Sotto le foglie (2024)


Sotto le foglie
Quand vient l’automne
Francia 2024 dramma 1h44’
Regia: François Ozon
Sceneggiatura: François Ozon, Philippe Piazzo
Fotografia: Jérôme Alméras
Montaggio: Anita Roth
Musiche: Evgenij e Saša Gal'perin
Scenografia: Christelle Maisonneuve
Costumi: Pascaline Chavanne
Hélène Vincent: Michelle Giraud
Josiane Balasko: Marie-Claude Perrin
Ludivine Sagnier: Valérie Tessier
Pierre Lottin: Vincent Perrin
Garlan Erlos: Lucas Tessier
Sophie Guillemin: capitano della polizia
Malik Zidi: Laurent Tessier
Paul Beaurepaire: Lucas Tessier diciottenne
TRAMA: Michelle è, a tutti gli effetti, una brava nonna che vive la sua tranquilla pensione in un piccolo villaggio della Borgogna, non lontano da dove abita la migliore amica Marie-Claude. Il giorno di Ognissanti, le figlia Valérie e il nipote Lucas vanno a trovarla per una settimana di vacanza. Ma niente va come previsto.
VOTO 7

Imperterrito. François Ozon continua sulla sua linea tracciata sin dal primo film, un esordio pienamente nello stile che lo ha contraddistinto da quel 1998 con Sitcom, che non era proprio un thriller, però sotto l’aspetto psicologico un po’ lo era. L’importante, per lui, a quanto pare, è essere comunque provocatorio: è per questo motivo che io (personalissima classificazione) lo definisco il principe del giallo provocatorio. Perché i suoi non sono thriller qualsiasi, con un colpevole, un omicidio ed un poliziotto che indaga mentre lui indaga sulla psiche, no. Lui ci mette sempre quel pepe spiazzante che non ti aspetti e distrae la mente dello spettatore facendogli focalizzare l’attenzione su altri particolari, che non sono mai secondari. Provocando ogni volta un sobbalzo mentale. Non cambia registro neanche stavolta (e perché dovrebbe? a noi sta bene così), ponendo al centro della scena una anziana ex prostituta – come si verrà a sapere già nella prima metà del film – oggi una piacevole signora di campagna che ama raccogliere i frutti dei boschi vicini.

Lei è Michelle (Hélène Vincent), anziana donna che vive in Borgogna tra routine tranquille, l’amicizia stretta e fidata con Marie‑Claude (Josiane Balasko) e l’affetto profondo per il nipote Lucas. L’arrivo della figlia Valérie, con cui i rapporti sono tesi da anni, incrina subito la serenità. Durante un pranzo, dei funghi raccolti da Michelle provocano un incidente che apre una crepa nella normalità e introduce un dubbio che non verrà mai del tutto chiarito. Più esattamente succede che la frattura tra madre e figlia si allarga fino a diventare un vero strappo: Valérie, che è rimasta intossicata dai funghi maldestramente raccolti dalla padrona di casa, una volta ripresasi, decide di portare via Lucas e di impedirle di rivederlo, lasciando Michelle sola con il peso della colpa e del rancore antico.

In questo vuoto affettivo entra in scena Vincent (Pierre Lottin), il figlio di Marie‑Claude appena uscito di prigione, che Michelle accoglie come giardiniere e quasi come un nuovo punto d’appoggio emotivo. Il legame tra i due cresce nella quotidianità, fatto di piccoli gesti e di una fiducia che sembra restituire a Michelle un frammento di famiglia. Quando Vincent prova a intercedere presso Valérie, il tentativo si trasforma in un evento drammatico che rimette in moto sospetti, silenzi e verità taciute. Da quel momento, la vita di Michelle si intreccia sempre più con quella di Vincent e di Lucas, in un equilibrio fragile dove il passato, le colpe e le protezioni reciproche diventano il vero motore della storia.

Ispirandosi ad un episodio autobiografico – di quando da bambino una zia aveva infatti cucinato un piatto di funghi che aveva provocato un’intossicazione a tutti i membri della famiglia – Ozon sceglie i toni misurati del dramma familiare, lasciando però filtrare un'inquietudine sottile che avvicina la storia all'atmosfera del giallo classico. Gli elementi principali sono due: la felicità e il dubbio. La prima è quella che la protagonista Michelle vuole raggiungere nella sua tarda età. Siccome ha dovuto fare per necessità la prostituta – cosa che non la fa vergognare più di tanto, proprio per quel motivo – ora ritiene opportuno consolidare e persino donare non tanto alla sua unica figlia Valérie (Ludivine Sagnier) tutto quello che lei non ha avuto bensì prolungarla sino al bel nipotino Lucas, tesoro della sua vita. Ora, nell’autunno della stagione e della vita, se ne sta in Borgogna, in un’esistenza piccola e ordinata di provincia (Parigi è lontana nel tempo e nell’attività svolta e nello spazio), confortata dall’unica e forte amicizia antica, quella con Marie-Claude Perrin. Il dubbio consiste invece per l’autore nel non voler per forza costruire un mistero da risolvere, ma nell’insinuare lentamente nella quotidianità alcune perplessità. Il regista parte da un contesto rassicurante – orto, passeggiate, natura, amicizia – e lo incrina con un evento minimo che però “intossica” tutto il resto. Il dubbio diventa così una lente che altera la percezione dei personaggi e del loro passato. Ed allora, il film suggerisce che la verità di Michelle è una verità di sopravvivenza, non necessariamente oggettiva. Il dubbio diventa quindi un modo per interrogare la memoria, l’invecchiamento, la rimozione e la capacità di convivere con ciò che si teme di aver fatto o che sia accaduto.

