Una notte a New York (2023)
- michemar

- 1 giorno fa
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Una notte a New York
Daddio
USA 2023 dramma 1h40’
Regia: Christy Hall
Sceneggiatura: Christy Hall
Fotografia: Phedon Papamichael
Montaggio: Lisa Zeno Churgin
Musiche: Dickon Hinchliffe
Scenografia: Kristi Zea
Costumi: Mirren Gordon-Crozier
Dakota Johnson: Girlie
Sean Penn: Clark
TRAMA: Una donna prende un taxi dall’aeroporto JFK di New York e si ritrova coinvolta in una profonda conversazione insieme all’autista, raccontandosi a vicenda le storie delle relazioni più importanti che hanno avuto nelle loro vite.
VOTO 6,5

Il titolo italiano è, per così dire, generico e rientra nella innumerevole lista delle trame che si svolgono nelle notti newyorkesi, dove, si sa, succede di tutto. Di buono e di cattivo, di piacevole e di criminale. Inoltre, come contenuto, si può annoverare tra i tanti film psicologici che raccontano un lungo rivelatore colloquio a due, solo due personaggi. Lei è una bellissima donna che sbarca all’aeroporto JFK, lui è uno dei tanti tassisti notturni in fila in attesa di clienti, tra l’altro a tariffa fissa per il percorso che con congiunge il terminal alla città. Come sappiamo tutti, nei viaggi su un taxi, brevi e più lunghi, può succedere che i due a bordo siano silenziosi, ognuno per i fatti suoi e per le più svariate ragioni (carattere o momento contingente della vita), oppure che si aprano a dialoghi vaghi che riguardano il momento politico, sportivo, sociale… Qui è il caso di un autista che ama chiacchierare, e non poco, e che ha la non facile dote di far aprire il passeggero a confidenze, che partono generiche e poi approfondiscono sempre più le tematiche del dialogo.

È proprio, quest’ultimo, il nostro caso e la trama non ha molto da raccontare, se non le tantissime confidenze che minuto dopo minuto si rivelano i due personaggi. Dalla più innocente a quelle più intime e personali, sia di natura familiare che relazionali con particolari che normalmente non si raccontano ad un estraneo, se non, come qui, come una lunga seduta psicanalitica, seppur forzata dal tassista, che ci appare fin troppo curioso ed insistente.
Girlie (Dakota Johnson), una giovane donna appena atterrata al JFK, sale su un taxi diretto al suo appartamento di Midtown Manhattan. Il tassista, Clark (Sean Penn), un uomo di mezza età dal carattere diretto, rompe subito il ghiaccio con osservazioni sul mondo che cambia, sul valore delle cose e sulla fine dei taxi tradizionali. Lei, inizialmente distaccata, si lascia coinvolgere dopo un messaggio romantico ricevuto dall’uomo sposato con cui ha una relazione. Durante il tragitto, i due si raccontano: lei è una programmatrice originaria dell’Oklahoma, lui viene dalla vecchia Hell’s Kitchen, un quartiere duro che non esiste più. Il traffico li blocca e la conversazione si fa più intima. Clark intuisce la relazione clandestina della ragazza e la mette di fronte alle sue illusioni, smontando le dinamiche di potere e desiderio che la tengono legata a quell’uomo. Lei parla della sorella maggiore, del loro rapporto ambiguo e di un passato familiare segnato da distanze emotive. Racconta anche di una gravidanza appena scoperta e persa durante il viaggio in Oklahoma, un dolore che non aveva ancora condiviso. Clark risponde con frammenti della propria vita, dei suoi matrimoni e dei suoi errori. Il dialogo diventa un confronto sincero tra due sconosciuti che, per una notte, si ascoltano davvero. Arrivati a destinazione, Girlie gli lascia una mancia generosa e i due si salutano con una commozione inattesa, consapevoli di aver condiviso qualcosa di irripetibile.
Lo strattagemma che la regista esordiente e sceneggiatrice Christy Hall (già autrice del tanto discusso It Ends with Us - Siamo noi a dire basta, quindi già abbastanza pruriginoso) utilizza per riempire i 100 minuti della durata è quello che durante il tragitto aeroporto-città inserisce un grave incidente stradale che obbliga ad una lunga sosta sull’autostrada, dando così modo ai due protagonisti di avere il tempo di approfondire le loro chiacchiere. Che chiacchiere non sono! Anzi, tutt’altro. Mentre l’amante tempesta la donna con frase erotiche e richieste di foto intime, proprio lì nel taxi, lei tergiversa e risponde alle sempre più coinvolgenti domande del tassista, provocando il lei non solo una pausa verso il compagno di vita ma anche una sorta di gioco per stimolare la controparte nelle confidenze più svariate. E di conseguenza veniamo a sapere molto dell’adolescenza di Girlie, della mancanza di un padre presente nella sua vita, motivo per cui spesso chiama il suo amante “daddy” (ecco spiegato il titolo originale) e dell’età matura di questi, della imprevista gravidanza (è il momento più drammatico dell’intero film) che, come lei spiega, non ha rifiutato ma è stato il futuro bambino ad abbandonarla con aborto spontaneo.
Da parte sua, Clark ammette di rimpiangere la prima moglie a cui, a quanto pare, ha voluto davvero bene e forse è stato un errore tradirla o averne cercata un’altra. Il momento più duro e forse più sincero, cosa che procurerà dure reazioni allo spettatore in disaccordo, è quando lui espone la sua convinta teoria: l’uomo non ama mai veramente l’amante ma cerca nella vita solo i suoi giocattoli preferiti. La professione che lo arricchisce, l’auto di lusso, l’abito firmato, i figli come trofei e… l’amante. L’amante, preda e giocattolo che danno prestigio e soddisfazione, tant’è che non dirà mai che la “ama”. Lei ne resta scossa e cerca di reagire, ma lui insiste preannunciando le mosse e le richieste che l’altro le farà sempre. È o non è una seduta psicanalitica? È l’occasione per ammettere errori e desideri? È, anche, un gioco a punti che i due si sfidano a fare per vedere chi riesce a far ammettere all’altro i propri errori o, almeno, ammissioni.

