9 settimane e ½ (1986)


9 settimane e ½
Nine 1/2 Weeks
USA 1986 commedia drammatica 1h57’
Regia: Adrian Lyne
Soggetto: Elizabeth McNeill (romanzo)
Sceneggiatura: Sarah Kernochan, Zalman King, Patricia Louisianna Knop
Fotografia: Peter Biziou
Montaggio: Caroline Biggerstaff, Ed Hansen, Tom Rolf, Mark Winitsky
Musiche: Jack Nitzsche
Scenografia: Ken Davis
Costumi: Bobbie Read
Mickey Rourke: John Gray
Kim Basinger: Elizabeth McGraw
Margaret Whitton: Molly
David Margulies: Harvey
Christine Baranski: Thea
Karen Young: Sue
Dwight Weist: Matthew Farnsworth
William De Acutis: Ted
Roderick Cook: Sinclair
Justine Johnston: venditrice di letti
Olek Krupa: Bruce
Cintia Cruz: prostituta sudamericana
Ronnie Wood: se stesso
TRAMA: L’agente di cambio John e l’impiegata di una galleria d’arte Elizabeth iniziano una relazione sessuale. Dopo un passo falso, Elizabeth pone fine alla relazione dopo nove settimane e mezzo, proprio quando John sta per innamorarsi di lei.
VOTO 6

Uscito nel 1986 e diretto da Adrian Lyne, è senz’altro uno dei titoli più emblematici dell’erotismo patinato anni Ottanta. Il film, interpretato da Mickey Rourke e Kim Basinger, ha diviso profondamente la critica: da un lato l’eleganza visiva (tipica delle opere patinate del regista) e la chimica tra i protagonisti, dall’altro una narrazione spesso fragile e più interessata alla provocazione che alla complessità emotiva. A decenni dall’uscita, resta un’opera che ha segnato l’immaginario collettivo, diventando un cult generazionale.

Elizabeth McGraw, giovane divorziata che lavora in una galleria d’arte di Soho, sta preparando la mostra di un pittore anziano e schivo. Durante una commissione nel quartiere cinese di New York incontra John Gray, broker di Wall Street, elegante e misterioso. Tra i due nasce un’attrazione immediata che si trasforma presto in una relazione intensa e totalizzante. John introduce Elizabeth a una serie di giochi erotici che alternano seduzione, controllo e sperimentazione sensoriale: dal ghiaccio sulla pelle ai rituali di cibo e desiderio, fino a situazioni sempre più audaci che mettono alla prova i confini emotivi della donna. Elizabeth, inizialmente affascinata dalla sicurezza di John, comincia a perdere interesse per il lavoro e a vivere la relazione come un percorso di liberazione personale, tra slanci istintivi e nuove fragilità.

La storia procede come una spirale di passione e dipendenza: momenti di tenerezza si alternano a episodi di gelosia, provocazione e ambiguità. John spinge Elizabeth verso esperienze sempre più estreme, fino a coinvolgerla in un gioco a tre che la ferisce profondamente. La donna, sconvolta, tenta di recuperare la propria identità professionale e emotiva, ma la relazione ormai la consuma. Dopo un’ultima notte insieme, Elizabeth comprende che il legame con John non può più sostenerla: decide di lasciarlo, mentre lui rimane incapace di esprimere i propri sentimenti. La storia si chiude con la protagonista che torna alla sua vita quotidiana, segnata da un amore che l’ha trasformata e ferita.

Le opinioni in merito furono e restano contrastanti. Va riconosciuta la forza visiva del film: l’estetica lucida, la fotografia elegante e la costruzione di un erotismo che punta tutto sulla suggestione. La chimica tra Mickey Rourke e Kim Basinger è il vero motore narrativo, capace di sostenere anche le parti più deboli della sceneggiatura, ma in tanti noi spettatori abbiamo però evidenziato limiti strutturali: la relazione tra i protagonisti, pur intensa, viene raccontata più come una sequenza di episodi sensuali che come un percorso emotivo coerente. La psicologia dei personaggi rimane in superficie, e la dinamica di potere, che poteva essere l’aspetto più importante perché potenzialmente complessa, non trova una reale evoluzione drammatica. Come un film affascinante ma vuoto, dove la provocazione visiva prevale sulla profondità narrativa.

Nonostante ciò, il film è stato riconosciuto come un cult del suo decennio, grazie alla sua audacia formale, alla colonna sonora iconica e alla capacità di catturare un immaginario erotico che ha influenzato cinema, videoclip e cultura pop. Mickey Rourke, che si stava costruendo una buona carriera, era già noto ma Kim Basinger esplose nella sua totale bellezza che la lanciò nello star system definitivamente, anche come sogno erotico maschile. Il brano You Can Keep Your Hat On cantato dal mio amatissimi Joe Cocker è trascinante e resta il marchio del film.

In definitiva, rimane un’opera che seduce più di quanto racconti: un viaggio sensoriale che ha segnato un’epoca, pur senza raggiungere la profondità emotiva che avrebbe potuto renderlo davvero memorabile.






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