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Amerikatsi (2022)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 17 ore fa
  • Tempo di lettura: 7 min

Amerikatsi

Amerikats'

Armenia 2022 dramma 2h1’

 

Regia: Michael A. Goorjian

Sceneggiatura: Michael A. Goorjian

Fotografia: Ghasem Ebrahimian

Montaggio: Michael A. Goorjian, Mike Selemon

Musiche: Andranik Berberyan

Scenografia: Nerses Sedrakyan, Avet Tonoyants

Costumi: Maro Parian

 

Michael A. Goorjian: Charlie Bakhchinyan

Hovik Keuchkerian: Tigran

Nelli Uvarova: Sona

Mikhail Trukin: Dmitry

Narine Grigoryan: Ruzan

Jean-Pierre Nshanian: direttore Sargisyan

Aram Karakhanyan: serg. Melikov

 

TRAMA: Da bambino, Charlie è sfuggito al genocidio armeno nascondendosi in un baule diretto negli Stati Uniti. Nel 1947, torna in Armenia e scopre la dura realtà del comunismo sovietico. Quasi subito viene arrestato e condannato come spia e per l’assurdo reato di indossare una cravatta.

 

VOTO 7 –

 

 

La Storia dell’Armenia nasce nell’antichità (fu il primo stato cristiano) e ha avuto vicissitudini inimmaginabili, fino al genocidio avvenuto nei primi anni del Novecento ad opera dei turchi dell’Impero Ottomano, che conta una stima non facilmente quantificabile che si aggira tra 600.000 e 1.500.000 vittime. Da sempre, molti artisti di origine armena, a cominciare da Charles Aznavour, si sono battuti per il riconoscimento storico dello sterminio da parte della comunità internazionale, ognuno con gli strumenti a loro disposizione. Non si è tirato indietro neanche il versatile e simpatico Michael A. Goorjian che ha una storia interessante alle spalle: nato a San Francisco in una famiglia di origini armene da parte di padre (i nonni paterni del padre erano superstiti del genocidio) e di origini scozzesi da parte di madre, è cresciuto ad Oakland dove frequentando le scuole si è appassionato alla recitazione, debuttando addirittura come ballerino. Ad oggi ha un carnet notevole sia di partecipazioni che di regie, oltre a molte presenze nelle serie tanto di moda, come per esempio la recente Avvocato di difesa - The Lincoln Lawyer.

 

 

Il progetto di questo film lo ha talmente interessato che si è assunto molteplici compiti e ha scelto un registro di narrazione che spazia dal dramma al grottesco, dall’ironico fino alla satira brillante, sempre con la sua faccia simpatica e sorridente, perfino nei momenti peggiori del suo script. Questo film – dove firma regia, sceneggiatura, produzione e montaggio e si prende la scena come attore protagonista - parte da un’idea semplice quanto potenzialmente produttiva di situazioni: cosa significa tornare nella terra dei propri antenati quando quella terra non è più come la si ricordava nei vaghi ricordi di bambino? Sviluppa l’interessante soggetto tramite un nutrito gruppo di partecipanti sia nel cast tecnico che in quello artistico pieno zeppo di operatori e attori di origine armena, completandoli con altri veri russi e americani. Ne scaturisce un dramma dai toni surreali che chiaramente tendono a ironizzare e prendere in giro lo strapotere sovietico pre-caduta del muro.

 

 

Il protagonista è Charlie Bakhchinyan, un armeno cresciuto negli Stati Uniti che, dopo la morte della moglie, decide di aderire al programma con cui Stalin invitava gli armeni della diaspora a rientrare in patria. Siamo nel 1948, l’Armenia è uno dei tanti stati della repubblica sovietica e quel viaggio che per Charlie dovrebbe rappresentare un ricongiungimento con la propria identità si trasforma quasi subito in un incubo burocratico e politico.

 

 

La storia parte da lontano: durante l’impero Ottomano del 1915. Charlie è un bambino che è riuscito a sfuggire al genocidio armeno nascondendosi in un baule diretto negli Stati Uniti. Dopo oltre trent'anni, nel 1948, torna nel suo paese ma si deve scontrare con la dura realtà del comunismo sovietico sotto Stalin. L’episodio in cui fa irruzione sullo schermo è un colpo di fortuna e assieme la peggiore disgrazia che gli potesse capitare mentre girovagava tra le strade della cittadina dove è giunto alla ricerca delle origini. L’ambientazione è volutamente non specificata, per rappresentare “l’Armenia sovietica” come condizione, non come luogo preciso. Tornando all’episodio, succede che, mentre la tanta gente povera è in fila per ottenere un pane per la famiglia, sta transitando Sona Petrova, la moglie del comandante Dmitry (quindi donna privilegiata), con il suo piccolo figlio, il quale si allontana e si perde nella folla. Disperata la signora lo chiama ad alta voce spaventata ma ecco il salvatore: Charlie lo ha individuato, lo “esfiltra” dalla massa e lo consegna con il suo sempiterno sorriso. Grande è la soddisfazione della bella signora, che, riconoscente, lo invita a pranzo provocando la reazione negativa del marito militare, che non vede di buon occhio questo straniero estraneo.

