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Agente 007 - Missione Goldfinger (1964)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 18 ott 2025
  • Tempo di lettura: 5 min

Agente 007 - Missione Goldfinger

(Goldfinger) UK, USA 1964 spionaggio 1h50’

 

Regia: Guy Hamilton

Soggetto: Ian Fleming (romanzo)

Sceneggiatura: Richard Maibaum, Paul Dehn

Fotografia: Ted Moore

Montaggio: Peter R. Hunt

Musiche: John Barry

Scenografia: Ken Adam

Costumi: Elsa Fennell, John Hilling

 

Sean Connery: James Bond

Honor Blackman: Pussy Galore

Gert Fröbe: Auric Goldfinger

Shirley Eaton: Jill Masterson

Tania Mallet: Tilly Masterson

Harold Sakata: Oddjob

Bernard Lee: M

Martin Benson: Solon

Cec Linder: Felix Leiter

Austin Willis: Simmons

Lois Maxwell: Miss Moneypenny

Bill Nagy: Midnight

Desmond Llewelyn: Geofrey Boothroyd – Q

 

TRAMA: James Bond scopre un complotto orchestrato da un magnate dell’oro per contaminare la riserva aurea di Fort Knox ed incrementare il valore dei propri possedimenti.

 

VOTO 7,5



Fermi tutti! Dopo due messe a punto (parlo di Agente 007 - Licenza di uccidere e A 007, dalla Russia con amore), il fenomeno Bond fa il botto planetario: in una frase, Goldfinger medita di depredare Fort Knox, 007 sventa nonostante le seducenti moine di Pussy Galore. Un incasso monstre che ai parametri di oggi si parlerebbe di circa un miliardo di dollari, personaggi indimenticabili (il killer muto dal cappello lamato Oddjob, nella vita era Harold Sakata, ex campione di wrestling), gadget memorabili (la Aston Martin super accessoriata, il cui modellino era oggetto di culto dei ragazzi del mondo), la scena della ragazza tutta verniciata d’oro che divenne un’icona, più la canzone dei titoli di testa cantata da Shirely Bassey. Era nata la formula dei film di Bond, con i Beatles il più seducente ambasciatore dell’Inghilterra nel mondo. Ah, ed è stato anche il primo della serie a vincere un Oscar, per gli effetti sonori. E siamo solo al terzo film!



Ma soprattutto non è sufficiente, se se ne vuol dire la magnificenza e la novità: vedere Sean Connery che esce dall’acqua indossando una muta da sub sotto la quale veste uno smoking bianco perfettamente conservato e asciutto, significa che esiste un prima e un dopo Goldfinger. Prima James Bond era una spia britannica affascinante in storie ancora molto debitrici dei romanzi di Ian Fleming, a budget relativamente basso, poi lo spartiacque, questo film, ha aperto un’era, una mania, una storia infinita che non vedrà tanto facilmente la fine. Anzi, si può anche scommettere che non ci sarà esaurimento della miniera che ha semplicemente una sigla di cifre: 007.



L’agente dell’MI6 James Bond distrugge un laboratorio di droga e fulmina un antagonista in un bagno in America Latina. Bond si dirige quindi a Miami Beach, dove il suo superiore, M (Bernard Lee), attraverso l’agente della CIA Felix Leiter (Cec Linder), ordina a Bond di osservare il commerciante di lingotti Auric Goldfinger (Gert Fröbe) in un hotel di Miami Beach. Bond scopre quest’uomo che bara a una partita di gin rummy ad alto rischio, aiutato dalla sua dipendente Jill Masterson (Shirley Eaton). 007 la interrompe e ricatta l’uomo per farla perdere. Dopo una serata con lei, Bond viene messo fuori combattimento dal servo coreano di Goldfinger, Oddjob, e si sveglia e trova Jill ricoperta di vernice dorata, morta per soffocamento della pelle. Se questo è solo l’incipit, figuriamoci il seguito.



