The Last Duel (2021)
- michemar

- 6 feb 2022
- Tempo di lettura: 9 min
Aggiornamento: 20 ott 2025

The Last Duel
USA, UK 2021 storico 2h32’
Regia: Ridley Scott
Soggetto: Eric Jager (romanzo)
Sceneggiatura: Ben Affleck, Matt Damon, Nicole Holofcener
Fotografia: Dariusz Wolski
Montaggio: Claire Simpson
Musiche: Harry Gregson-Williams
Scenografia: Arthur Max
Costumi: Janty Yates
Matt Damon: Jean de Carrouges
Adam Driver: Jacques Le Gris
Jodie Comer: Marguerite de Carrouges
Ben Affleck: Pierre, conte d'Alençon
Harriet Walter: Nicole de Buchard
Nathaniel Parker: Sir Robert De Thibouville
Sam Hazeldine: Thomin du Bois
Michael McElhatton: Bernard Latour
Alex Lawther: Carlo VI, Re di Francia
Serena Kennedy: Isabella di Baviera, Regina di Francia
Tallulah Haddon: Marie
Clive Russell: zio di Carlo VI
Marton Csokas: Crespin
TRAMA: Nel clima brutale della Francia del XIV secolo, ha luogo un dramma che esplora l’onnipresente potere dell’uomo, la fragilità della giustizia e la forza e il coraggio di una donna pronta a mettersi da sola al servizio della verità. In particolar modo, si fa luce sulle ipotesi a lungo tenute per vere riguardo all’ultimo duello legalmente autorizzato in Francia, disputato tra Jean de Carrouges e Jacques Le Gris, due amici diventati acerrimi rivali. La moglie di Carrouges, Marguerite, viene brutalmente aggredita da Le Gris, ma questi respinge l’accusa. Tuttavia la donna rifiuta di stare zitta e si fa avanti per accusare il suo aggressore: un atto di coraggio e di sfida che mette a repentaglio la sua vita. Ne segue un estenuante duello a morte che mette il destino dei tre nelle mani di Dio.
Voto 7

La trama, piuttosto allungata più che lunga (e lo è anche) perché raccontata tre volte dai punti di vista – a dir la verità non molto differenti, tanto che si vedono triplicate le stesse sequenze – dei due protagonisti e dalla moglie di uno di essi, deriva dal romanzo di Eric Jager che narra questa avventurosa e appassionante vicenda ambientata nella Francia del XIV secolo (termina infatti nel 1386) in piena Guerra dei Cent’anni. Le lunghissime ostilità costituirono il conflitto tra il Regno d'Inghilterra e il Regno di Francia che durò, con varie interruzioni, centosedici anni, dal 1337 al 1453, le cui cause furono diverse, ma il pretesto ufficiale fu la questione dinastica sulla corona francese rivendicata nel 1336 da Edoardo III d'Inghilterra e duca d'Aquitania in quanto nipote di Filippo IV di Francia. Guerra che vide tantissime battaglie e un’alternanza di supremazia tra le due potenti nazioni. La sceneggiatura, scritta da due degli attori facenti parte del cast, ampiamente collaudati tra loro e in perfetta sintonia nella collaborazione sin dai tempi di Will Hunting - Genio ribelle (1997), con cui vinsero l’Oscar, Ben Affleck e Matt Damon, affiancati nell’occasione da Nicole Holofcener, dà inizio al film con il duello ordalico tra due cavalieri per stabilire la verità su un molto discusso e contestato atto di stupro. Combattimento all’ultimo sangue (“fino alla morte”) che potrà stabilire per volontà divina chi ha detto la verità e chi il falso: chi resta vivo vuol dire che Dio lo ha protetto e che ha dimostrato davanti agli uomini la sua correttezza, l’altro verrà vilipeso anche da morto. Per la Storia, questo sarà l’ultimo autorizzato dalla legge francese, in particolare dal giovane e bizzarro Re Carlo VI, che aveva ascoltato nella seduta del tribunale dove si svolse il processo nato dall’offesa subita dalla donna e che, nel dubbio, e su richiesta precisa del marito offeso, aveva sentenziato per la disputa cruenta tra i due cavalieri. Appena viene dato il via al primo scontro, lancia in resta, non vediamo chi ha momentaneamente la meglio ed inizia invece il racconto vero e proprio con un lungo flashback diviso in tre parti, ossia il racconto personale dei tre che chiedono giustizia: Jean de Carrouges, Jacques Le Gris e Marguerite de Thibouville, la donna vilipesa (almeno a sentire la sua versione) nonché moglie del primo. Tre narrazioni divise in capitoli denominati solennemente Capitolo X – La verità secondo Xxxxx.

