Tutti gli uomini del presidente (1976)
- michemar

- 9 apr
- Tempo di lettura: 4 min

Tutti gli uomini del presidente
All the President's Men
USA 1976 thriller biografico 2h18’
Regia: Alan J. Pakula
Soggetto: Carl Bernstein, Bob Woodward (saggio)
Sceneggiatura: William Goldman
Fotografia: Gordon Willis
Montaggio: Robert L. Wolfe
Musiche: David Shire
Scenografia: George Jenkins
Costumi: Bernie Pollack
Dustin Hoffman: Carl Bernstein
Robert Redford: Bob Woodward
Jack Warden: Harry M. Rosenfeld
Martin Balsam: Howard Simons
Hal Holbrook: “Gola Profonda”
Jason Robards: Ben Bradlee
Jane Alexander: Judy Hoback Miller
Meredith Baxter: Debbie Sloan
Ned Beatty: Martin Dardis
Stephen Collins: Hugh W. Sloan, Jr.
Penny Fuller: Sally Aiken
John McMartin: redattore della cronaca
Robert Walden: Donald Segretti
Nicolas Coster: Markham
Lindsay Crouse: Kay Eddy
TRAMA: I reporter del Washington, Post Bob Woodward e Carl Bernstein, indagano sul caso Watergate e scoprono informazioni che porteranno alle dimissioni del presidente Nixon.
VOTO 8,5

Ci sono film che non si limitano a raccontare una storia: la scolpiscono nella memoria collettiva. Quello diretto da Alan J. Pakula appartiene a questa categoria ristretta. È un’opera che ha ridefinito il cinema politico e il giornalismo investigativo sul grande schermo, trasformando un’inchiesta reale in un thriller teso, asciutto e magnetico. A quasi cinquant’anni dall’uscita, resta un modello di rigore narrativo e di potenza civile.

La vicenda affonda le radici nello scandalo Watergate, esploso negli Stati Uniti nel 1972. Un’irruzione notturna nella sede del Partito Democratico, all’interno del complesso Watergate di Washington, sembrava inizialmente un fatto di cronaca minore. Ma due giovani giornalisti del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein, scoprirono che dietro quell’episodio si celava una rete di spionaggio politico, fondi neri e operazioni clandestine legate al Comitato per la rielezione del presidente Richard Nixon. La loro inchiesta, condotta tra pressioni, depistaggi e rischi personali, contribuì a far emergere un sistema di corruzione che portò alle dimissioni del presidente nel 1974. Il film racconta proprio la fase iniziale e più incerta di quell’indagine.

Il film si apre con Bob Woodward, giovane cronista del Washington Post, che segue quella che sembra una banale effrazione negli uffici del Partito Democratico al Watergate. Ben presto, però, emergono dettagli che non tornano: gli arrestati hanno legami con ambienti governativi e con il Comitato per la rielezione del presidente. Quando Carl Bernstein, collega più esperto e dal carattere impulsivo, si unisce all’indagine, i due iniziano a ricostruire una rete di fondi illeciti, pressioni politiche e operazioni clandestine che punta sempre più in alto. Le loro giornate si trasformano in una sequenza di telefonate, porte chiuse, testimonianze reticenti e verifiche incrociate, mentre la Casa Bianca nega ogni coinvolgimento e tenta di screditare il giornale.

La svolta arriva grazie a una fonte misteriosa, “Gola Profonda”, che Woodward incontra di notte in un parcheggio sotterraneo. Le sue informazioni confermano che l’effrazione è solo la punta dell’iceberg. Nonostante gli errori, le pressioni e il rischio di perdere credibilità, Woodward e Bernstein continuano a scavare, sostenuti dal loro direttore Ben Bradlee, che pretende rigore assoluto ma crede nel loro lavoro. L’inchiesta pubblicata dal Post diventa così il primo tassello di un domino che porterà allo scandalo politico più clamoroso della storia americana. (Fino ad oggi?)

Siamo di fronte ad un film che vibra di tensione pur evitando qualsiasi artificio spettacolare. Alan J. Pakula dirige con un rigore quasi documentaristico, costruendo un’atmosfera di paranoia crescente attraverso inquadrature geometriche, ambienti vasti e impersonali, e un uso magistrale del silenzio. La sua regia è un esercizio di sottrazione: niente melodramma, niente eroi “larger-than-life” (come dicono gli anglosassoni), solo il lento e ostinato lavoro della verità che affiora. La sceneggiatura di William Goldman, basata sul libro di Woodward e Bernstein, è un capolavoro di precisione. Non semplifica, non spiega troppo, non concede scorciatoie: immerge lo spettatore nel metodo giornalistico, fatto di telefonate infinite, porte chiuse in faccia, errori, intuizioni e verifiche incrociate. È un film che chiede attenzione e la ripaga con un senso di autenticità rarissimo. Il film non ha una vera e propria colonna sonora tradizionale. Non ci sono temi ricorrenti, orchestrazioni drammatiche o momenti musicali che sottolineano l’azione. Questa scelta è deliberata: Pakula vuole che lo spettatore si senta immerso nel mondo reale del giornalismo investigativo, dove la tensione nasce dai dettagli, dalle pause, dalle telefonate, dai rumori di redazione. Il compositore David Shire firma così una musica minimale e discreta, usata con estrema parsimonia. Il suo tema principale, che si sente soprattutto nei titoli di testa e di coda, è sobrio e d’atmosfera, quasi per non disturbare.

Il cast è semplicemente perfetto. Robert Redford (Woodward) e Dustin Hoffman (Bernstein) incarnano due personalità opposte ma complementari, restituendo con naturalezza la frizione creativa che alimenta la loro indagine. La loro chimica è uno dei motori emotivi del film. Jason Robards, nei panni del direttore Ben Bradlee, offre una performance memorabile: asciutta, ironica, autorevole. Ogni scena in redazione è un piccolo manuale di giornalismo e di cinema. Il film è spesso citato come uno dei migliori esempi di “procedural” mai realizzati, e non a torto. Riesce a trasformare la ricerca della verità in un thriller più avvincente di qualsiasi fiction, senza mai tradire la complessità dei fatti reali.

Opera fondamentale per capire il potere del giornalismo e la fragilità delle istituzioni democratiche. Rimane un riferimento imprescindibile per chi ama il cinema d’inchiesta, ma anche per chi vuole vedere come la determinazione di due persone possa cambiare il corso della storia. Un classico che continua a parlare con forza al presente. Anzi, ho timore (certezza) che oggi sia anche peggio. Molto peggio.

Riconoscimenti
Oscar 1977
Miglior attore non protagonista a Jason Robards
Migliore sceneggiatura non originale
Migliore scenografia
Miglior sonoro
Candidatura per il miglior film
Candidatura per il miglior regista
Candidatura per la miglior attrice non protagonista a Jane Alexander
Candidatura per il miglior montaggio
Golden Globe 1977
Candidatura per il miglior film drammatico
Candidatura per il miglior regista
Candidatura per il miglior attore non protagonista a Jason Robards
Candidatura per la migliore sceneggiatura
BAFTA 1977
Candidatura per il miglior film
Candidatura per il miglior regista
Candidatura per il miglior attore protagonista a Dustin Hoffman
Candidatura per il miglior attore non protagonista a Jason Robards
Candidatura per il miglior attore non protagonista a Martin Balsam
Candidatura per la migliore sceneggiatura
Candidatura per il miglior montaggio
Candidatura per la migliore fotografia
Candidatura per la migliore scenografia
Candidatura per il miglior sonoro






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