Wake Up Dead Man - Knives Out (2025)
- michemar

- 7 gen
- Tempo di lettura: 10 min

Wake Up Dead Man - Knives Out
(Wake Up Dead Man) 2025 mistery 2h24’
Regia: Rian Johnson
Sceneggiatura: Rian Johnson
Fotografia: Steve Yedlin
Montaggio: Bob Ducsay
Musiche: Nathan Johnson
Scenografia: Rick Heinrichs
Costumi: Jenny Eagan
Daniel Craig: Benoit Blanc
Josh O’Connor: padre Jud Duplenticy
Glenn Close: Martha Delacroix
Josh Brolin: monsignor Jefferson Wicks
Mila Kunis: commissaria Geraldine Scott
Daryl McCormack: Cy Draven
Andrew Scott: Lee Ross
Kerry Washington: Vera Draven
Bridget Everett: Louise
Jeremy Renner: dr. Nat Sharp
Cailee Spaeny: Simone Vivane
Thomas Haden Church: Samson Holt
Jeffrey Wright: vescovo Langstrom
Annie Hamilton: Grace Wicks
James Faulkner: reverendo Prentice Wicks
Noah Segan: Nikolai
TRAMA: L’infallibile detective Benoit Blanc deve occuparsi di un nuovo caso apparentemente impossibile, che lo porta nell’orbita di un carismatico sacerdote, monsignor Jefferson Wicks, e della sua devota congregazione. Di fronte a una morte avvolta nel mistero, per scoprire la verità Blanc dovrà districarsi in una complessa rete di segreti e tensioni latenti all’interno della comunità.
VOTO 6,5

A conti fatti e contemporaneamente, Rian Johnson e Daniel Craig si sono impadroniti di un serie di film come autore e protagonista che va a gonfie vele – anche se con rese non costanti – e non si esclude che sotto la cenere stia covando anche il quarto episodio di questa sorta di gialli mistery (ma anche chiaramente whodunit) apertamente ispirati ad Agatha Christie e alle due figure emblematiche d3ei suoi romanzi: un po’ Miss Marple ma ancor più Hercule Poirot, a cui si potrebbe aggiungere un tocco di tenente Colombo quando il personaggio, anche eccentrico, di Benoit Blanc (francesismo adeguato al detective belga francofono), esprime un certo senso di inettitudine recitata, facendo strategicamente finta di non aver le idee chiare e di brancolare nel buio durante le indagini. Il film presente, alla pari dei primi due, è corale, con un notevole cast di attori di primo piano, con un parterre di personaggi quasi tutti con almeno un motivo per aver pensato di assassinare uno di loro. Tutti sospettabili, quindi, e all’apparenza tutti scandalizzati di essere tali. Un po’ come succede costantemente nei casi dei due investigatori della scrittrice e drammaturga britannica.
Questo episodio si svolge in una zona rurale dello stato di New York, dove un giorno Jud Duplenticy (Josh O’Connor), ex pugile diventato prete cattolico, giovane ora con molta fede, viene trasferito per aver duramente colpito con uno dei suoi famosi cazzotti un diacono insolente. Punito dal vescovo Langstrom (Jeffrey Wright), è nominato assistente del parroco di Nostra Signora della Perpetua Fortezza, una parrocchia nascosta in una zona agricola, guidata da monsignor Jefferson Wicks (Josh Brolin). Questi è il nipote del reverendo Prentice Wicks (James Faulkner), che costrinse la madre del prete, nonché sua figlia Grace (Annie Hamilton), a rimanere in chiesa con la promessa di ricevere la sua eredità, solo per vedere la fortuna sparire dopo la sua morte. La donna, di facili costumi, per la rabbia di aver perso la fortuna vandalizzò furiosamente la chiesa e ne distrusse il crocifisso, che ora il figlio prelato si rifiuta di sostituire. Jud entra presto in conflitto con Wicks a causa della sua predicazione incendiaria, che ha allontanato tutti tranne i suoi parrocchiani più fedeli: otto, compreso Martha (Glenn Close) che fa da perpetua e Samson (Thomas Haden Church) che è il factotum. Durante i servizi liturgici del Venerdì Santo, Wicks muore in un ripostiglio vicino all’altare, pugnalato alle spalle da un coltello realizzato con un ornamento a forma di testa di diavolo che una sera Jud, ubriaco per la delusione del posto, aveva rubato da un bar e lanciato attraverso una finestra della chiesa. Anche se le prove sono insussistenti, il sospetto ricade inevitabilmente su di lui.
