Baby Boom (1987)
- michemar

- 6 gen
- Tempo di lettura: 2 min

Baby Boom
USA 1987 commedia 1h50’
Regia: Charles Shyer
Sceneggiatura: Nancy Meyers, Charles Shyer
Fotografia: William A. Fraker
Montaggio: Lynzee Klingman
Musiche: Bill Conti
Scenografia: Jeffrey Howard
Costumi: Susan Becker
Diane Keaton: J.C. Wiatt
Sam Shepard: dr. Jeff Cooper
Sam Wanamaker: Fritz Curtis
Harold Ramis: Steven Bochner
James Spader: Ken Arrenberg
Pat Hingle: Hughes Larrabee
Elizabeth Philbin: sindaco / infermiera
George Petrie: Everett Sloane
William Frankfather: Merle White
Annie O'Donnell: Wilma White
Britt Leach: Verne Boone
Victoria Jackson: Eve
Chris Noth: marito yuppie
TRAMA: J.C. Wiatt è una donna in carriera che si trova, inaspettatamente, a dover allevare la piccolissima figlia di un suo cugino morto in un incidente. Costretta a cambiare in modo radicale la sua vita, decide di abbandonare carriera e città e di andare a vivere con la bimba in una villetta nel Vermont. Ma anche lì non sa stare con le mani in mano e avvia un grosso business con gli alimenti naturali.
VOTO 6

Si tratta di una commedia che incarna alla perfezione l’immaginario anni ’80: brillante in superficie, rassicurante nel messaggio, profondamente conservatrice sotto la glassa zuccherata. Diane Keaton interpreta J.C., executive di successo che vede la propria vita ribaltarsi quando eredita una bambina di tredici mesi. La prima parte è la più riuscita: slapstick elegante, ritmo da screwball moderna, e la Keaton che gioca con il proprio personaggio pubblico aggiornando Annie Hall in chiave manager.

Il film funziona quando osserva con ironia la goffaggine della maternità improvvisata: pannolini pesati sulla bilancia della frutta, detergenti usati come salviette, routine da yuppie che collassano. Ma la sceneggiatura di Charles Shyer e Nancy Meyers vira presto verso la fiaba morale: la città grigia contro il Vermont dorato, la carriera contro la “vera vita”, l’ufficio d’angolo contro la fattoria con il veterinario affascinante Cooper (Sam Shepard, perfetto nel ruolo del principe rustico).

Il problema è che questo film non mette mai davvero in discussione il suo assunto: per “avere tutto”, una donna deve comunque rinunciare a qualcosa (mi sembra di aver sentito di nuovo questo tema!) e quel qualcosa è sempre il lavoro strutturato, il potere, la competizione. Il film celebra l’imprenditoria domestica come soluzione magica, trasformando una ricetta di purea di mele in un business milionario che risolve ogni conflitto identitario. È un’idea seducente ma profondamente irrealistica, figlia di un’epoca che vendeva l’autodeterminazione in formato spot pubblicitario.

Resta una commedia piacevole, ben recitata, con momenti di vero calore e un’energia luminosa tipica della coppia Shyer‑Meyers, soprattutto la seconda. Ma il suo messaggio ottimista, manipolatorio, irresistibilmente anni ’80, oggi appare come un invito gentile a tornare indietro, più che a “avere tutto”.

È la commedia brillante nell’epoca yuppie, oggi sembra datata. Diane Keaton no, mai, è sempre superlativa, con il sorriso che non si dimentica.

Riconoscimenti
Golden Globe 1988
Candidatura miglior film commedia/musicale
Candidatura miglior attrice protagonista in film commedia/musicale





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