 

 

Ed infatti da quel momento iniziano i guai per il povero Nostro. Una notte viene arrestato dalle guardie sovietiche con diverse accuse come quella di essere una spia americana, diffondere idee anticomuniste e di... indossare una cravatta. Si ritrova così rinchiuso in carcere, condannato ai lavori forzati, preso in giro dalle guardie e i militari che lo chiamano Charlie Chaplin e costretto al giorno del “Ponchik”: ogni venerdì viene picchiato da un uomo possente. Il carcere diventa il luogo dell’assurdo e guardare la vita da una finestra non è il massimo ma è l’unica maniera che più si avvicina al sogno e all’evasione. Tra le punizioni fisiche e l’isolamento dal resto del mondo, risalire verso l’alta finestrella sbarrata e osservare da mane a sera la vita familiare di Tigran, una delle guardie del carcere, diviene l’unico passatempo, paragonabile a guardare una lunga serie alla TV e parteciparvi come se fosse presente lì, come uno di famiglia. Mangia il suo pessimo pasto quando loro sono a tavola, lava i suoi indumenti nello stesso momento della signora, li osserva attentamente nei litigi quotidiani e parteggia con l’omaccione perché nel tempo libero si dedica alla pittura e al disegno, sua medesima passione (e fonte dei suoi guai). Nel frattempo, la distinta Sona, ironia della sorte, è convinta che il potente marito abbia sistemato Charlie per riconoscenza in una bella casa e con un buon lavoro.

 

 

Quasi tutto il film si svolge in quell’unica location: la prigione dove Charlie è rinchiuso. La sua vita è un catalogo di disgrazie: botte regolari, cibo pessimo, cure inesistenti, lavori massacranti e, ovviamente, una cella gelida. Da questo punto in poi, la storia prende una piega che ricorda molto La finestra sul cortile di Hitchcock. Dalla sua cella, lui riesce a vedere dentro un appartamento dove vivono quel guardiano e la moglie: non può sentire nulla, ma in ogni momento si piazza davanti alle sbarre e osserva la loro vita. Devo per correttezza dire che in questa fase il film procede con lentezza, molta, tanto che a un certo punto lo spettatore potrebbe chiedersi se succederà mai qualcosa di diverso e non nascondo che avrei preferito scene più brevi che avrebbero così ridotto la lunghezza del film. Ma ciò ci permette, nel contempo, di venire a piena conoscenza di quella coppia insieme a Charlie.

 

 

Il guardiano, Tigran era un artista prima che Dmitry (sempre lui l’artefice del bene e del male dei personaggi) lo sistemasse con un lavoro che gli ha evitato un biglietto di sola andata per la Siberia, per colpa dei suoi quadri considerati “sbagliati”. Lui e sua moglie Ruzan vivono una relazione tempestosa, piena di alti e bassi, con un via vai continuo di parenti e feste. Charlie osserva tutto e, in un modo o nell’altro, riesce perfino a infilarsi nella loro vita. Anche qui il film si prende tutto il tempo necessario, con qualche svolta narrativa un po’ improbabile ma molto divertente. Così diventiamo spettatori di due esistenze parallele: quella di Charlie in prigione e quella di Tigran e Ruzan, che vediamo – come in un film muto – senza poterli sentire. Alla fine, inevitabilmente, questi due mondi finiscono per toccarsi.

 

 

Ed è qui che emerge il cuore del film: Charlie non si lascia mai abbattere. Con una positività contagiosa e un fascino tutto suo, riesce a trovare luce anche nei giorni più bui. Più che mai, il motto per cui “la libertà è uno stato d’animo” è perfetto per il caso e per la mentalità del nostro protagonista. Puoi essere rinchiuso tra quattro mura, ma nella tua testa puoi continuare a sentirti libero. Ed è esattamente ciò che fa Charlie: non si arrende, mai.

 

 

Molte sono le trovate umoristiche di Goorjian, alcune davvero comiche anche se non molto originali ma piazzate a dovere: visto in originale, è anche più divertente perché si scontano le incomprensioni dovute alla lingua. Charlie parla più che altro, essendo americano, anzi, amerikatsi, in inglese, mentre nel luogo si parla solo russo, fatta eccezione per gli studi fatti da Sona. Per cui ne nasce un continuo fraintendimento degno delle comiche d’una volta. Come quella volta che il carcerando pensa di cavarsela regalando 10 delle sue cravatte ed invece gli antipatici gli stanno affibbiando 10 anni di galera, con la non lontana ipotesi di un trasferimento in Siberia.

 

 

La positività del pensiero Goorjian è largamente dimostrata allorquando evita di soffermarsi sul racconto del passato traumatico del suo paese originario, per celebrarne piuttosto la cultura e la vitalità: ed ecco allora i riferimenti alla bellezza delle tradizioni, alla socievolezza del popolo armeno, alla bontà della cucina. Lui, alla pari dei grandi comici del passato, copre le disgrazie e le nefandezze del potere e gli abusi sul popolo impotente con il manto della gentilezza, del sorriso, della resistenza al dolore, della speranza che prima o poi giustizia sia fatta. Tant’è che affermava all’uscita del film: “Di solito i film sull’Armenia si concentrano su quell’evento cruciale che è stato il genocidio, ma in realtà è limitante raccontare la cultura e la vita di un paese intero limitandosi a quel capitolo tragico. Musica, cibo, passione, generosità, amore per la vita. Il film celebra tutto questo e racconta al mondo aspetti e sfaccettature dell’Armenia, che sin dalla mia giovinezza avevo desiderio di scoprire e riconnettermi.” Un ritorno alle origini.

 

 

È, in fondo, un film semplice, positivo, senza malizia né voglia di vendetta: era così, sembra dire, ma se ne poteva venire fuori. Un film tra la commedia ed il dolore che per fortuna viaggia verso un finale che diventa un gesto di riconciliazione.

Gli attori sono tutti bravi e simpatici come il condottiero, la cui interpretazione è il cavallo di battaglia e la carta vincente. Come autore della regia, sceneggiatura, produzione e montaggio ha avuto coraggio e i fatti gli hanno dato ragione. Se solo avesse accorciato le scene lunghe… Comunque, va bene ugualmente: con 22 premi ottenuti Michael A. Goorjian può ritenersi soddisfatto.

 


 
 
 

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