Già è di per sé una piccola chiesa di campagna, quindi con pochi fedeli, se poi si aggiunge che questo prete singolare è di dialettica violenta, predica più rabbia che amore, più selettività che fratellanza, accade che durante le sue invettive-omelie non pochi si alzano dai banchi e vanno via delusi e spaventati. I veri fedelissimi sono pochi e totalmente rapiti dall’oratoria veemente del monsignore (non chiamatelo diversamente ché si arrabbia tanto). Martha Delacroix, la perpetua e segretaria, è fanatica, invasata, totalmente soggiogata da Wicks, la più devota e pericolosa, vista dalla gente come invasata. Samson Holt è custode e giardiniere della chiesa, se ne sta sempre per conto suo, ed è di carattere silenzioso, obbediente, fisicamente imponente, figura stabile della parrocchia, sempre al servizio del monsignore, essendone il braccio operativo.
Simone Vivane (Cailee Spaeny) di professione violinista ma costretta su sedia a rotelle, è di carattere fragile, suggestionabile, profondamente legata al monsignore: la sua devozione nasce da un bisogno emotivo più che religioso. Lee Ross (Andrew Scott) è uno scrittore in crisi anche depressiva che si è barricato in una casa fortificata: rigido, moralista, incline al giudizio severo, trova appoggio alle sue debolezze psicologiche proprio nelle parole del parroco. Vera Draven (Kerry Washington) è un’avvocatessa influente nella comunità locale: devota, controllata, con un forte senso di appartenenza, è la voce politica del gruppo, ma rivelerà un segreto chiarificatore che muoverà parecchio le acque. Cy Draven (interpretato da Daryl McCormack) è uno dei personaggi più ambigui e narrativamente fertili del film: è praticamente un giovanotto che ha fallito il sogno politico ed ora tenta la fortuna come influencer sempre in giro con lo smartphone per postare gli avvenimenti, soprattutto dopo l’uccisione del parroco; è figlio adottivo di Vera Draven, ma, dettaglio cruciale, figlio biologico di… (no spoiler!).
A questi si aggiunge il dottor Nat Sharp (Jeremy Renner), uno dei personaggi più complessi e moralmente compromessi dell’intero parco: è il medico della zona, ma è rimasto destabilizzato da quando la moglie lo ha abbandonato portando con sé i figli. Ora è alcolista e ricattabile e sarà l’artefice del gran finale di sangue e sorprese. È vittima del ricatto di Wicks, ma diventa a sua volta complice di Martha Delacroix per opportunismo. Completa il film la commissaria che deve intervenire al momento del delitto: Geraldine Scott (Mila Kunis), che condurrà le indagini ma visto l’arrivo del celebre Benoit Blanc fa un passo indietro, cercando sempre di imporre comunque le sue deduzioni, sbagliate.
Il personaggio centrale e più celebrato è ovviamente di Daniel Craig ma il vero perno del film, da cui parte il racconto con una specie di voce narrante è un altro: è appunto, come visto nella trama, Jud Duplenticy, interpretato da Josh O’Connor. Lui arriva in quella località e la situazione viene sconvolta non tanto per la sua comparsa, tra l’altro, poco gradita dal monsignore che non vuole estranei né fastidi, quanto invece per la sua voglia di cambiare lo strano andamento che scopre e per le tante anomalie che vorrebbe eliminare. Lui immaginava di assolvere umilmente il compito di portatore di pace e amore con la parola di Cristo e la confessione (quelle concesse a Wicks sono uno dei contributi più comici del film) ma si trova invece a combattere contro la violenza mentale del parroco e la mentalità che predomina in quella comunità ristretta, alla pari più di una setta che di una congregazione, composta dalle figure appena esposte. Una lotta dura, difficile da vincere perché le idee malsane sono radicate e lui, provando a cambiarle, rischia l’isolamento se non proprio pericoli fisici. Fin quando se ne sta da parte va tutto bene, quando interviene o, addirittura, organizza una riunione dottrinale più fedele agli insegnamenti della Chiesa Cattolica, apriti cielo. Ce li ha tutti contro e visto che sta avendo solo diverbi con il parroco, quando questi viene assassinato il primo sospettato è lui. Inevitabile e classico nei gialli. Per fortuna sua, arriva il bellimbusto chiamato Benoit Blanc, che scombussola tutto e rimette in gioco le relazioni, stimolando le reazioni dei vari personaggi, ognuno a suo modo, ma tutti contro il nuovo arrivato. È Jud il personaggio su cui gira l’intero film, sempre sotto la “regia” dell’investigatore privato, fin quando, complicandosi vieppiù la vicenda con altri misteriosi accadimenti e conseguenti spiegazioni che paiono sempre effimere, prende il sopravvento la figura della fanatica indomabile Martha, vera dominatrice (anche come attrice) del lungo finale.
