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Babel (2006)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 19 ott 2021
  • Tempo di lettura: 3 min

Babel

USA/Messico/Francia/Marocco/Giappone 2006 dramma 2h23’


Regia: Alejandro G. Iñárritu

Sceneggiatura: Guillermo Arriaga

Fotografia: Rodrigo Prieto

Montaggio: Douglas Crise, Stephen Mirrione

Musiche: Gustavo Santaolalla

Scenografia: Brigitte Broch

Costumi: Michael Wilkinson, Gabriela Diaque, Miwako Kobayashi


Brad Pitt: Richard Jones

Cate Blanchett: Susan Jones

Adriana Barraza: Amelia

Gael García Bernal: Santiago

Rinko Kikuchi: Chieko Wataya

Kōji Yakusho: Yasujiro Wataya

Mustapha Amhita: Mohammed

MohammedBoubker Ait El Caid: Yussef

Elle Fanning: Debbie Jones

Nathan Gamble: Mike Jones

Said Tarchani: Ahmed

Mustapha Rachidi: Abdullah

Michael Peña: John

Clifton Collins Jr.: ufficiale di frontiera


TRAMA: Tre vicende intrecciate ma ambientate in Marocco, Tunisia, Messico e Giappone. Tutto ha inizio quando la tragedia colpisce una coppia in vacanza.


Voto 8

Il fucile di un uomo giapponese passa di mano e diventa, nella maniera più impensabile, il filo conduttore di una storia che ne abbraccia tre, distanti nello spazio e nel tempo, di etnie e di consuetudini, di modi di vivere e di pensare. È un’arma da caccia grossa, quindi potente, che colpisce anche a distanza e può uccidere. E quasi lo fa, quando arriva nelle mani di due adolescenti pastori marocchini che pensano di giocare a fare i grandi ferendo gravemente la donna di una coppia americana in piena crisi coniugale in vacanza alla ricerca dell’armonia perduta. I loro piccoli figli sono in patria, affidati ad una tata messicana che vuole partecipare al matrimonio di suo figlio in patria. Tre ambienti molto differenti abitati da persone afflitte dai consueti problemi esistenziali ma che si intrecciano anche a tale distanza.

Alejandro G. Iñárritu veniva da un esordio fulminante (Amores perros) seguito dal film girato negli Stati Uniti che lo rese noto in tutto il mondo con le candidature agli Oscar (21 grammi), opere che avevano già dimostrato come fosse abile a raccontare storie complesse, con molti personaggi problematici. Intesse, nell’occasione, un mosaico di tasselli che hanno portato a questo "casuale" incidente e narrando i suoi effetti sulle vite dei suoi protagonisti e delle difficoltà che stanno affrontando per i più disparati motivi. La famiglia marocchina vive di pastorizia povera, dove bisogna difendersi, anche con l’arma acquistata, dagli sciacalli che minacciano il gregge nei desertici paesaggi in cui vive, mentre il papà cerca di tramandare la tradizione a quei due figli che guardano al futuro. La famiglia americana affronta invece le incomprensioni tra i genitori e forse quel viaggio in Africa può risvegliare i sentimenti sopiti. In Giappone l’adolescente sordomuta Chieko sfoga con la ribellione e l’irrequietezza giovanile l’incomunicabilità tra lei e il padre dopo una perdita familiare che pesa come un macigno.

Tre famiglie lontane per tradizioni e lingua i cui puntini si uniscono con la traiettoria di un proiettile maledetto: poteva essere un tranello per la scrittura e la traduzione in immagini ed invece la bellissima sceneggiatura di Guillermo Arriaga, già collaboratore nei due film precedenti, e il talento innato del regista lavorano all’unisono creando un’armonia incredibile, esaltando da un lato la babele che regna nel mondo e dall’altro il dramma esistenziale delle persone che lo abitano. Le diversità vengono anche rappresentate dai differenti ambienti, perfettamente fotografato dalla mano del solito Rodrigo Prieto e dall’occhio di Alejandro G. Iñárritu: le aspre, sabbiose e rossastre montagne marocchine, gli interni ordinati del ricco territorio californiano che si scontra con il sanguigno e coloratissimo caos di una festa di nozze messicana, le geometriche architetture di Tokyo piene di grattacieli in cui gli educatissimi inchini dei giapponesi non cancellano i dissidi tra generazioni diverse, come un padre e una figlia, che comunica a gesti, chiusi nei rispettivi universi separati. È la babele dell’impossibilità della compartecipazione emotiva tra congiunti, a cui si aggiunge l’ottusità drammatica delle barriere culturali della Grande America. Anche lungo quel confine tra USA e Messico, la donna disperata che vuole chiarire la sua posizione ai poliziotti non riesce ad evitare la severità della legge, neanche per motivi umani. E i due bambini, ovviamente, non capiscono. Non tutto andrà per il meglio. Se le famiglie “interrotte” ne escono dalla vicenda rinsaldando i vincoli, la tragedia colpirà uno dei ragazzini pastori e la povera Amelia, che vedremo sconsolata seduta su un marciapiede messicano senza poter più rivedere i bambini che aveva accudito come figli e che erano stati parte della sua vita.


Storie di padri e di figli, come dice lo stesso Iñarritu, di esuli e viaggiatori in paesi estranei, primo fra tutti quello dei loro sentimenti e della loro mente. Unendo, con estrema bravura, in un unico cerchio l’identico sperdimento che alimenta la vita di persone che non si conoscono. Se fino ad allora Brad Pitt si era distinto con personaggi di vario tipo, tutti adatti ad esaltare le sue qualità istrioniche, qui si trova ad affrontare il ruolo più drammatico come mai prima e si dimostra ampiamente all’altezza. E se Cate Blanchett recita da par suo, la sorpresa è Adriana Barraza, attrice messicana che spicca per personalità e solarità. Notevoli poi le presenze di Gael García Bernal e di Rinko Kikuchi. Film che lascia il segno anche perché c’è un protagonista invisibile che assume l’importanza di protagonista: la meravigliosa musica di Gustavo Santaolalla, indimenticabile.


 
 
 

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