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Sons (2024)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 6 ore fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Sons

Vogter

Danimarca Svezia Francia 2024 dramma 1h40’

 

Regia: Gustav Möller

Sceneggiatura: Gustav Möller, Emil Nygaard Albertsen

Fotografia: Jasper J. Spanning

Montaggio: Rasmus Stensgaard Madsen

Musiche: Jon Ekstrand

Scenografia: Kristina Kovacs

Costumi: Vibe Knoblauch Hededam

 

Sidse Babett Knudsen: Eva Hansen

Sebastian Bull: Mikkel

Dar Salim: Rami

Marina Bouras: Helle

Olaf Johannessen: direttore

Jacob Lohmann: prete

Siir Tilif: avvocata

Rami Zayat: Ali

Mathias Petersen: Simon

 

TRAMA: Eva è una guardia carceraria idealista e con un forte senso della giustizia. Le sue credenze, però, vacillano nel momento in cui l’assassino del figlio viene rinchiuso nel carcere in cui lavora.

 

VOTO 7

 

 

Thriller danese‑svedese del 2024 diretto da Gustav Möller (Il colpevole - The Guilty). Il film segue la storia di Eva Hansen, una guardia carceraria animata da forti ideali rieducativi, impegnata nel miglioramento delle condizioni dei detenuti attraverso attività formative e pratiche come lo yoga. L’equilibrio professionale e personale della donna viene compromesso quando l’assassino di suo figlio viene trasferito nella stessa struttura penitenziaria in cui lavora. Determinata a confrontarsi con il giovane, Eva richiede il trasferimento nella sezione più dura e violenta del carcere, dove il detenuto è stato collocato. La vicenda si concentra sul conflitto interiore della protagonista, divisa tra il proprio codice morale e il desiderio di affrontare il trauma irrisolto legato alla morte del figlio.

 

 

Corridoi lunghi, vuoti, silenziosi: sono, con le celle sprangate e i luoghi in comune, l’ambiente scarno della prigione dove lavora Eva (Sidse Babett Knudsen), una donna che non è la solita guardia carceraria che maltratta i detenuti. Tutt’altro. La vediamo subito alla sveglia del mattino quando va ad aprire le porte delle celle per far avviare gli ospiti alla colazione con un saluto che normalmente non si vede nelle carceri, chiamandoli per nome uno per uno: “Buongiorno, dormito bene?”. Ci sarebbe da meravigliarsi per questo trattamento ed invece appare chiaro, anche in seguito, che la donna ha scelto, nella sua professione, di essere umanamente gentile con i meno fortunati e si approccia ad ognuno di loro con affabilità ed educazione, evidentemente convinta dell’efficacia del suo comportamento. Un sorriso che vediamo contraccambiato, perché i carcerati hanno il piacere di ricambiare la cordialità della donna, mai violenta ma disponibile ad ascoltare le loro esigenze. La sua attività non si limita a ciò ma va oltre, riunendo i volontari a lezioni in aula e addirittura a riunioni di yoga dove cerca di farli rilassare. Parrebbe un carcere modello e forse lo è, anche per merito suo.

 

 

Tutto fila liscio finché un giorno vede scaricare dal furgone alcuni nuovi prigionieri trasferiti nella sezione di massima sicurezza e tra questi c’è anche un certo Mikkel (Sebastian Bull), un viso che la fa trasalire. Immediatamente la donna perde il suo bel viso gentile e sorridente e si scurisce e, dopo averci pensato, chiede al direttore di essere trasferita in quell’altra sezione, facendolo meravigliare non poco, con una motivazione pretestuosa, quella di essere stata molestata da un collega. Viene accontentata e da questo momento si insedia nei nuovi corridoi con un solo ed unico scopo: punire e maltrattare, anche senza alcuna causa lampante, il nuovo arrivato. Il perché (e non è spoiler, lo si capisce abbastanza presto) Mikkel è l’assassino di suo figlio, quando era detenuto per alcuni reati, e durante una rissa in carcere era stato ammazzato proprio da questi con efferata violenza.

 

 

Due volti, due atteggiamenti, due parti del film. Garbata, disponibile, amica e apprezzata da tutti, detenuti e colleghi, prima. Ora scura, nervosa, con vari pretesti per negargli le sigarette, ispezioni preparate a suo danno, un durissimo intervento col manganello fuori luogo. Da qui l’inevitabile indagine dei superiori e dell’avvocata d’ufficio di Mikkel per capire le ragioni di tale atteggiamento. Lei zitta, non rivela il passato e rischia di essere denunciata. Il manico passa in mano al criminale: ora è lui che minaccia e ricatta. Se non vuole che la denunci, pretende alcuni favori, tra l’altro un permesso per andare a trovare la madre, facilitazione che per il suo capo Rami (il noto Dar Salim) è fuori luogo ma di cui lei si fa garante, trovandosi ora sotto la minaccia della denuncia. Sono due film: prima l’introduzione alla vita tranquilla di una brava donna, poi la sete di vendetta che scatena un comportamento innaturale per il suo carattere.

