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Under the Silver Lake (2018)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Under the Silver Lake

USA 2018 mistery/fantasy 2h19’

 

Regia: David Robert Mitchell

Sceneggiatura: David Robert Mitchell

Fotografia: Mike Gioulakis

Montaggio: Julio C. Perez IV

Musiche: Disasterpeace

Scenografia: Michael T. Perry

Costumi: Caroline Eselin

 

Andrew Garfield: Sam

Riley Keough: Sarah

Riki Lindhome: attrice

Topher Grace: amico di Sam

Bobbi Salvör Menuez: Stella cadente 1

Jimmi Simpson: Allen

Patrick Fischler: fumettista

Laura-Leigh: Mae

Luke Baines: Gesù

Grace Van Patten: ragazza palloncini

David Yow: re dei senzatetto

Jeremy Bobb: compositore

Callie Hernandez: Millicent Sevence

Don McManus: uomo finale

 

TRAMA: Un giovane disilluso di Los Angeles si ossessiona per la scomparsa della sua enigmatica vicina, seguendo una scia di simboli, codici e complotti che lo trascinano nelle viscere più oscure e surreali della città.

 

VOTO 7

 

 

Scritto e diretto da David Robert Mitchell, è un neo‑noir pop, visionario e paranoico, che mescola thriller, satira culturale e ossessioni complottiste. Ambientato nella Los Angeles del 2011, il film segue Sam – interpretato da Andrew Garfield – un trentenne sfaccendato che vive tra frustrazione, fantasie di grandezza e un disperato bisogno di trovare un senso nascosto nelle cose. La scomparsa improvvisa della vicina Sarah diventa per lui il detonatore di un viaggio allucinato tra miti hollywoodiani, messaggi criptati, leggende urbane e poteri invisibili. Siamo nell’era social che vive di complottismi e sospetti di “poteri” che manipolano la nostra esistenza e questo nuovo regista (suo è il noto horror It Follows) ne esalta le manie in un gioco fantasioso che per tutta la durata non si sa dove va a parare.

 

 

Sam, trentatreenne senza lavoro e prossimo allo sfratto, passa le giornate a decifrare presunti codici nascosti nella cultura pop, convinto che dietro canzoni, programmi TV e simboli si nasconda una rete segreta di potere. Quando conosce Sarah (Riley Keough), la vicina che nuota nella piscina del suo residence, ne rimane affascinato: i due condividono una serata lieve, quasi sospesa. Il giorno dopo, però, Sarah è sparita senza lasciare traccia, se non un simbolo enigmatico sul muro del suo appartamento. Sam inizia a seguirne le piste, inseguendo ragazze misteriose, party dell’élite losangelina e notizie inquietanti sulla morte del miliardario Sevence. Ogni indizio sembra confermare le sue teorie: codici dei senzatetto, leggende metropolitane come il “Bacio del Gufo”, messaggi nascosti nella hit del momento Turning Teeth. La sua ricerca diventa un’ossessione febbrile che lo trascina sempre più lontano dalla realtà.

 

 

Guidato da un complottista paranoico, Sam scopre che dietro la musica pop si nasconde un unico compositore segreto, autore di decenni di successi e di messaggi criptati. L’incontro con questo anziano demiurgo musicale sfocia in violenza, incrinando definitivamente la percezione del protagonista. Da lì, Sam penetra in un tunnel sotterraneo che conduce a un rifugio antiatomico, dove scopre un rituale macabro: i ricchi e famosi si fanno murare vivi con escort, sperando di ascendere come faraoni moderni. Sarah è tra loro, viva ma irraggiungibile, sepolta sotto tonnellate di cemento. Sam ottiene un’ultima telefonata con lei, accettando il suo destino. Tornato nel suo appartamento, in attesa dello sfratto e forse della morte, trova inciso il simbolo del “fare silenzio”, come un ultimo messaggio dal mondo occulto che ha inseguito.

 

 

È un film affascinante e divisivo: un labirinto di simboli, citazioni, rimandi cinefili e paranoie culturali. Mitchell costruisce un noir psichedelico che dialoga con Lynch, De Palma, Hitchcock e Carpenter (sia visivamente sia con una colonna sonora che li richiama chiaramente, l’omaggio musicale, per esempio, a Vertigo è forte), ma lo fa con un’ironia corrosiva e una malinconia generazionale. La narrazione procede per accumulo, tra deviazioni, enigmi e piste che non portano da nessuna parte, riflettendo la confusione di un protagonista incapace di distinguere tra realtà e mito. Visivamente il film è magnetico: fotografia solare e inquieta, scenografie pop‑decadenti, musica ipnotica. Non tutto torna, e non tutto vuole tornare: è un’opera volutamente eccentrica, che può risultare frustrante o esaltante. Ma resta un ritratto acuto della cultura contemporanea, ossessionata dal bisogno di trovare significati nascosti ovunque.

 

 

Il film è intriso di simboli, codici, mappe segrete, messaggi nascosti nelle canzoni, leggende urbane e rituali di ascensione. Sam incarna la figura del “decodificatore paranoico”, tipica delle culture complottiste: vede pattern ovunque, interpreta ogni dettaglio come parte di una cospirazione globale. L’idea dei ricchi che si murano vivi come faraoni, la presenza del “re dei senzatetto”, la figura del Bacio del Gufo, i codici dei clochard, il compositore‑demiurgo che crea la musica del mondo: tutto costruisce un universo esoterico dove il potere è invisibile, rituale, sotterraneo. Mitchell non abbraccia queste teorie: le mette in scena come specchio della solitudine contemporanea, del bisogno di sentirsi speciali e di credere che la realtà nasconda un ordine segreto.

 

 

David Robert Mitchell firma un’opera ambiziosa, personale e rischiosa. La regia è ricca di stile, citazionista ma non derivativa, capace di fondere noir, commedia dark, thriller psicologico e surrealismo. Mitchell costruisce un mondo visivo coerente nella sua follia, dirigendo con mano sicura anche quando la trama si frammenta. Alcuni critici hanno giudicato il film erratico e autoindulgente, ma la sua regia resta uno degli elementi più forti: audace, libera, piena di invenzioni: per questo mi è piaciuto.

 

 

Andrew Garfield (attore che anni fa giudicavo in modo sbagliato, essendo invece davvero bravo, nonostante la sua faccia che pare un eterno fanciullo) offre una delle sue interpretazioni più insolite: vulnerabile, spaesato, ironica e disperata. Il suo Sam è un antieroe millennial, oscillante tra paranoia e romanticismo, tra infantilismo e lucidità improvvisa. Regge il film quasi da solo, trasformando la confusione del personaggio in un magnetismo costante. È una performance che molti spettatori hanno definito “addictive”, capace di rendere credibile un protagonista che vive in bilico tra realtà e delirio.

 

 

Presentato a Cannes 2018, può annoiare o entusiasmare, dipende da come si è predisposti: io ero molto incuriosito e questo stato non mi ha mai abbandonato per seguirlo con interesse, ed alla fine ne sono rimasto affascinato nel suo mistero e nelle sue scarse spiegazioni. O lo si accetta seguendolo con attenzione o si rifiuta. O abbandonarlo durante la visione, capita.

 


 
 
 

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