Come si può notare e immaginare, i due attori non sono quasi mai in piedi: da seduti devono recitare con i gesti e le espressioni, chiusi sempre nel veicolo, che la regista definisce come una “capsula del tempo”, qualcosa che si rivela capace di catturare la magia dell’interazione umana. Sean Penn è un attore più che navigato e per lui è un gioco recitare questo suo ennesimo personaggio. Ed è bravo, come sempre. Ammetto che Dakota Johnson, che ho sempre ritenuto più bella (tanto) che brava, mi ha fatto ricredere: lei è quella che premio di più, è quella che ha saputo tenere testa ad un esperto attore e a rendere credibile ed umano il suo personaggio di donna, in fondo, sola fin dall’infanzia e che nell’amante ha trovato l’uomo maturo che le mancava. Argomento trito e abusato? Senz’altro, ma se l’attrice si rende credibile ha compiuto la maggior parte del suo compito. Il finale, quello del saluto tra due persone che verosimilmente non s’incontreranno mai più, è scontato, è replicato da mille film, e quindi riciclato e riciclabile. Ma poteva andare diversamente? Solo in un particolare: la mancia, perché, come Clark spiega all’inizio, con la storia del POS a bordo del taxi, la gente, non pagando più con i contanti, non regala più una mancia. Bei tempi quelli di prima! Lei invece sarà generosissima. Almeno per ringraziarlo per il proficuo e lungo dialogo e, perché no, per gli insegnamenti morali e pratici ricevuti. Ed anche per quel pizzico di affetto spontaneo e di brevissima durata che si sono scambiati.
Non un film memorabile ma in resta chiaro il fatto che l’esordio di Christy Hall segna una certa umana capacità di trasformare un’ambientazione semplice in un intenso scambio di vedute sulle relazioni e i legami umani che sono altamente vulnerabili, spesso finti, di convenienza, oppure creduti sinceri solo per ingenuità o inesperienza, che devono però essere errori che insegnino la vita, altrimenti si cadrà nei medesimi sbagli. Film dolente, prima di tutto, che svela le debolezze che ognuno di noi porta con sé, ma è anche velleitario perché una giovane regista non può ambire a tanto ed è solo e semplicemente una pièce teatrale a bordo di un’auto, con un signore che fa la caccia alla psicologia di una donna che apparentemente è forte ma che invece è la parte debole, la vittima, la preda. Sia del tassista che dell’amante, almeno a sentire il primo. Il lato comunque positivo è che resta però una sottile differenza tra il film e la semplice operazione: la cura dei dettagli, le sfumature della scrittura e la sorprendente abilità con cui la sceneggiatura prende vita, dando forma a personaggi credibili e capaci di coinvolgere. Il merito, oltre alla bontà della sceneggiatura, è nella sapienza di un montaggio in cui sono inseriti primissimi piani dei volti dei due performanti protagonisti, a esplorare le loro emozioni.






















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