Jean e Jacques sono due valorosi soldati dell’esercito di Francia ma con due caratteri molto differenti, che conducono una vita totalmente diversa l’una dall’altra. Jean de Carrouges (Matt Damon) è una persona coraggiosa e volendo anche rude, parco di gesti affettuosi, che non ha paura di affrontare il nemico anche in circostanze sfavorevoli, leale verso il suo re, disposto a partire ad ogni chiamata, leale, di scarsissima cultura, ma molto affidabile. Una persona seria, che è in ambasce perché in difficoltà finanziarie: la peste ha ucciso molti dei suoi uomini e contadini, i raccolti sono scarsi e non ha più contanti per pagare le tasse imposte da Pierre, conte d'Alençon (Ben Affleck), per cui accetta volentieri l’offerta di Sir Robert De Thibouville (che ha grandi possedimenti) di sposare la sua bella figlia Marguerite. La donna sarà spesso sola per le tante volte che il marito partirà in guerra e non è ben vista dalla suocera, che ad ogni occasione la contrasta per i motivi più vari. Il rapporto tra i coniugi invece è ottimo e conducono una vita tranquilla e scarsamente mondana presso gli altri nobili. Ma un giorno, un giorno maledetto, lei resta sola nel castello e l’amico di sempre del marito, compagno di mille battaglie, ma spesso in attrito e gran prediletto del Conte, Jacques Le Gris (avvisato dalla ostile suocera? questo è un legittimo dubbio che però il film evita di trattare) irrompe con un sotterfugio nella magione di Marguerite e la violenta.

L’offesa alla donna e al marito, che non avrebbe mai immaginato che potesse accadere tutto ciò da parte di un amico e commilitone, è gravissima ma in quell’epoca era ritenuto normale che gli uomini abusassero di qualunque donna tanto che, come sollecita la mamma di Jean, non deve mettere al corrente neanche il marito e deve soprassedere: è successo anche a lei in gioventù. Il rischio maggiore è che la giovane donna possa essere anche uccisa dal marito al solo sentire la cattiva novità. Invece Marguerite, con grande senso dell’onore proprio e della sua famiglia, rischiando le maldicenze e le calunnie inevitabili (è stato stupro oppure era consenziente? forse lei era d’accordo o lo aveva provocato quando aveva confidato alla sua amica che quel cavaliere era affascinante?), decide di confidarsi in lacrime al marito ed assieme stabiliscono di diffondere l’accaduto a tutti, in modo da ottenere giustizia anche a costo di andare a denunciare l’accaduto presso il Re a Parigi. Ma soprattutto Jean decide di denunciarlo presso l’alto parlamento dei nobili. Da qui un processo in cui, ahimè, inevitabilmente è la donna ad essere messa sotto accusa perché non creduta, perché donna, perché doveva tacere, perché non è ammissibile, ma persino il marito, che la difende in ogni modo e luogo, ha pur sempre qualche minimo dubbio che non riesce a reprimere. Il procedimento giudiziario termina con la decisione del Re di affidarsi al giudizio divino tramite il duello di Dio: chi sopravvive otterrà giustizia.