La trama è basata su alcuni percorsi che si intercorrono: il “regno” creato dal monsignore, scaturito dalla strampalata e grottesca storia di famiglia discendente dal fondatore reverendo Prentice Wicks, tra la figlia degenere e la allora piccola Martha, che dà luogo poi alla comunità di fedelissimi; il cammino di redenzione del giovane Jud, che incide in modo sconvolgente sullo status quo voluto da Jefferson; l’articolato piano diabolico (come quello materializzato dalla forma dell’arma del delitto) da parte di quest’ultimo per arrivare al possesso della rosa pietra preziosa, chiamata “Mela di Eva”, causa delle brame di chi ne era a conoscenza; l’irruzione del detective che vuole indagare anche per salvare il prete giovane dalle grinfie dei parossistici personaggi locali; le trame ordite dall’indomita Martha; lo sguardo tardo gotico della scenografia unito all’atmosfera mistery che ammanta lo storytelling. A ciò si aggiungono le invettive e lo scetticismo dell’eretico ospite, Benoit Blanc, che si scaglia, con stile da oratore, contro le credenze popolari come la fede religiosa: per lui la Chiesa “È costruita sulla vana promessa di una favoletta per bambini, ricca però di cattiveria, misoginia e omofobia, che ha giustificato atti di violenza e crudeltà da sempre taciuti e che al contempo nasconde le proprie vergognose azioni.” Perbacco che entrata in scena! Questo pot-pourri di aspetti produce, sotto la guida di Rian Johnson, un thriller lontano dai soliti schemi, con umorismo acido e divertente, se non proprio spiazzante. Da slapstick, in certi frangenti.
Ci sono, purtroppo, dei limiti. In alcune sequenze del film si avverte chiaramente che il regista indulge forse troppo nella ricerca di colpi di scena e trovate originali, sacrificando però la coerenza e la precisione del racconto. Le sue costruzioni narrative, per quanto ingegnose, presentano spesso passaggi che risultano o eccessivamente prevedibili, privi di reale suspense, oppure talmente poco verosimili da mettere a dura prova la credulità nello spettatore. Questa sensazione deriva dal fatto che, in più occasioni, la sceneggiatura sembra includere volutamente delle lacune, piccoli buchi narrativi che vengono poi sfruttati come espedienti per giustificare snodi poco convincenti della trama. È una scelta che, se da un lato rientra nella tradizione del giallo - dove il piano perfetto dovrebbe far pensare al pubblico che avrebbe potuto escogitarlo anche lui, almeno a posteriori - dall’altro rischia di indebolire la solidità dell’intreccio e il coinvolgimento emotivo. Nel caso specifico di questo film, però, il meccanismo non funziona del tutto: il pubblico non riesce mai davvero a sentirsi partecipe o in vantaggio rispetto alla soluzione del mistero, e il detective Benoit Blanc, pur rivelandosi ancora una volta geniale e carismatico, appare spesso al servizio di una serie di intrighi che risultano scollegati tra loro, più che tessere di un puzzle coerente. Ne risulta una narrazione che, pur ricca di momenti brillanti, sembra talvolta sacrificare la credibilità sull’altare dell’effetto sorpresa. Il film rientra come schema nel whodunit, ma in realtà non funziona come voluto. O forse appositamente voluto: chi conduce il ballo è Blanc; quindi, noi seguiamo la danza e basta.
