The Silencing - Senza voce (2020)
- michemar

- 21 feb
- Tempo di lettura: 3 min

The Silencing - Senza voce
The Silencing
Canada USA 2020 thriller 1h33’
Regia: Robin Pront
Sceneggiatura: Micah Ranum
Fotografia: Manuel Dacosse
Montaggio: Alain Dessauvage
Musiche: Brooke Blair, Will Blair
Scenografia: Zosia Mackenzie
Costumi: Amanda Lee Street
Nikolaj Coster-Waldau: Rayburn Swanson
Annabelle Wallis: sceriffo Alice Gustafson
Zahn McClarnon: Karl Blackhawk
Hero Fiennes Tiffin: Brooks Gustafson
Melanie Scrofano: Debbie
Patrick Garrow: Jim Needles
Josh Cruddas: cacciatore
Danielle Ryan: dr. Patel
Kayla Dumont: Jane Doe
Brielle Robillard: Gwen
Shaun Smyth: dr. Boone
Charlotte Lindsay Marron: Molly
TRAMA: Rayburn Swanson vive ancora sulla sua pelle il dolore per la perdita della figlia adolescente, rapita cinque anni prima. Scivolato in una spirale senza fine di alcolismo e autodistruzione, Rayburn ha detto addio alla caccia e ha deciso di aiutare gli stessi animali che uccideva realizzando una sorta di santuario al confine con un'area incontaminata. La sua vita viene però rimessa in discussione quando da uno dei monitor di sicurezza vede un assassino inseguire una ragazza che gli ricorda la figlia scomparsa.
VOTO 6

Molti elementi di appartengono a un repertorio già noto: uomini duri, donne emotive, figure mostruose, dipendenze, musica minacciosa. Elencati così sembrano cliché stanchi, ma il regista Robin Pront riesce a intrecciarli con una certa cura, costruendo un thriller che, pur senza sorprendere davvero, mantiene una sua efficacia. La chiave sta nel modo in cui questi elementi vengono dosati: non come semplici ornamenti, ma come parti funzionali di un insieme coerente.
In una remota area boschiva del Minnesota, un ex cacciatore segnato dalla scomparsa della figlia vive isolato gestendo una riserva naturale che porta il suo nome. Quando una ragazza viene ritrovata morta e un’altra sembra essere braccata da un misterioso aggressore, l’uomo si ritrova coinvolto in un’indagine che lo costringe a confrontarsi con il proprio passato. Accanto a lui agisce la giovane sceriffo locale, impegnata a mantenere l’ordine in una comunità fragile e a fare i conti con i problemi della sua famiglia. Mentre le tracce si moltiplicano e il pericolo si avvicina, i due uniscono forze e intuizioni per fermare un predatore che conosce bene il territorio, in un crescendo di tensione che ruota attorno al tema della colpa, della protezione e della possibilità di redenzione.

Uno degli aspetti più riusciti del film è l’ambientazione: la remota Echo Falls, nel nord del Minnesota. Le riprese - in realtà effettuate in Ontario, Canada - mostrano colline, foreste fitte e rapide di fiume che evocano prima un senso di bellezza selvaggia, poi un’inquietudine crescente. La fotografia di Manuel Dacosse e le note minacciose della colonna sonora di Brooke Blair e Will Blair trasformano il paesaggio in un territorio ostile, segnato fin dall’inizio dal ritrovamento di un corpo trascinato dalla corrente.

Il custode della riserva naturale, Rayburn Swanson (Nikolaj Coster-Waldau), incarna il classico uomo dei boschi: taciturno, segnato dalla vita, capace di cavarsela in ogni situazione. Ex cacciatore, esperto tracciatore, vive con il suo cane Thor e affoga nel whisky il dolore per la scomparsa della figlia Grace, avvenuta cinque anni prima. Passa le giornate a monitorare la riserva con telecamere di sorveglianza, sperando ancora di scorgerla. È un personaggio che richiama figure come Logan o il protagonista di Wind River, costruito su un mix di durezza e vulnerabilità.

Parallelamente seguiamo Alice Gustafson (Annabelle Wallis), la giovane sceriffo del luogo. Tornata in città dopo un passato difficile, deve conciliare il ruolo istituzionale con la gestione del fratello minore, profondamente instabile. Il film la ritrae talvolta come eccessivamente emotiva - uno stereotipo di genere non proprio felice - ma al tempo stesso le affida la rappresentazione della legge, in contrasto con la giustizia “naturale” incarnata da Rayburn. I due personaggi riflettono così la tensione tra civiltà e senso selvaggio che attraversa l’intera comunità.

Il film accenna anche al tema delle disuguaglianze sociali, in particolare alla condizione delle comunità native americane della zona. Tuttavia, questi spunti restano superficiali e poco integrati nella trama, soprattutto se confrontati con altre opere simili. Dove il film funziona davvero è nell’atmosfera: la figura mascherata che si aggira nei boschi, le sequenze immerse nella nebbia, la violenza cruda e non spettacolarizzata creano un senso costante di minaccia. Peccato che, nel finale, le spiegazioni appesantiscano il mistero e ne riducano l’impatto.










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