La versione dei fatti è, appunto, raccontata tre volte nel film dai tre interessati, ma non succede come in altre occasioni simili che esse discordino molto nei punti cruciali, anzi i tre episodi sono abbastanza simili eccettuati piccoli particolari, ma nella sostanza sono quasi la fotocopia l’uno dell’altro. Jacques Le Gris è un guascone che corre dietro alle donne senza ritegno, non è, all’opposto del suo amico-nemico, una persona leale e irreprensibile: vive gozzovigliando con il suo protettore Conte, con cui divide ogni intimità, donne e notti brave. Anzi quel tocco di biondo che Ridley Scott aggiunge alla sua personalità è forse persino un accenno alla evidente simpatia che intercorre tra i due. Jacques piace alle donne ma risulta fanatico, prepotente e antipatico allo spettatore, benché sia colto e conosce il latino a menadito, avendolo studiato come futuro prete quando ancora non sapeva quale indirizzo dare alla vita. Particolare, questo, che indica a quale tipo di persona inaffidabile e opportunista stava affidando il prode Jean la sua fiducia e amicizia. E tra i due, Marguerite, giovane, bellissima, devota e sottomessa, come previsto dai canoni medievali. Ma dati i tempi, se il marito perirà nel duello finale, ella sarà considerata fedifraga e soprattutto bugiarda accusatrice di un nobiluomo, per cui, come previsto dalle leggi, sarà denudata, depilata e fatta bruciare lentamente. Come una strega. Infatti assiste al duello al centro della mortale giostra incatenata a piedi, pronta (almeno per come si attendevano gli uomini di corte) alla sua pena capitale.


Come risulta evidente, il film di Ridley Scott è una dramma del Medio Evo ai tempi delle Crociate ma in realtà è un vero legal thriller, pur se la parte riguardante la procedura giudiziaria dura poco. È il processo alla donna e alla sua rivelazione il reale nocciolo del racconto, è l’indagine - mai condotta con obiettività da parte dei soli soggetti di sesso maschile – la sostanza scottante del film, è dare credito alla parola dell’uomo e discredito a quella della donna la effettiva morale negativa di quella realtà. E tutto ciò si svolge nel film come uno di quei gialli in cui viene processato un innocente. Lì le tre versioni convergono come tre spicchi di un’unica circonferenza vista da punti di partenza differenti. È un po’ lo schema rivoluzionario che - in pratica fu il primo - applicò il Maestro Stanley Kubrick quando girò il magistrale Rapina a mano armata, modello che qualche anno fa adottò anche Paolo Virzì in occasione di Il capitale umano. Tre racconti che convergono al gran finale. Un vero legal thriller, dunque, dove per principio deve soccombere la donna, persona ritenuta allora pressocché un essere inferiore al servizio dei comodi dell’uomo, meglio ancora dei signori.

