Ammazzare stanca - Autobiografia di un assassino (2025)
- michemar

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Ammazzare stanca - Autobiografia di un assassino
Italia Germania 2025 gangster biografico 2h9’
Regia: Daniele Vicari
Soggetto: Antonio Zagari (Ammazzare stanca)
Sceneggiatura: Daniele Vicari, Andrea Cedrola
Fotografia: Gherardo Gossi
Montaggio: Benni Atria
Musiche: Teho Teardo
Scenografia: Noemi Marchica, Lorena Curti
Costumi: Francesca Vecchi, Roberta Vecchi
Gabriel Montesi: Antonio Zagari
Vinicio Marchioni: Giacomo Zagari
Selene Caramazza: Angela
Andrea Fuorto: Enzo Zagari
Thomas Trabacchi: la Jena del Giambellino
Pier Giorgio Bellocchio: colonnello Becker
Rocco Papaleo: don Peppino Pesce
Francesco La Mantia: Paolo Masu
Vincenzo Zampa: Mimì Argento
Aglaia Mora: Angelina
Cristiana Vaccaro: Annunziata Zagari
Enrico Salimbeni: Belloni
Saverio Malara: Pasquale Lo Bianco
TRAMA: Antonio Zagari, figlio di un ‘ndranghetista che si è trasferito in provincia di Varese, ha una crisi di coscienza dopo essere stato arrestato e decide di collaborare con la giustizia.
VOTO 6

Allontanandosi dai temi degli ultimi lavori, come è successo con il buon Orlando, Daniele Vicari si è sentito attratto dalla lettura di un libro edito nel 1992, l’autobiografia che Antonio Zagari aveva scritto durante la sua detenzione, una storia raccontata alla maniera di Quentin Tarantino o Martin Scorsese, nella quale violenza e sarcasmo si intrecciano a una inattesa sincerità. Forse la principale spinta a farne un film è stata l’occasione per mettere insieme molte cose dalle quali lui si dice appassionato: action, conflitti familiari, desiderio di emancipazione e ribellione, amore, tragedia e ironia. C’è un po’ di tutto questo nel film, che narra appunto la trasformazione mentale che aveva portato il criminale ad un cambio di registro della sua vita. Ne viene fuori un dramma esistenziale sin dalle prime sequenze, in cui salta agli occhi come questo protagonista, figlio di un piccolo boss del ‘drangheta calabrese che imperversa nella provincia varesotta, uccida freddamente su ordine del genitore ma provi una evidente ripulsa al sangue, una reazione che la sua donna, futura dottoressa, definisce emofobia: guai a sporcarsi del sangue della vittima! Reagisce facilmente dando di stomaco, segno chiaro ed inconscio che sta cominciando a provare ribrezzo delle conseguenze dei suoi atti criminali.

Siamo nei primi anni Settanta e la ’ndrangheta calabrese dilaga e impera, dal sud al nord. Antonio Zagari (Gabriel Montesi), figlio di Giacomo (Vinicio Marchioni), un boss calabrese trapiantato in Lombardia, dopo aver ucciso più e più volte, capisce di non essere adatto a quella vita: per lui uccidere diventa un peso insostenibile, fino alla nausea, anche per il sangue: una ribellione del corpo prima che della coscienza, che però mette in pericolo le persone che ama e la sua stessa vita. Mentre i suoi coetanei si ribellano nelle fabbriche, nelle università, nelle piazze, in lui cresce il rifiuto per l’esercizio del potere e per la ferocia del genitore. Nasce così istintivamente la volontà di trovare il coraggio di andare contro il padre e addirittura tramare contro di lui una vendetta. Cerca una sorta di liberazione, anche per non perdere l’amore della vita, quello per la bella Angela (Selene Caramazza), che non vede l’ora di sposare, regalandole, però, un prezioso anello frutto di una delle tante rapine che realizza con l’aiuto del gruppo di scagnozzi all’ordine del padre e del fratello minore Enzo (Andrea Fuorto).

Tallonato con estrema costanza dal colonnello dei carabinieri Becker (Pier Giorgio Bellocchio), si sente da un lato oppresso e sotto osservazione, da un altro in crisi psicologica volendo porre fine ad una esistenza che vede senza via d’uscita. Alla svolta contribuisce anche il rifiuto da parte del padre all’invito di un altro boss locale, Lo Bianco, di entrare nel traffico della droga. Qui Vicari rende omaggio ad una situazione molto simile a quella che succede nel mitico Il Padrino, allorquando Don Vito Corleone rifiuta di entrare nel business dei narcotici: qui è il papà Giacomo che dice no mentre sfiora con due dita la guancia respingendo l’offerta di collaborazione, nonostante le allettanti prospettive di guadagno facile. Un’altra citazione mi è sembrata la passione del protagonista per i libri (legata alla propensione per la buona scrittura sin dall’adolescenza) con la scena in cui, in carcere, chiede di essere assegnato alla biblioteca, come succede – vagamente – in Le ali della libertà con Tim Robbins e Morgan Freeman che gestiscono i libri dell’istituto penitenziario.

Sia il fratello che Antonio si ribellano a questo diniego, perché, in primis, lui immagina di smettere di fare rapine pericolose (in una ne resta anche ferito e viene catturato dai carabinieri, e condannato alla prigione) e soprattutto di uccidere nella guerra senza quartiere delle cosche. Smettere di essere killer e mettere su famiglia diventa la sua ossessione. Ed è proprio durante la detenzione che comincia a mettere nero su bianco in una specie di confessione totale su un quaderno in cui svela tutti i retroscena e le manovre criminali.

