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40 secondi (2025)

Immagine del redattore: michemar
michemar
11 minuti fa
Tempo di lettura: 7 min

40 secondi

Italia 2025 dramma biografico 2h1’

 

Regia: Vincenzo Alfieri

Soggetto: Federica Angeli (libro)

Sceneggiatura: Vincenzo Alfieri, Giuseppe G. Stasi

Fotografia: Andrea Reitano

Montaggio: Vincenzo Alfieri

Musiche: Alessandro Bencini

Scenografia: Elisabetta Zanini

 

Justin De Vivo: Willy Monteiro Duarte

Francesco Gheghi: Maurizio

Enrico Borello: Cosimo

Giordano Giansanti: Federico

Luca Petrini: Lorenzo

Francesco Di Leva: Ludovico

Beatrice Puccilli: Michelle

Sergio Rubini: il professore

Maurizio Lombardi: chef Tocai

Josafat Vagni: Renato

Daniele Cartocci: Cristian

Chiara Celotto: Rossella

 

TRAMA: Una banale incomprensione causa un litigio che si trasforma in men che non si dica in un pestaggio punitivo di violenza inaudita. Il corpo di un giovane di 21 anni, Willy Monteiro Duarte, rimane a terra senza vita. Quaranta secondi. Tanto è bastato a stroncare i sogni e le speranze di un ragazzo senza colpe.

 

VOTO 6

 

 

La cronaca, purtroppo.

Willy Monteiro Duarte, nato a Roma il 20 gennaio 1999 da genitori capoverdiani, viene ucciso a Colleferro il 6 settembre 2020 durante un pestaggio avvenuto mentre cercava di sedare una lite. Il gruppo responsabile – i fratelli Gabriele e Marco Bianchi, Mario Pincarelli e Francesco Belleggia, tutti di Artena (una cittadina, come l’altra, della cerchia metropolitana di Roma) – agisce con una violenza estrema, in un’aggressione che dura diversi minuti e che colpisce profondamente l’opinione pubblica italiana. I quattro vengono fermati il giorno stesso: per i fratelli Bianchi e Pincarelli viene disposto il carcere, mentre Belleggia va ai domiciliari. Il gesto altruistico di Willy, costato la vita, porta il Presidente della Repubblica a conferirgli la medaglia d’oro al valore civile alla memoria. Il film prende come soggetto il libro che ricava dalla cronaca la giornalista Federica Angeli, già nota per le sue inchieste sulla mafia romana, in particolare quella attiva a Ostia e proprio per questo vive sotto scorta dal 2013.

 

 

Il regista e sceneggiatore (anche ex attore) Vincenzo Alfieri, ne narra la triste vicenda nel suo quinto lavoro, con precedenti più che altro thriller, da cui si può dedurre che sia il suo genere preferito. E la affronta con uno schema che mi ha ricordato un maestro, anzi il Maestro Kubrick, il quale, da genio assoluto, girò il suo terzo film Rapina a mano armata in un modo che fu ritenuto non solo rivoluzionario ma persino – a detta dei critici e dei registi che poi lo acclamarono – azzardato: in quel film vi si racconta della rapina non nella maniera tradizionale ma prendendo uno ad uno i personaggi e seguendoli fino al clou della trama, il fatidico momento dell’atto criminale. Come degli spicchi che si seguono dall’esterno fino al centro, al momento fatale, in cui tutti convengono al luogo o ne restano lontani per accidenti vari. Schema che anche Paolo Virzì adottò per uno dei suoi più fortunati lavori, Il capitale umano. Alfieri segui quindi questo schema, prima portandoci nella notto e nella piazza dove avvennero i fatti, ma senza molto mostrare; e poi prendendo i personaggi importanti della trama e seguendoli passo passo fino a quel punto, girando finalmente la sequenza centrale che porterà gli interessati alla caserma dove li attende il maresciallo dei carabinieri che abitava proprio in quel luogo e che fu uno dei primi ad accorrere, vista la pessima situazione.