Il film però va letto diversamente. Il vero messaggio insito è come l’uomo abbia sempre trattato e maltrattato la donna, che ancora oggi non si è (o, meglio, non è stata) liberata dalle catene ai piedi della strega. Marguerite, manifesto medievale della figura femminile, ha “dovuto” sposare l’uomo non deciso da lei, è stata “data” in moglie dal padre, doveva generare dei figli e se non restava gravida è perché non concedeva al marito la gioia di godere fino in fondo l’amplesso (“come una dolce morte”), non viene creduta quando denuncia lo stupro, deve morire atrocemente se il marito soccombeva nel duello, ha voluto opporsi alla violenza di un uomo, le sue lacrime non erano ritenute sincere, perfino agli occhi del marito può essere stata bugiarda (c’è mancato poco che la strangolasse a sentire la notizia). Senza dimenticare che ovviamente non era innamorata quando si è sposata, anzi, era una donna annoiata. Il coraggio che ha la donna nella sua fiera decisione è messo in evidenza anche dall’anonimato delle altre presenze femminili: la Regina praticamente non proferisce parola; la moglie del Conte, incinta per l’ottava volta in pochi anni(!), la sera va presto a letto e non si oppone alle notti brave del marito e del suo pupillo con un mucchio di donne a disposizione; Marie, l’amica migliore della protagonista, è affettuosa e le fa da confidente, tranne poi non volerle più rivolgere la parola dopo che si è voluta ribellare, per tornare ubbidiente sulla carrozza del marito. L’unica che sobilla, ma sottotraccia e per giunta per assecondare gli uomini è la suocera Nicole de Buchard. Non è un’eroina Marguerite? Le sequenze finali la rendono ancora più bella, danno maggior risalto alla sua fierezza di donna, esaltano la sua carnagione, più chiara e brillante di tutto il film, con gli occhi che non hanno più timore di guardare in faccia le persone che la voglio offendere, le fanno alzare la testa con orgoglio: il finale è tutto suo e, a prescindere dall’esito del duello (no spoiler!), il popolo, quello che conta meno di niente, è tutto per lei, specialmente le donne che vedono in lei un esempio di ribellione alle tragiche usanze, una Giovanna d’Arco che scuote le coscienze del maschio. Non c’è un vincitore, alla fine, c’è una vincitrice: annientata dalle usanze oppure viva e moglie e madre, lei è il simbolo del film.


L’opera è pienamente un prodotto di Ridley Scott, almeno per quello che stiamo conoscendo nella sua vecchiaia. Notevoli mezzi a disposizione come per un vecchio kolossal, gran cast, moltitudine di comparse, buona parte con la consueta computer graphic che già utilizzava dai tempi de Il gladiatore, assoluta maestria nel gestire l’intero carrozzone e soprattutto gli attori. Che però, ho il timore, forse, non fossero i più adatti per il genere. Tanto per iniziare non ho apprezzato la barbetta del sempre ottimo Matt Damon (mi ricorda Marco Ferreri) e i capelli di Adam Driver, sempre uguali sia che interpreti un dramma che un thriller: stavolta proprio fuori posto, almeno in quella maniera in quel mondo, dove sì che si vedevano così lunghi ma con un taglio differente. Ben Affleck, come detto cosceneggiatore assieme al sodale Damon, fa impressione vederlo biondo ma se la cava bene anche lui. Brava senz’altro la bella Jodie Comer: se nella prima parte sembra abbia un ruolo secondario, trattata come pedina di affari tra famiglie e poi come soggetto del desiderio e delle prodezze maschiliste, nel gran finale prende in mano il film e si afferma con grande personalità, nonostante il regista faccia volgere tutta l’attenzione allo scontro decisivo tra i due contendenti. È sicuramente considerata un outsider nella trama ma merita di essere considerata maggiormente. Lei ha interpretato un ruolo non facile soprattutto perché la sua era la parte più insidiosa: evitare che nelle tre narrazioni dovesse ripetersi, scongiurare la reazione di chi pensava di avere già visto la scena (reazione inevitabile), che si è cercato di girare con un punto di vista differente. Per non parlare del fatto che correva il rischio di sembrare ambigua per le emozioni contrastanti che doveva esprimere la sua Marguerite. E se i suoi sentimenti nei confronti del marito erano chiarissimi, per quanto riguardava Le Gris bisognava che lui credesse che ci fosse un’attrazione. Fuor di dubbio che l’ultimo scorcio del film è molto spettacolare e pieno di tensione e questo per un regista come Ridley Scott è come applicarsi sul giocattolo preferito, con costumi curati e paesaggi (tra la Francia e l’Irlanda) ben scelti.


Buon film, buon intrattenimento su un argomento che il regista conosce bene: la rivalità annosa tra due rivali. Non si dimentichi che il suo meraviglioso esordio (I duellanti) trattava l’argomento in maniera divina, un film meraviglioso oggi non molto ricordato. Un vero capolavoro, quello.






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