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Un divano a Tunisi (2019)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 12 ott 2020
  • Tempo di lettura: 6 min

Aggiornamento: 12 lug 2025

Un divano a Tunisi

(Un divan à Tunis) Francia, Tunisia 2019 commedia 1h28’

Regia: Manele Labidi

Sceneggiatura: Manele Labidi

Fotografia: Laurent Brunet

Montaggio: Yorgos Lamprinos

Musiche: Flemming Nordkrog

Scenografia: Rauf Helioui, Mila Preli

Costumi: Hyat Luszpinski

Golshifteh Farahani: Selma Derwich

Majd Mastoura: Naim

Aïsha Ben Miled: Olfa

Feryel Chammari: Baya

Hichem Yacoubi: Raouf

Najoua Zouhair: Nour

Jamel Sassi: Fares

Ramla Ayari: Zia Amel

Moncef Ajengui: Zio Mourad

Zied El Mekki: Amour

Oussama Kochkar: Chockri

Mhadheb Rmili: Ferid

Rim Hamrouni: Meriem

Yosra Bouzaiene: Hafifa

Atef Ben Chedly: Lobna

Chedly Arfaoui: Nasser

TRAMA: All'indomani della Primavera araba, Selma Derwich, psicanalista di 35 anni, lascia Parigi per aprire un proprio studio alla periferia di Tunisi, dov'è cresciuta. In Tunisia, Selma intende risollevare il morale dei suoi connazionali dopo lo shock della rivoluzione e la caduta di Ben Ali, ma deve scontrarsi con la diffidenza locale, con un'amministrazione passiva e con un poliziotto che le rema contro.


Voto 7



Perché Selma Derwich abbandona Parigi e torna alle sue origini a Tunisi, dove vuole iniziare ad esercitare la professione di psicanalista? dove nessuno pensa che la popolazione locale abbia bisogno del suo ascolto, di sciorinare i propri problemi intimi e familiari? Non è che sia in effetti il luogo ideale per uno studio del genere, ma lei ormai è decisa e così agguerrita e armata di buona volontà apre il suo terrazzo alla gente che ne avrà bisogno, sistemandosi con un divano, una poltroncina per ascoltarli e un blocco per gli appunti, mentalmente spinta dal suo “capo”, Sigmund Freud. Quando spiega che il famoso psicoanalista austriaco non è arabo ma ebreo i suoi conoscenti sobbalzano, in compenso il quadro che campeggia in quello studio lo ritrae con il fez, quasi per adattarlo al nuovo ambiente, per avvicinarlo ai suoi pazienti e ai parenti, tutti rumorosi, numerosi e fatalisti. O almeno è così che lo ha inquadrato lei nella sua vita, adesso che si è trasferita nella terra dei suoi avi. Inshallah. Una umanità così varia che più non si può, ognuno con il suo carattere e i suoi problemi. Che ci sono quindi, eccome. Da colui che non ha ancora le idee chiare sulla sua identità sessuale alla parrucchiera chiacchierona che è la prima a criticarla per essere tornata con quei propositi ma che è anche la prima a precipitarsi sul terrazzo per la primissima seduta inaugurale; dalla mamma che non riesce a liberarsi dal figlio grasso e mammone alla donna che avverte la mancanza di tutto, di una bella casa, dei bei vestiti del divano su cui si è seduta, e così via. Un caravanserraglio di soggetti i più disparati, ognuno con le due nevrosi.



Chi scrive e dirige è Manele Labidi, una bella donna francese di origini magrebine, che quindi ben conosce l’ambiente che ci narra, le più varie ragioni per cui una giovin signora un giorno possa decidere di ritornare alle origini e delle difficoltà che può incontrare in questo cammino all’indietro, nel tempo e nei ricordi lasciati dai genitori e dai nonni. Femmina quindi come la protagonista e come i personaggi che incontriamo nelle sequenze iniziali, a cui Selma deve spiegare continuamente le ragioni del suo ritorno. Un po’ come, alla rovescia, Massimo Troisi era costretto a spiegare che era a Firenze per cercare il suo futuro e non come un meridionale emigrante. Nessuna di loro però comprende l’utilità e la convenienza di questa decisione, avendo tutte il sogno del cassetto che è quello di percorrere il tragitto inverso, cioè andare a vivere in Francia, nazione moderna lontana dal caos della vita nordafricana. Il bagno femminile iniziale si concretizza con l’ingresso di Selma nel salone della parrucchiera, dove quest’ultima avverte il dovere di renderla meno maschiaccio mediante una bella nuova pettinatura liscia, rovinandole la folta capigliatura piena di riccioli. Donne e donne, esaltate dalla voce di Mina che canta sia all’inizio che alla fine del film, con la celebre Città vuota e nel finale con Io sono quel che sono, brano non casuale per come andrà a finire la storia. Ancora, quindi, un tocco italiano con brani celebri degli anni ’60 che piombano ruggenti nel cinema straniero (come successo con Gianni Morandi in Parasite).