 

 

Nel cuore della notte del 6 settembre 2020, il film si apre con una coppia che assiste impotente alla morte di Willy Monteiro Duarte, vittima di un pestaggio feroce. Da qui si torna indietro di ventiquattro ore, seguendo le vite dei giovani coinvolti. Maurizio (il più che emergente Francesco Gheghi, ormai anche spesso premiato), frustrato e desideroso di sentirsi parte di un gruppo criminale, tenta di farsi accettare dai gemelli Lorenzo e Federico e da Cosimo (Enrico Borello), che lo considera troppo fragile per quel mondo. La sua giornata precipita: perde il lavoro, litiga con l’ex ragazza e si lascia trascinare dall’amico in una serata che promette guai. Michelle (Beatrice Puccilli), ragazza vivace ma insofferente alla vita di provincia, litiga con il fidanzato Cristian e finisce nello stesso locale. Un catcalling di Cosimo scatena una lite che degenera quando Maurizio colpisce il rivale, innescando una spirale di tensione che richiama i gemelli, già immersi in una quotidianità fatta di violenza, spaccio e relazioni familiari distrutte.

 

 

Parallelamente, il film segue Willy (Justin De Vivo), che vive con la madre e la sorella, lavora come cuoco e coltiva sogni di futuro chef mentre cerca di mantenere equilibrio e gentilezza. Dopo una giornata difficile al ristorante, esce con gli amici e si imbatte nella rissa fuori dal locale. Nel tentativo di calmare gli animi, viene travolto dall’arrivo dei gemelli, furiosi per questioni personali e pronti a colpire senza controllo. L’aggressione dura quaranta secondi: un tempo brevissimo e devastante, che lascia Willy esanime mentre gli amici cercano invano di salvarlo. Il giorno dopo, il carabiniere Ludovico (Francesco Di Leva) arresta i responsabili e informa la famiglia del gesto di coraggio del ragazzo. Il film si chiude ricordando le conseguenze giudiziarie dell’omicidio e il “Daspo Willy”, introdotto per inasprire le pene in caso di rissa, mentre una nota finale celebra la medaglia d’oro al valore civile conferita a Willy per il suo altruismo.

 

 

Vita di provincia ai margini della capitale, un mondo a sé dove qualcuno (come Michelle) sogna di scappar via per dare una mossa alla monotonia e al futuro che non esiste o si vede solo grigio, altri che sono nati lì, ci vivono alla giornata e sperano di non andar mai via, altri ancora che spadroneggiano in traffici illeciti coperti da un’attività che serve da maschera, ed infine giovani dal buon carattere che sognano alto, come Willy che, lavorando come cuoco in un ristorante da gourmet e appassionato di alta cucina, immagina di diventare chef ed è un giovane dal buon cuore e amico affidabile nella sua compagnia. Viene spontaneo chiedersi come mai questa storia nefasta colpisce un giovane che risulta il migliore di tutti, come se si beatificasse la vittima (i morti sono sempre bravi…). Ma questo è ciò risulta dalle evidenze e da chi lo conobbe: lui era veramente bravo e non aveva progetti fallimentari o da piccola criminalità come tanti in quella zona. No, Willy voleva migliorarsi e affermare la sua passione per la cucina di qualità. Ma il destino volle che, quando i due famigerati e palestrati delinquenti arrivarono in quella piazza, lui fu il primo sotto tiro che capitò davanti a quelli, i quali non cercarono di capire chi e perché colpire e scatenarono la loro furia sul corpo del giovane anche quando era svenuto a terra, colpendolo più volte e mortalmente.

 

 

Presentato alla Festa del Cinema di Roma, il film di Giuseppe Alfieri arriva come un progetto che possa servire ad affrontare la tragica morte con un approccio intimo, documentaristico, lontano dalla retorica e vicino ai volti, alle emozioni, alle micro-espressioni che spesso sfuggono alla cronaca. Il regista racconta di aver esitato prima di accettare la regia, convinto che la storia fosse già stata ampiamente trattata, ma la svolta arriva leggendo il libro di Federica Angeli, che lo spinge a interrogarsi sui gesti minimi dei protagonisti, su quella quotidianità che precede la tragedia e che permette di restituire l’umanità dietro i fatti. Da qui nasce la scelta di un taglio visivo essenziale, ravvicinato, costruito per cogliere la verità dei volti. Il regista firma anche il montaggio, lavorando di notte per permettere agli attori di rivedersi e crescere insieme al film, in un processo creativo condiviso e quasi artigianale. Fa tenerezza tener presente che l’esordiente Justin De Vivo, che interpreta Willy, confessa di aver avvertito il peso della responsabilità fin dal primo momento, consapevole dell’importanza di ciò che il film intende restituire. Con la speranza che attraverso il film possa arrivare a tutti un po’ di verità, almeno come forma di testimonianza civile. Un gesto di coraggio, un ragazzo che ha scelto di intervenire, e una comunità che continua a interrogarsi su ciò che è accaduto. Un film che non chiude una ferita, ma invita a guardarla senza distogliere lo sguardo.

