21 grammi (2003)
- michemar

- 6 giu
- Tempo di lettura: 6 min

21 grammi
21 Grams
USA 2003 dramma 2h4’
Regia: Alejandro G. Iñárritu
Sceneggiatura: Guillermo Arriaga
Fotografia: Rodrigo Prieto
Montaggio: Stephen Mirrione
Musiche: Gustavo Santaolalla
Scenografia: Brigitte Broch
Costumi: Marlene Stewart
Sean Penn: Paul Rivers
Naomi Watts: Cristina Peck
Benicio del Toro: Jack Jordan
Charlotte Gainsbourg: Mary Rivers
Eddie Marsan: reverendo John
Melissa Leo: Marianne Jordan
Danny Huston: Michael
John Rubinstein: ginecologo
Clea DuVall: Claudia
Denis O’Hare: dr. Rothberg
Marc Musso: Freddy
Teresa Delgado: Gina
Paul Calderón: Brown
TRAMA: L’ex detenuto Jack investe con l’automobile due ragazze causando la loro morte. Christine, madre di una delle due giovani vittime, ripercorre tutta la sua esistenza alla luce di questa tragedia; nel frattempo Paul, malato di cuore, aspetta la chiamata per il trapianto.
VOTO 8

Cosa può essere che pesi soltanto 21 grammi? Un oggetto? No, l’anima. Quella che, secondo chi ci crede, è dentro ognuno di noi e che perdiamo nell’attimo della morte: il corpo si alleggerisce di questo minimo peso impalpabile. Perché mai questa idea è spiegata da un’intuizione di Alejandro González Iñárritu (come si faceva chiamare per esteso nei suoi primi anni di cinema) che intesse in intensissimo dramma scritto dall’amico e connazionale Guillermo Arriaga, con cui ha condiviso i primi successi. È il suo secondo film della cosiddetta “trilogia sulla morte” del regista messicano, della quale fanno parte anche i bellissimi Amores perros e Babel, che grosso modo sono altrettanto corali e tragici. E bellissimi.

Corale perché qui tre vite lontane tra loro si sfiorano senza saperlo, fino a convergere attorno a un unico evento che cambia tutto. Paul, un matematico gravemente malato di cuore, vive sospeso tra la speranza di un trapianto e la paura di non farcela. Cristina, ex tossicodipendente, ha costruito una vita stabile con il marito e le due bambine, trovando finalmente un equilibrio fragile ma luminoso. Jack, ex detenuto convertito alla fede, cerca di rimettere insieme i pezzi della propria esistenza, combattendo ogni giorno con sensi di colpa e tentazioni.

Un incidente improvviso spezza le traiettorie dei tre, costringendoli a confrontarsi con dolore, colpa, responsabilità e possibilità di rinascita. Paul riceve un nuovo cuore e, insieme a esso, un impulso a capire da dove provenga quella seconda possibilità. Cristina vede crollare il mondo che aveva faticosamente ricostruito e deve affrontare un lutto che la travolge. Jack, sconvolto dalle conseguenze delle proprie azioni, mette in discussione la sua fede e il suo posto nel mondo.

Le loro storie si intrecciano in un mosaico emotivo fatto di incontri, rivelazioni e scelte difficili. Ognuno cerca una forma di redenzione, o almeno un modo per sopravvivere al peso di ciò che è accaduto. Nel loro avvicinarsi, i tre scoprono quanto sia sottile il confine tra distruzione e salvezza, e come, a volte, la vita possa cambiare per sempre in un istante. In quei 21 grammi che, secondo una vecchia teoria, separerebbero il corpo dall’anima.

Trovo sia uno splendido caleidoscopio cinematografico, un mosaico di immagini che un pezzo alla volta si ricompone in una potente storia di tragedia e redenzione. Non ci troviamo solo di fronte a una delle pellicole più coinvolgenti del suo periodo, ma anche a una delle più intriganti e uniche a livello strutturale. Dai tempi di Memento non si vedeva un uso così magistrale e riuscito della cronologia non lineare. L’approccio a puzzle scelto dal regista AlejandroG. Iñárritu cattura lo spettatore, mantenendolo molto più vigile e affascinato di quanto avrebbe fatto una narrazione convenzionale dello stesso materiale.

Paul (Sean Penn) è un professore di matematica con una grave cardiopatia. Il suo matrimonio con Mary (Charlotte Gainsbourg) sembra condannato tanto quanto lui, ma la moglie si rifiuta di abbandonarlo e desidera un figlio tramite fecondazione artificiale. Senza un trapianto di cuore imminente, però, Paul potrebbe non vivere abbastanza per vederlo nascere. “La terra girò per renderci più vicini, girò su sé stessa e su di noi, finché ci riunì in questo sogno.”
Jack (Benicio Del Toro) è un ex detenuto che ha ricostruito la propria vita attraverso una fede ferrea in Gesù, pressoché maniacale, da invasato, ultraortodosso. Tuttavia, specialmente tra le mura domestiche, i fantasmi del suo passato violento faticano a rimanere nascosti. “È lui che da, è lui che toglie”.
Christine (Naomi Watts) è invece una donna felicemente sposata, madre di due splendide bambine. La sua routine serena viene improvvisamente spazzata via da un evento tragico che farà precipitare la sua vita nel caos, trascinandola nuovamente nel baratro della tossicodipendenza da cui il matrimonio l’aveva salvata.