Cosa ha spinto perciò la ragazza a partire per Tunisi? Neanche la sua migliore amica se ne capacita, dal momento che Selma viveva in una città moderna come Parigi, dove invece lei scapperebbe volentieri. Per questo le chiede se per caso è nei guai per essersene andata via da lì: forse è incinta, o ha ucciso un uomo, oppure è drogata! Non le passa minimamente per la testa che i motivi son ben altri e che la psicanalista è in cerca di affermarsi nella patria di origine, convinta che anche lì la gente abbia bisogno del sostegno della dottrina freudiana come succede nel mondo occidentale. Perché non è detto che le problematiche psicologiche nascano solo nelle nazioni più sviluppate e industrializzate. Saranno ovviamente di natura diversa, ma le persone hanno ovunque necessità di parlare a chi li sa ascoltare a prescindere dalla vita che conducono. Chiunque, ovunque sia, sentirà il peso delle relazioni difficoltose con un familiare, con il partner, con l’ambiente di lavoro, con le decisioni importanti della propria vita, dei sogni mai realizzati. Poi c’è anche un serio motivo di natura sociale: la Tunisia si è appena liberata da Ben Ali e la popolazione è ancora incredula per la libertà conquistata e porta ancora i segni psicologici della dittatura militare. Tra fratture e contraddizioni. È per tutti questi motivi che Selma è partita per Tunisi, convinta com’è che anche lì avranno bisogno dei suoi consigli: i problemi, lei dice, sono dappertutto sempre gli stessi e siccome non si possono eliminare, vanno analizzati nella loro natura, appurati alla loro origine, accettarli. È la lampante dimostrazione di come ogni mondo è paese, ovunque ci sono gli stessi problemi e se lei conosceva la vita e le necessità del 17° arrondissement parigino sarà capace anche di studiare quelli della caotica città in cui ha deciso di vivere.



I problemi che invece riscontrerà inaspettati e contro cui andrà a cozzare - sebbene l’avvio dell’attività sia un enorme successo, con code lunghissime di gente che vuol fissare un appuntamento - sono quelli burocratici, a conferma che nel mondo più si scende verso il meridione più diventa complicato trattare con gli uffici amministrativi come, ad esempio, quelli che concedono la licenza per esercitare la sua professione. La fortuna o sfortuna è dovuta all’incontro fortuito con Naim, un poliziotto che diventerà delizia e croce della sua iniziale permanenza, tra multe minacciate e ferrei inviti a regolarizzare la posizione amministrativa, tra interrogatori e inviti a cena. Selma è tenace e volitiva, non si arrende facilmente, ma comincia a vacillare quando gli intoppi sembrano insormontabili e inizia perfino a pentirsi della decisione, fino a ripensare ad un eventuale dietrofront. Ma questo film non è un dramma, è una piacevolissima commedia e quindi è normale che le difficoltà verranno risolte e dopo una buonissima prima parte, pimpante e brillante, si scivola verso un finale un po’ telefonato, senza però perdere il mordente di opera riuscita. Il finale, vagamente onirico, vuole sorprenderci con l’apparizione di un distinto signore alla guida di un’auto lussuosa, che ha addirittura le vaghe sembianze di Freud, il quale sopraggiunge proprio nel momento giusto quando il suo scassato pickup Peugeot si ferma in panne lungo una strada deserta. Un salvataggio che sa di incoraggiamento ai fini della sua permanenza. Come un incoraggiamento.



Questa volta voglio essere sessista, nel miglior senso: solo una donna, sensibile come la regista Manele Labidi poteva girare un film così delicato, delizioso e nello stesso tempo divertente e intelligente. Un piacere assoluto per un film fatto bene e scritto benissimo, con al centro della storia la Selma interpretata da un’attrice anch’essa deliziosa, bella e brava. Infatti la regista punta tutto e gioca facile con il bel viso e gli occhioni scuri (ma anche dei mille riccioli) della eccellente Golshifteh Farahani: l’attrice iraniana - che vive stabilmente in Francia - è l’emblema della simpatia e della verve che domina il film e basta la sua leggera e adorabile presenza per dare a tutti un motivo valido per andare a vedere il film.


Riconoscimenti

César 2021

Candidatura miglior film

Premio Fedora Festival di Venezia 2019

Candidatura miglior film

Lumière 2021

Candidatura miglior film



 
 
 

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