 

 

Ma di che parliamo? La violenza, la maleducazione civica, la balordaggine, tutti difetti che vengono da lontano, dalla mancanza di istruzione e educazione, dalle famiglie che non curano gli aspetti importanti dei figli: il nucleo domestico, per esempio, dei gemelli picchiatori è un inferno mostruoso che fa paura in cui, però, Federico e Lorenzo navigano come pesciolini in una vaschetta paradisiaca di: a ma’, a bella, che famo, bbono ‘sto sugo, grazie ma’. Pronti anche a menare il padre che dà fastidio alla mamma che ama i suoi scarafoni. Aggiungiamo la vita notturna dei “ggiovani” che difendono il proprio orto e la ragazza che pensano di proprietà. Ciò che salta evidente è il forte maschilismo e la sottomissione delle ragazze, le quali quando si ribellano corrono seri rischi. Ecco, quindi, la battaglia tra i maschi per difendere la propria femmina come animali della giungla, come un capobranco. Storie di ordinaria follia, ignoranza e prevaricazione coltivate nel brodo primordiale di quel mondo selvaggio, in cui il privilegio consiste, come per il viscido Cosimo, nell’essere amico e protetto del duo incoscientemente assassino. Incoscienti perché loro picchiano duro, salvo poi meravigliarsi che i malcapitati muoiano.

 

 

Justin De Vivo vive un bel sogno a trovarsi protagonista, anche se appare solo in parte, uscendo allo scoperto solo verso il finale del film; Francesco Gheghi fa ormai parte dell’élite della recitazione giovane italiana e sta migliorando in ogni occasione; Enrico Borello è un altro emergente che sa scegliere i ruoli giusti per la sua fisionomia; Giordano Giansanti e Luca Petrini, conciati a dovere, fanno paura e paiono usciti da un film dei fratelli D’Innocenzo. L’esperienza del cast è rappresentata da Francesco Di Leva e Sergio Rubini, entrambi in ruoli a loro molto congeniali. Anzi, direi il che il professore svilito e illuso trovi nel viso rugoso del secondo l’interprete perfetto.

 

 

La regia, che, ripeto, pare parafrasare i gemelli D’Innocenzo, organizza adeguatamente la messa in scena ma non ho apprezzato (quasi odiato) la camera troppo nervosa, troppo movimentata, tecnica che assieme ai primissimi piani limitava molto la possibilità di poter giudicare l’espressività degli attori: se stai addosso al personaggio e ne inquadri solo un occhio o mezzo viso, poi passi alle dita, poi torni al naso, alla fine non so come il personaggio si stia comportando.  Buona l’idea kubrickiana dello schema narrativo ma la regia dallo sguardo concentrato soprattutto sugli ultraprimipiani la trovo sconcertante e, innanzitutto, inutile. Noto entusiasmo nei giudizi ma io resto perplesso, pur se nel complesso il film è comodamente sufficiente.

 

 

Riconoscimenti

Festa del Cinema di Roma 2025

Premio speciale della giuria al miglior cast attoriale

David di Donatello 2026

Candidatura miglior sceneggiatura non originale

Candidatura miglior attore non protagonista a Francesco Gheghi

Candidatura miglior casting

Candidatura miglior montaggio

Nastri d’argento 2026

Migliore attore non protagonista a Francesco Gheghi

Migliore montaggio

Miglior casting director

Candidatura miglior film

Candidatura miglior sonoro in presa diretta

Globo d’oro 2026

Candidatura al miglior film

Riconoscimento alla Giovane Promessa a Justin De Vivo

 


 
 
 

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