 

 

Cosa e chi sia questa donna al di fuori di quel luogo isolato dal mondo è e resta un mistero. Chi è, cosa faceva prima, com’è in abiti civili, che famiglia ha? L’ottimo Gustav Möller, gran creatore di atmosfere stressanti ad alta tensione, non ci mostra nulla della sua vita privata e per noi resta solo una donna sempre in divisa che apre e chiude cancelli in corridoi asettici, illuminati anonimamente, inquadrati sempre in lungo, come il percorso di una vita che è, al contrario, né dritto né pulito ma irto di difficoltà esistenziali o di problemi comportamentali, fatta di reati. La vendetta si consuma come un piatto freddo? Forse, certo è che lei aveva iniziato facendosi mettere al controllo della posta in arrivo per bloccare così quella riguardante il suo nemico personale, gettando nei rifiuti la lettera della madre di Mikkel ed il libro in regalo, rifiutandogli la sua razione di sigarette, insomma un insieme di vendetta fanciullesca, in attesa di occasioni più punitive.

 

 

All’inizio sembrava una donna fragile in mezzo ai lupi, anche se sotto le apparenze c’era una mamma indurita dal dolore della perdita del figlio pronta a tutto pur di arrivare alla punizione che aveva stabilito per l’assassino. Poi è chiaramente cambiata. Ma accade un episodio che la sconvolge e che cambia ancora le carte in tavola: uno dei suoi custoditi nella vecchia sezione si suicida e Eva entra in crisi, la fa riflettere, ma non pentire, attenzione. Piuttosto la risveglia dal torpore inconscio della vendetta e sente la necessità di parlare con il prete del carcere, a cui mente sul figlio, ma è chiaro che sente la necessità di dimenticare la sofferenza.

 

 

Da carceriera è diventata, intanto, prigioniera. Prigioniera del ricatto che subisce da Mikkel, il quale sa di averla in pugno, pena la denuncia utilizzata come una lama di ghigliottina pronta a calare. Il permesso, quindi, glielo fa ottenere e l’assurda scena in casa della madre rivela che non c’è alcun miglioramento del carattere dell’uomo, alcun pentimento: quel giovanottone dal collo taurino e dal fisico bestiale è sempre un pericolo. Prima e durante il permesso il rapporto è ormai malato, ora sta peggiorando e le vie d’uscita paiono strette e con i cancelli chiusi, come quei corridoi a camere stagno. Prima non riusciva a liberarsi del ricordo del figlio ucciso, ora non riesce a liberarsi dalla morsa psicologica e non si accorge del pericolo della perdita della sua reputazione se il suo comportamento scorretto venisse acclarato.


 

Il regista attanaglia la narrazione con primissimi piani per scoprire le reazioni intime, musiche con effetto di suspence esasperato, tensione che sale di minuto in minuto, di scena in scena, non sappiamo mai come e quanto si stia precipitando assieme a lei, prima con le convinzioni errate, poi con il tergiversare nelle reazioni corrette. L’errore principale è stato il primo, quello di pensare di farsi trasferire ed entrare nella caverna di un uomo-bestia che resiste fisicamente a tutto e deride chi gli vuol far male.

 

 

Allorquando Eva sta facendo lo sforzo mentale di rientrare nei ranghi e di accettare il fallimento della sua irragionevole decisione – o forse accontentandosi di ciò che è riuscita a fare nel frattempo, scontrandosi con un muro invalicabile – tornando alle mansioni precedenti, ascolta la frase più sensata di Rami, il quale ha capito la donna e quello che faceva prima, come fosse una missionaria: “Non puoi salvarli tutti. È così, Eva. Abbi cura di te!”.

 

 

Gustav Möller, al secondo lungo, fa un altro piccolo miracolo alla pari del primo su accennato: ancora ambienti chiusi, ancora divise, ancora tensione crescente e soluzioni difficilissime da trovare. Eppure, si respira l’aria di una piccola opera d’arte d’atmosfera. Ed è un ottimo direttore di ambienti e attori. Sidse Babett Knudsen è fantastica perché ci fa vivere la sua ansia, ce la trasmette con il dono dello sguardo che si inquina, con le paure e le incertezze cieche e sorde che le attraversano la mente. Bravissima.

 

 

Il film è stato girato principalmente nella prigione dismessa di Vridsløselille, nei pressi di Copenaghen. Presentato in concorso alla 74.a Berlinale il 22 febbraio 2024, è stato distribuito successivamente in Danimarca e Svezia e, in Italia, nel marzo 2025 e l’accoglienza critica internazionale è stata positiva e ha ottenuto visibilità in diversi festival dedicati al cinema di genere. 2 vittorie e 18 candidature sparse nel mondo sono un buon riconoscimento del lavoro svolto dalla coppia regista – attrice.

 


 
 
 

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