Baran (2001)


Baran
Iran 2001 dramma 1h34’
Regia: Majid Majidi
Sceneggiatura: Majid Majidi
Fotografia: Mohammad Davudi
Montaggio: Hassan Hassandoost
Musiche: Ahmad Pezhman
Scenografia Behzad Kazzazi
Costumi: Behzad Kazzazi, Malek Jahan Khazai
Hossein Abedini: Latif
Zahra Bahrami: Baran
Mohammad Amir Naji: Memar
Abbas Rahimi: Soltan
Gholam Ali Bakhshi: Najaf
Jafar Tawakoli: ispettore
TRAMA: Il manovale turco Latif lavora in un cantiere di Tehran. Un giorno scopre che Rahmat, il suo compagno afghano clandestino, da lui maltrattato, è in realtà Baran, una ragazza costretta a travestirsi da uomo per trovare lavoro.
VOTO 7

Il Medioriente, terra storicamente in sofferenza tra regimi, invasioni delle potenze occidentali attratte dal petrolio, popolazione povera se non proprio ridotta alla fame, diritti sociali e umani calpestati. Di conseguenza e regolarmente si verificano migrazioni e non solo verso il ricco ovest europeo ma anche all’interno delle nazioni confinanti, sempre con la speranza di trovare lavoro, di racimolare denari per sopravvivere. Un futuro, insomma, migliore di quello che le persone vedono attorno, in un mondo che non offre speranze. Ed ecco anche gli spostamenti di giovanissimi, attenti a non sollecitare reazioni dalle rigide regole teocratiche che comandano la vita di ogni giorno. Questo film, per esempio, offre uno spaccato della vita dei tantissimi immigrati afgani presenti in Iran, in fuga dalle varie vicissitudini occorse nel loro paese. Ma dove e con quali speranze si spostano?
Latif, giovane lavoratore azero in un cantiere di Teheran, scopre che il timido ragazzo afghano appena arrivato, Rahmat, è in realtà una ragazza di nome Baran costretta a travestirsi per lavorare. La scoperta trasforma la sua ostilità iniziale in un sentimento profondo e silenzioso. Mentre i rifugiati afghani vengono allontanati dal cantiere, Latif fa di tutto per aiutare la ragazzina e la sua famiglia, arrivando a sacrificare tutto ciò che ha pur di sostenerli. Il loro legame resta sospeso, delicato, segnato da un amore impossibile e dalla separazione quando un ispettore del cantiere impone il licenziamento di tutti i lavoratori afgani irregolari e la giovane è costretta a tornare in Afghanistan con la sua famiglia.
Rappresentazione, delicata e toccante e splendidamente girata, dell’amore e del conflitto culturale, che mette in risalto pura emozione, immagini potenti e attenzione sulle difficoltà dei rifugiati afghani in Iran, anche se il finale offre una triste realtà. Il film descrive efficacemente le dure realtà e le tensioni affrontate dai migranti che lavorano illegalmente in Iran, con l’ostilità iniziale di Latif che si trasforma in profondo affetto.
Majid Majidi, che abbiamo già ammirato per Figlie del sole e I bambini del cielo (I ragazzi del paradiso) offre un’altra efficace immagine di ciò che raramente viene raccontato e che trapela da quella zona del Medioriente mediante i paesaggi e le riprese toccanti per trasmettere significati profondi.
Il film celebra l’umanità in mezzo alla povertà e alla disumanizzazione, mostrando una potente trasformazione da nemico percepito a persona amata grazie al sacrificio altruista di Latif, in maniera coinvolgente.

Riuscito ad essere proiettato all’estero e presentato a diversi festival anche per merito di grandi compagnie di distribuzione, il film è stato gratificato da 13 premi e 6 candidature in varie parti del mondo. Segno evidente che colpisce l’attenzione degli spettatori.






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