È anche la prima volta che il detective viene posto un passo indietro perché la scena la prende Jud sin dal primo istante: diventa il centro dei sospetti, è costantemente seguito dall’obiettivo della cinepresa, si fa il tifo per lui affinché dimostri la sua innocenza. Ma soprattutto tiene banco per l’intero film, pur se Blanc entra, come i divi attesi, dopo ben 40 minuti con la filippica contro la Fede e soprattutto la Chiesa Cattolica. Ed ecco lì il famoso detective, sempre in ghingheri, in ogni film è elegante ma in maniera diversa, taglio di capelli e barba di qualche giorno come un playboy, sguardo magnetico, scenografico nel porsi sicuro di essere ammirato: un divo! Daniel Craig gigioneggia, come il suo personaggio, si esibisce, dimostrando ancora una volta che ha fatto bene ad abbandonare lo 007 che lo ha lanciato nel mainstream per interpretare ruoli diversificati, impegnativi o meno. Perché è bravo. Discorso a parte per Josh O’Connor: è bravissimo, straordinario nel rendere chiaro il carattere del giovane prete fulminato sulla strada di Damasco, abbandonando il ring dopo un grave atto di atroce cattiveria ed ora un convinto missionario della Fede. Il suo è uno show ammirabile, da applausi, è il pezzo forte del film, anche se per molti osservatori la vera star è Glenn Close. Che è, infatti, eccezionale, assoluta mattatrice che viene fuori pian piano col passare dei minuti e si prende tutto il finale. Grande attrice!
Non va trascurato infine l’impianto politico e la satira sociale che pervade l’opera come humus su cui svilupparsi. Il film evidenzia come Wicks, nel ruolo di falso messia, sfrutti la sua posizione per creare divisioni e manipolare la comunità, allontanandosi dai valori autentici della Chiesa e agendo per interesse personale. La sua gestione richiama quella di un leader che stravolge le regole pur di mantenere il controllo. È potere e manipolazione. Chissà se il regista non abbia voluto riferirsi ai recenti leader del mondo occidentale, perché è evidente come Rian Johnson porti avanti la sua critica sociale, mostrando una realtà deformata dai generi cinematografici. Come nei suoi film precedenti, usa la satira e l’ironia per riflettere sulle dinamiche del potere e sulle fragilità delle istituzioni, siano esse religiose, politiche o economiche.
A parte i miei, modesti, rilievi, in ogni caso il film non è all’altezza del primo, dal classico titolo giallistico Cena con delitto - Knives Out, meglio del più modesto secondo Glass Onion - Knives Out, ma in evidenza è costantemente l’elegantone Benoit Blanc, che è pur sempre il principe della serie, sempre cangiante nell’abbigliamento e nella vita (segreta) privata, con qualche coloritura per caratterizzare questo personaggio fuori serie: Daniel Craig è capace di far mutare il simpatico accento francese del belga Poirot in quello di un americano del sud, nel secondo film dà un accenno queer (Guadagnino non c’entra) e sa adeguarsi alle varie situazioni del climax del film in lavorazione. È una sicurezza e certamente si diverte, se è vero che abbia detto di essere pronto a continuare se la prossima sceneggiatura è valida. Josh Brolin è stato scelto con oculatezza: ha il physique du rôle perfetto, ha il vocione giusto e, spettinato come un novello Lebowski, è la trasposizione del Dude in parrocchia, ma in versione da cattivo, inquietante, manipolatorio e teatrale. In un ruolo molto diverso da soliti suoi, se la cava egregiamente. Grandiosa Glenn Close come già accennato, ma io applaudo quell’attore capace di ruoli tra i più differenti ma sempre resi al massimo: Josh O’Connor è un attore super e qui si esibisce al meglio, in varie sfumature di reazioni in mezzo a tutti quei matti di campagna.
Il cast dei nomi eccellenti non delude ed ognuno sa vestirsi del suo personaggio con buon rendimento, stando al gioco che decide il regista: Mila Kunis (sempre più matura e sicura), Daryl McCormack (si rivede il bel giovanotto di Il piacere è tutto mio), Andrew Scott (sempre in gamba), Kerry Washington (sciantosa), Jeremy Renner (ben tornato, in un ruolo diverso dal solito), Cailee Spaeny (questa mi interessa, cresce, dalla sua Priscilla in poi va sempre meglio, brava), Thomas Haden Church (finalmente un breve ma buon ruolo, adatto). Promosse ambientazione, fotografia ma soprattutto i costumi di Jenny Eagan, sempre presente nella trilogia e in altri film importanti.

La chiave di lettura del titolo ci avverte del contenuto: Wake Up Dead Man. Svegliati uomo morto! Chi deve svegliarsi? chi è morto o ha fatto finta? Non perdiamo il filo delle indagini e delle osservazioni di quel marpione di detective!























































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