Quando la capitana di polizia le chiede dov’era Vincent nel momento della morte della figlia (accidentale? provocata? suicidio?), il regista sospende l’attimo prima della risposta, in cui la donna deve decidere se interrompere il futuro che sta costruendo per l’uomo e per il nipote o no e dopo qualche secondo li salva entrambi. Soddisfatta perché le cose, così, andranno come sperava, mentre la sua carissima amica sta avendo seri problemi di salute. Il futuro, quindi la felicità che vuol donare, si può in tal modo realizzare. Per fare ciò, Ozon evita, come al solito, spiegazioni: molti eventi restano fuori campo, le intenzioni dei personaggi sono ambigue, e lo spettatore è costretto a interpretare. Michelle non è né vittima né manipolatrice: è una donna che sopravvive agli eventi, ricompone la realtà e si aggrappa alle sue verità. L’importante della donna è che abbia recuperato la presenza e l’affetto di Lucas.

Il film mette perciò al centro due anziane lontane dagli stereotipi, donne segnate dal passato, con rapporti complessi con i figli ed il tema della trasmissione tra generazioni, come si può evincere, attraversa tutto: ciò che non è stato risolto andrà a beneficio su Lucas e Vincent. Il quale, figlio di Marie‑Claude appena uscito di prigione, aggiunge tensione: è fragile, seducente, forse pericoloso. Ozon ha raccontato di essersi ispirato al gusto per il mistero e per il segreto tipico di autori come Agatha Christie e Georges Simenon. Non è un caso, allora, che la campagna della Borgogna – regione a cui il regista è legato fin dall'infanzia – diventi qualcosa più di una semplice cornice: è un ambiente chiuso, in cui tutti si conoscono e dove ogni gesto può assumere un significato ambiguo. Il film gioca proprio su questo scarto tra la superficie tranquilla della vita di paese e ciò che si agita sotto di essa, tenendo lo spettatore sospeso tra empatia e diffidenza nei confronti dei personaggi.

Il cast è ottimamente composto ed ognuno degli interpreti pare al posto giusto: Hélène Vincent è un capolavoro di dolcezza ed espressività nell’essere il personaggio che il regista le ha affidato e lo rappresenta con l’essenziale e la sottrazione, mai forzando; Josiane Balasko è la ben conosciuta esperta attrice di tanti film: sempre affidabile, agisce e reagisce con fragilità e dolore; Ludivine Sagnier è specializzata in ruoli scostanti e misteriosi, sempre sensuale, e qui sa presentare una donna che vorrebbe non essere ingrata ma non riuscendoci, con la madre; Pierre Lottin è la faccia da schiaffi perfetto per il ruolo, già apprezzato in La notte del 12, L’orchestra stonata, e nel film seguente di Ozon, Lo straniero. Un attore in ascesa continua. Regia eccellente (come sempre) bella la scenografia con i colori autunnali che arricchiscono sempre la fotografia, musica eccellente: Evgueni e Sacha Galperine lavorano con una partitura sottile, atmosferica, capace di creare una tensione sotterranea. Il tema principale al pianoforte è accompagnato persino dal rumore delle foglie che cadono, dettaglio che sintetizza perfettamente la natura del film. Eppure mi attendevo un Ozon più cattivo, più graffiante.

È un dramma intimo e un thriller morale: non interessa stabilire colpe, ma osservare cosa accade quando il dubbio entra in famiglia. Chi cerca un giallo tradizionale potrebbe trovarlo senza risposte (lo è?), ma chi ama i non detti troverà un’opera ricca e inquieta, in cui si sottolinea il contrasto tra la serenità dei luoghi e il tormento interiore dei protagonisti, che il regista affianca a sfumature anche irreali, come la visione di un fantasma. Tuttavia, il regista non giudica mai i personaggi. Non lo faremo neanche noi. Non è richiesto.

Riconoscimenti
César 2025
Candidatura migliore attrice ad Hélène Vincent
Lumière 2025
Candidatura miglior regista
Candidatura miglior attrice ad Hélène Vincent
Candidatura miglior sceneggiatura
Candidatura miglior promessa maschile a Pierre Lottin






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