Se fosse stato raccontato in ordine cronologico, sarebbe stato comunque un dramma solido e a tratti straziante. I temi e le interpretazioni (di altissimo livello) sarebbero rimasti immutati, eppure il film sarebbe stato radicalmente diverso. Rimescolando gli eventi in modo così non convenzionale, Iñárritu costringe lo spettatore a prestare una cura scrupolosa fin dal primo secondo. Diventiamo ipersensibili a ogni dettaglio, assorbendo molto più di quanto faremmo in circostanze normali. Veniamo stimolati intellettualmente: chiamati a ricomporre i pezzi del puzzle, ci troviamo davanti a un’esperienza quasi interattiva. All’inizio il film destabilizza. Sembra quasi che i registi abbiano preso 50 scene da due o tre minuti l’una e le abbiano montate a caso. Si salta continuamente tra passato, presente e futuro, e da un personaggio all’altro con una frequenza vertiginosa. Eppure, da quello che inizialmente appare come un caos frustrante, emerge un disegno preciso. Diventa chiaro che il regista tracci un percorso narrativo a spirale che converge inesorabilmente verso alcuni momenti chiave. Ci vuole un po’ di tempo, ma la nebbia si dirada e l’immagine prende forma.

A questo punto il valore aggiunto è l’approccio, quando genera un’empatia più profonda con i protagonisti. Vedendoli in contesti e linee temporali diverse in un lasso di tempo compresso, entriamo in sintonia con loro molto più rapidamente. Conosciamo frammenti del loro passato e del loro futuro, e questo ci fa sentire quasi come delle divinità amnesiche che osservano le loro vite.

E poi la recitazione. Perché il successo del film poggia inevitabilmente sulle spalle di tre attori in stato di grazia: sono un altro punto di forza. Sean Penn è straordinario e trattenuto. Interpreta un uomo morente oppresso dai sensi di colpa, offrendo una performance complementare ma opposta a quella (altrettanto monumentale) in Mystic River.
Naomi Watts ci offre una straordinaria interpretazione impressionante e viscerale. Affronta una trasformazione radicale e per nulla glamour, mostrando il volto crudo del dolore e dell’astinenza. Le urla di dolore e di respingimento del risveglio affettivo salgono al cielo come un grido disperato. La sua migliore prestazione di sempre? Forse.
Benicio Del Toro è fantastico nel ruolo meno appariscente ma emotivamente devastante. Il suo Jack non è un ipocrita religioso, ma un uomo che crede sinceramente in ciò che predica e vive un lacerante dramma interiore quando devia dalla retta via. Se la prende sempre con Gesù, sua quando gli va bene e quando gli gira tutto storto, senza mai capire che sono sempre errori suoi, ricadendo continuamente nel comportamento sbagliato.
Charlotte Gainsbourg ha la misura della grande attrice: sebbene se ne parla di meno, anche lei dà un contributo importante al film, cosa che accade anche all’ottima Melissa Leo.

Visivamente il film è cupo, caratterizzato da una fotografia fortemente sgranata e da una palette di colori desaturati, quasi lividi, accompagnati da una colonna sonora lenta e malinconica. Tutto è perfettamente calibrato per supportare l’intento stilistico del regista. Ma nonostante il tono sia cupo e tormentato, l’opera nasconde una scintilla di speranza legata al tema della redenzione. Sotto questo aspetto ricorda il precedente lavoro Amores Perros (anch’esso incentrato sulla complessità della natura umana e su una struttura non lineare), ma questa volta il film si rivela fondamentalmente più ottimista grazie alla profonda umanità dei suoi personaggi. Non sono santi, ma è impossibile non soffrire insieme a loro.

In conclusione, si tratta di un’opera straordinaria, di quelle che si sedimentano nei pensieri e non ti lasciano più. Esattamente come il film di Nolan citato, è un film che richiede quasi obbligatoriamente una seconda visione per essere apprezzato appieno nella sua complessa architettura e nella maestria delle sue transizioni. Che bel film!
Ricordo che nel momento dell’uscita lessi che “Nella sceneggiatura di Guillermo Arriaga la tematica filosofico-religiosa è assai ambiziosa: una storia di agonia e rinascita imperniata sui rapporti tra destino e libero arbitrio. Provvidenza (cattolica) e caso, presenza e silenzio di Dio.” Un elogio sublime!
Cieli freddi striati di nuvole grigiobluastre. “Quante vite viviamo? Quante volte si muore? Si dice che nel preciso istante della morte perdiamo tutti 21 grammi di peso. Nessuno escluso. Quanto c'è in 21 grammi? Quanto va perduto? Quando li perdiamo quei 21 grammi? Quanto se ne va con loro? Quanto si guadagna? Quanto si guadagna? 21 grammi. Il peso di 5 nichelini uno sull'altro, il peso di un colibrì, di una barretta di cioccolato. Quanto pesano 21 grammi?”

Riconoscimenti
Oscar 2004
Candidatura miglior attrice protagonista a Naomi Watts
Candidatura miglior attore non protagonista a Benicio del Toro
BAFTA 2004
Candidatura miglior attore protagonista a Sean Penn
Candidatura miglior attore protagonista a Benicio del Toro
Candidatura miglior attrice protagonista a Naomi Watts
Candidatura migliore sceneggiatura originale
Candidatura miglior montaggio
Mostra di Venezia 2003
Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Sean Penn
Audience Award a Benicio del Toro
Wella prize a Naomi Watts
Audience Award a Naomi Watts





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