La leggenda narra che Sean Connery e Guy Hamilton, il regista, erano diventati amici frequentando lo stesso club, il Buxton di Londra, ed è l’attore a consigliarne l’ingaggio. Dalla comune passione per le auto sportive di Hamilton e dello scenografo Ken Adam (genio!) l’idea della Aston Martin DB5 da rielaborare totalmente. In sei settimane negli studi di Pinewood, nel padiglione che si chiamerà poi 007, l’automobile viene smontata e accessoriata con i rostri rotanti sui cerchioni, un sedile eiettabile, idranti posteriori e mitragliatrici anteriori, un pannello blindato che s’alza e s’abbassa dietro casomai qualcuno ti spari addosso più altri meravigliosi giocattolini della sezione Q che nel film Bond non avrà occasione di usare (per esempio un pannello estraibile dal sedile del passeggero con una varietà di armi da fuoco e da taglio).



Di Hamilton l’idea della “tritarga”, i numeri di targa che cambiano e che in verità voleva far montare sulla sua, di macchina, per eludere le numerose multe che prendeva nel centro di Londra. In prossimità di Fort Knox nel Kentucky, ovviamente inaccessibile, gli esterni delle sequenze finali. Veri soldati utilizzati come comparse e compensati con dieci dollari e una birra a testa. In pratica dovevano marciare e fingere di svenire a un segnale convenuto.



Interni memorabili ricreati da Adam, per esempio la stanza delle riunioni di Goldfinger, quella del suo “discorso alla nazione” criminale. Del dream team del film fanno parte anche il montatore Peter Hunt, il compositore John Barry, il direttore della fotografia Ted Moore, lo storico sceneggiatore Richard Maibaum autore del copione con Paul Dehn e ovviamente tutto il cast, magnifico. A partire da Gert Fröbe, che interpreta il miglior avversario di Bond di tutti i tempi, fino alla grande Honor Blackman, che lottò affinché il nome del proprio personaggio restasse lo “scandaloso” Pussy Galore, quando la distribuzione americana voleva invece costringere Broccoli e Saltzman a cambiarlo nel più innocuo Kitty Galore.



007 diventa un fenomeno pop in grado di rivaleggiare con le altre icone del suo tempo (“Bere Dom Perignon del ‘53 a una temperatura superiore ai quattro gradi centigradi: sarebbe peggio che ascoltare i Beatles senza tappi nelle orecchie”: applausi) ma Ian Fleming non fa in tempo ad assistere al definitivo trionfo del suo personaggio. Muore per problemi cardiaci il 12 agosto 1964, a poche settimane dalla prima mondiale del film al cinema Odeon in Leicester Square a Londra.

(Mauro Gervasini su FilmTV)



Il film è molto ben studiato a tavolino e progettato a dovere: veloce, divertente, eccitanti, sebbene a tratti assurdo. Ma è 007, perbacco! Difatti, tutti gli espedienti e le idee innovative sono infinitamente sofisticati e così anche l’intero progetto in cui non manca la tradizione dell’autoironia continua, anche se a volte si spinge oltre.



Il migliore di tutti? Del primo periodo senz’altro, ma anche di tanti altri a seguire sebbene non si può fare una classifica con quelli del XXI secolo: troppa differenza negli effetti speciali che oggi sono ormai specialissimi, ma di certo è indimenticabile e ha fatto la storia del cinema. Poi, ognuno può fare la lista come crede, tenendo presente che dopo Sean Connery non è stato facile trovare un degno erede, ma Pierce Brosnan e Timothy Dalton non hanno sfigurato. Discorso a parte per Daniel Craig, che ha aperto con grande merito e carisma una nuova e felice era.



Riconoscimenti

Oscar 1965

Miglior montaggio sonoro

BAFTA 1965

Candidatura alla migliore scenografia

 


 
 
 

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