Per realizzare questa storia per lo schermo, Daniele Vicari pare più maturo nella messa in scena e nelle inquadrature, più marcatamente in tema con il soggetto. Peccato però per l’inutile lungaggine di non poche sequenze, motivo per cui la durata del film pare eccessiva: più contenuto, il film sarebbe stato più incisivo e interessante, invece di soffermarsi troppo in alcuni snodi della sceneggiatura. Inevitabile, dato il comportamento imprevisto e il cambiamento di mentalità da parte di Antonio, che si vada allo scontro, anche fisico, tra padre e figlio, oltre alla perdita di controllo da parte del giovane Enzo, entrato in crisi per l’ordine di rapire a scopo di riscatto il suo amico preferito e compagno di corse su motocross. Da qui un certo allontanamento dalla famiglia da parte del giovane e l’avvicinamento alla tossicità, essendosi dedicato – nonostante il divieto del padre – al traffico degli stupefacenti. La confessione scritta nei giorni di prigionia, porterà Antonio a rivelare l’attività criminale della “famiglia”, nucleo essenziale e basilare della mentalità ‘ndranghetista.

Sono anni di contestazione studentesca ed operaia, ma il fenomeno sociale non interessa ad Antonio, il quale invece di partecipare alla rivoluzione sociale preferiva ribellarsi alla vita obbligata della “famiglia” e del padre innanzitutto: la sua reazione è più verso lo status quo parentale che verso quello sociale, tenendo testa pericolosamente al genitore, rischiando persino di essere ucciso da questi, data anche la severità della legge delle cosche, che non ammettono pentimenti o ripensamenti. Ciò non diminuisce la portata dell’importanza della ribellione perché in questo contesto è tutto davvero difficile per Antonio, che trova sfogo e soluzione mentale scrivendo, azione che per lui vuol dire libertà, anzi liberazione.

Non si può sottacere, tuttavia, che, come nel libro, non c'è “moralizzazione”, Antonio non è folgorato sulla via di Damasco, non si converte alla legalità. Al contrario, quando il protagonista racconta gli omicidi a cui partecipa, si diverte a farlo senza inibizioni, ed è per questo che il pensiero va a Scorsese e Tarantino, come se fosse andato al cinema a vedere i loro film. Lui inciampa su se stesso, è un perdente totale, un emarginato, è il primo a essere ironico riguardo alla sua stessa miserabile esistenza.

Ripercorrendo la storia ci si ritrova dentro un viaggio che non è solo criminale, ma profondamente personale. Antonio Zagari attraversa gli anni Settanta tra sequestri, rapine e omicidi, in mezzo alle rivolte giovanili, ma la ribellione nasce in silenzio, come un rifiuto istintivo della violenza e soprattutto del potere del padre, figura dominante. La famiglia, che dovrebbe proteggerlo, diventa invece il primo recinto da cui tenta di evadere. Accanto a lui si muovono Angela, che rappresenta un possibile futuro diverso, e i boss che incarnano il peso della tradizione mafiosa. Daniele Vicari, partendo dal memoriale, costruisce un film che resta ancorato alla verità senza trasformare il protagonista in un’icona del genere. È un racconto di identità, di eredità pesanti e di tentativi fragili per liberarsene.

La musica di Teho Teardo, con la chitarra battente calabrese, aggiunge un tono arcaico e malinconico, come se accompagnasse i desideri inespressi dei personaggi. Alla fine, ciò che resta è l’immagine di un uomo che prova a riscriversi, pur sapendo che ogni parola può costargli la vita. Gabriel Montesi trova con il film l’occasione migliore della sua vita, pur avendo avuto altri ruoli importanti ma in film minori oppure con personaggi ai limiti dell’horror. Il suo Antonio lo interpreta molto bene e sa adeguarsi al varesino di derivazioni calabresi che significa razzismo locale, specialmente quando il “padrone” minaccia di chiudere la fabbrica e gli operai indigeni lo trattano come “terrone”, ma mai mettendolo in allarme, conoscendo bene in anticipo delle conseguenze di una sua reazione violenta.

Selene Caramazza non trova modo di andare oltre la consueta donna del killer, ma si possono notare segnali di maturazione scenica e spero per lei che abbia la giusta occasione per affermarsi definitivamente. Vinicio Marchioni, dall’alto delle sue decine e decine di apparizioni, sa come porsi e gestisce il suo personaggio con maestria. Andra Fuorto è promosso, mentre Pier Giorgio Bellocchio mi è sembrato troppo rigido nella divisa del colonnello, ma ha il merito di aver creduto nel progetto in qualità di produttore, assieme, tra gli altri, ai Manetti Bros.; il contributo di Rocco Papaleo è, come ci si può attendere, eccellente: il suo boss don Peppino pare derivare direttamente dai classici padrini che comandano solo con la presenza.

Il mio voto non è eccelso ma sono certo che se il film fosse durato almeno 20 minuti di meno lo avrei gradito maggiormente. Troppo pochi tagli hanno condizionato la visione: se il regista fosse stato più essenziale, il film ne avrebbe guadagnato.
Perché, ammazzare stanca.
Perché: “Nel gergo mafioso calabrese, ammazzare si dice astutare (spegnere). Omicidio, si dice sballu’, oppure come preferito dai giovani mafiosi, blackout. ‘Ntufari, ammazzare a colpi di tufa (pistola). Gli uomini che vi fanno parte sono un'accozzaglia. Un’accozzaglia di assassini senza dignità e privi di onore.” Questo è l’incipit con la voce del protagonista, ma indica principalmente la fine della storia.

Riconoscimenti
David di Donatello 2026
Candidatura miglior attore non protagonista Vinicio Marchioni






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