo un atto di resistenza intimo ma anche universale. Poteva essere un testamento di sopravvivenza, un atto politico, un inno alla maternità e un ricordo inciso con la forza della memoria, ma non si materializza in un’opera davvero incisiva. Non va dimenticato che la storia nasce dall’esperienza personale di Noora Niasari, identificabile nella piccola figlia: “Tutto ciò che mia madre voleva erano queste libertà di base: divorziare, avere la custodia di sua figlia, scegliere come vestirsi. Quando ero piccola, la mia prima esperienza di libertà fu in un rifugio per donne.” Quindi, un’aspirazione che dovrebbe essere universale, ma che in molte culture è ancora rivoluzionaria.

Riconoscimenti
Film Critics Circle of Australia Awards 2024
Miglior attrice protagonista Zar Amir Ebrahimi
Miglior sceneggiatura
Candidatura miglior film
Candidatura miglior attrice non protagonista Leah Purcell
Candidatura miglior regia
Sundance 2023
Miglior film per il pubblico





























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