Amores perros (2000)
- michemar

- 6 giu
- Tempo di lettura: 4 min

Amores perros
Messico 2000 dramma 2h34’
Regia: Alejandro G. Iñárritu
Sceneggiatura: Guillermo Arriaga
Fotografia: Rodrigo Prieto
Montaggio: Alejandro G. Iñárritu, Luis Carballar, Fernando Pérez Unda
Musiche: Gustavo Santaolalla
Scenografia: Brigitte Broch
Costumi: Gabriela Diaque
Gael García Bernal: Octavio
Álvaro Guerrero: Daniel
Goya Toledo: Valeria
Vanessa Bauche: Susana
Emilio Echevarría: El Chivo
Jorge Salinas: Luis
Marco Pérez: Ramiro
Rodrigo Murray: Gustavo
Humberto Busto: Jorge
Gerardo Campbell: Mauricio
Rosa María Bianchi: zia Luisa
Dunia Saldívar: madre di Susana
Adriana Barraza: madre di Octavio
José Sefami: Leonardo
Gustavo Sanchéz-Parra: Jarocho
Ricardo Dalmacci: Andres Salgado
Patricio Castillo: dottore
Roberto Medina: conduttore
Lourdes Echevarría: Maru
TRAMA: Octavio vuole fuggire con la moglie del fratello violento e raggranella i soldi per la fuga facendo combattere il suo cane. Daniel è il direttore di una rivista, che lascia moglie e figlie per vivere con una famosa modella. El Chivo è un ex terrorista, fa il killer su commissione e vive con un branco di randagi.
VOTO 7,5

Con questo film del 2000, Alejandro González Iñárritu firma un esordio che ha il sapore della dichiarazione d’intenti: un cinema nervoso, corale, attraversato da ferite aperte e da un’umanità che si muove sul filo della sopravvivenza. È il primo tassello della cosiddetta “trilogia della morte”, che proseguirà con 21 grammi e Babel, ma già qui si intravede la forza di un autore capace di intrecciare destini, classi sociali e linguaggi visivi con una maturità sorprendente. Girato con un budget ridotto e un’energia quasi selvaggia, il film esplode come un mosaico urbano in cui amore, violenza e perdita si rincorrono senza tregua. È l’opera che ha imposto Iñárritu sulla scena internazionale, aprendo la strada al nuovo cinema messicano degli anni Duemila.

A Città del Messico, un violento incidente automobilistico diventa il punto di contatto tra tre storie che non avrebbero nulla in comune, se non la presenza costante dei cani e un’umanità in bilico. Octavio (Gael García Bernal), giovane dei sobborghi, vive con la madre (Adriana Barraza), il fratello Ramiro (Marco Pérez) e la moglie di quest’ultimo, Susana (Vanessa Bauche), di cui è segretamente innamorato. Per racimolare il denaro necessario a fuggire con lei, inizia a far combattere il suo cane Cofi nei circuiti clandestini, attirandosi l’odio di un gruppo di criminali locali. In un altro quartiere, la modella spagnola Valeria (Goya Toledo) si trasferisce nell’appartamento nuovo con Daniel (Álvaro Guerrero), direttore di una rivista che ha lasciato la famiglia per lei. La loro felicità si incrina quando Valeria rimane coinvolta nello stesso incidente e la sua carriera subisce un brusco arresto. La situazione precipita quando il suo cagnolino scompare sotto il pavimento dell’appartamento, trasformando la casa in un luogo di tensione crescente.

La terza storia segue El Chivo (Emilio Echevarría), ex guerrigliero diventato sicario, che vive ai margini con un branco di randagi. Presente sulla scena dell’incidente, raccoglie il cane ferito di Octavio e lo cura. Nel frattempo accetta un nuovo incarico, che lo costringe a confrontarsi con il proprio passato e con la figlia che non vede da anni. Tre vite, tre modi diversi di affrontare la perdita, tre percorsi che si sfiorano senza mai davvero incontrarsi, uniti da un destino che sembra scritto nelle strade della metropoli.

È un esordio che colpisce per intensità, ambizione e lucidità narrativa. Iñárritu costruisce un film-mondo che pulsa di vita e di caos, orchestrando tre storie con una sicurezza sorprendente per un debutto. La struttura a incastri non è mai un esercizio di stile: ogni episodio ha un’identità precisa, un tono diverso, un ritmo che cambia pelle come i personaggi che lo abitano.

La regia è nervosa, mobile, quasi febbrile: la macchina da presa entra nei corpi, nelle strade, nelle ferite, restituendo un Messico sporco, vivo, contraddittorio. Rodrigo Prieto (che comincia a diventare un grande direttore) firma una fotografia che alterna ombre sporche e bagliori accecanti, mentre il montaggio frammentato crea un senso di urgenza continua. La colonna sonora di Gustavo Santaolalla (altra carriera in ascesa), tra rock latino e atmosfere malinconiche, amplifica la tensione emotiva.

Il cast è uno dei punti di forza: Gael García Bernal trova qui il ruolo che lo consacra, fragile e impulsivo; Goya Toledo regala una Valeria spezzata e orgogliosa; Emilio Echevarría è un El Chivo memorabile, dolente e feroce allo stesso tempo. Anche i comprimari funzionano, contribuendo a un affresco corale che non ha punti deboli.

Il film parla di amori sbagliati, di scelte che pesano come condanne, di un’umanità che si aggrappa ai cani perché gli uomini spesso tradiscono. È duro, ma mai compiaciuto; violento, ma sempre emotivamente onesto. Un’opera prima che ha la forza di un pugno e la delicatezza di una carezza data troppo tardi. Come suggerirebbe la lettura più profonda, è un film sull’assenza: di padri, di affetto, di seconde possibilità. Iñárritu osserva i suoi personaggi dall’alto, come se fossero intrappolati in un limbo urbano da cui è impossibile uscire indenni. I cani diventano specchi, alter ego, testimoni silenziosi di un’umanità ferita che cerca un appiglio. È un’opera che resta, che continua a mordere anche dopo i titoli di coda, e che ancora oggi conserva la forza del suo impatto originario. Un debutto che non solo inaugura una trilogia, ma definisce un modo di guardare il mondo: attraverso le crepe, dove spesso si nasconde la verità.

Riconoscimenti
Oscar 2001
Candidatura al miglior film straniero
BAFTA 2002
Miglior film non in lingua inglese
Festival di Cannes 2000
Gran Premio della settimana della critica





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