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Un semplice incidente (2025)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 2 ore fa
  • Tempo di lettura: 10 min

Un semplice incidente

Yek tasadof-e sadeh

Iran Francia Lussemburgo USA 2025 dramma/thriller 1h43’

 

Regia: Jafar Panahi

Sceneggiatura: Jafar Panahi

Fotografia: Amin Jafari

Montaggio: Amir Etminan

Scenografia: Leila Naghdi

Costumi: Leila Naghdi

 

Vahid Mobasseri: Vahid

Mariam Afshari: Shiva

Ebrahim Azizi: Eghbal

Hadis Pakbaten: Golrokh

Majid Panahi: Alì

Mohamad Ali Elyasmehr: Hamid

Georges Hashemzadeh: Salar

Delmaz Najafi: Niloufar

Afssaneh Najmabadi: moglie di Eghbal

 

TRAMA: Dopo un banale incidente, gli eventi iniziano a precipitare. Un uomo normale, un evento apparentemente banale e una spirale di tensione che mette in discussione ogni certezza.

 

VOTO 8

 

 

Girato in clandestinità per via del divieto di lavorare e la precedente incarcerazione dell’autore e poi lavorato e completato in post-produzione in Francia, quello di Jafar Panahi è un thriller psicologico ad alto tono drammatico che, tramite una complicata vicenda, si inserisce nella situazione politica iraniana come un gesto di sfida diretta e come un dispositivo simbolico che parla tanto dell’Iran di oggi quanto della memoria collettiva della repressione. È un intreccio tra opera e contesto, e permette di ricostruire con precisione la sua portata sociale. La trama mette in scena un gruppo di ex prigionieri politici che si confrontano con un presunto torturatore, facendo diventare così il film una metafora trasparente della storia recente iraniana. Il regista mette in risalto la tortura come trauma collettivo, la difficoltà di distinguere verità e paranoia in un sistema basato sulla paura, la vendetta come tentazione e come fallimento morale, la giustizia negata dallo Stato che ritorna come giustizia “privata”. È la fotografia impietosa della frattura tra cittadini e istituzioni e della crisi di fiducia che attraversa l’Iran contemporaneo.

 

 

Una notte, un uomo che viaggia con la moglie incinta investe un cane, l’auto si guasta e cerca aiuto in un’officina dove lavora Vahid, ex prigioniero politico. Questi riconosce in lui un possibile torturatore del passato, noto come Eghbal, e, anche nel dubbio, lo rapisce. Da qui si sviluppa un viaggio notturno in un furgone con altri ex detenuti politici, tutti divisi tra desiderio di vendetta e dubbi morali sulla reale identità dell’uomo. Il gruppo si sfalda, restano solo Vahid e la fotografa Shiva, che alla fine decidono di lasciarlo vivo. Nell’ultima scena, Vahid sente di nuovo il rumore della protesi di Eghbal alle sue spalle, lasciando un finale sospeso.

 

 

La tortura come trauma collettivo non è solo un elemento narrativo: è la chiave che permette al film di parlare dell’Iran contemporaneo senza nominarlo mai direttamente, è una lente che permette di leggere non solo la vicenda dei personaggi, ma la condizione di un intero Paese. È un tema che si stratifica su più livelli: psicologico, sociale, politico, etico. E ogni livello racconta un pezzo dell’Iran contemporaneo. La tortura non è presentata come un evento isolato, ma come un’esperienza che attraversa generazioni e gruppi sociali. I personaggi non devono spiegarsi cosa hanno vissuto: lo riconoscono nei gesti, nei silenzi, nelle esitazioni. Tutto ciò è collettivo perché diventa un linguaggio comune, fatto di paure e memorie frammentate, creando una comunità di sopravvissuti che non ha mai avuto spazio per elaborare ciò che è accaduto. Tra le pieghe dei dialoghi convulsi tra i personaggi, il film suggerisce che la tortura non era un abuso sporadico, ma un meccanismo organizzato nei rapporti tra Stato e cittadini. Era stato per loro un modo per obbligarli all’obbedienza, alla paura, al silenzio, ma anche, ovviamente, a fare i nomi dei loro compagni di lotta. Un trauma politico perché definiva il modo in cui le persone si relazionavano al potere.

 

 

In un sistema fondato sulla paura così come mostrata, la verità smette di essere un punto fermo e diventa un territorio scivoloso, paranoia: la memoria è incrinata dal trauma, i ricordi si deformano, il sospetto si insinua ovunque. La mancanza di trasparenza istituzionale rende impossibile verificare ciò che si sa o si crede di sapere, e così la paranoia non è più un eccesso emotivo, ma una forma di autodifesa. I personaggi vivono in questa zona grigia, dove ogni gesto può essere un indizio o un inganno, e dove la verità non è negata ma resa inaccessibile. Il risultato è una comunità che non riesce più a fidarsi né degli altri né di sé stessa, intrappolata in un presente in cui la paura ha eroso la possibilità di una realtà condivisa. Fateci caso: quante volte capita che, nonostante l’apparente alleanza che già c’era ma che qui si rafforza perché son tutti nella stessa barca, cominciano ad un certo punto a litigare, perfino quasi ad offendersi. Sono smarriti, arrabbiati e vogliosi di vendetta ma intimiditi dalla anomala e inattesa situazione creatasi.

 

 

Difatti, a proposito di vendetta, appare come una spinta istintiva e comprensibile per chi ha subito violenza, ma allo stesso tempo come un vicolo cieco morale. I personaggi sentono il bisogno di pareggiare i conti, di restituire al presunto torturatore il dolore ricevuto, ma ogni passo verso la vendetta li svuota invece di liberarli. La rabbia li unisce per un momento, poi li divide, perché nessuno riesce davvero a sostenere il peso di ciò che stanno per fare. La vendetta potrebbe promettere sollievo, ma porta solo altra oscurità: non restituisce dignità, non cura il trauma, non ricostruisce ciò che è stato distrutto. Diventa chiaro che colpire l’altro significa anche riaprire la propria ferita e che la vera forza sta nel fermarsi prima di oltrepassare il limite. Quante volte sono lì lì per volerlo uccidere – ora l’uno, ora l’altro – ma nessuno fa il gesto definitivo. È una tentazione potente, ma anche un fallimento morale inevitabile, perché non offre giustizia: offre solo un’altra forma di perdita. Lo sanno, se ne rendono istintivamente conto.

 

 

Il regista ci invita a riflettere su un aspetto: quando lo Stato nega ogni forma di giustizia, la società finisce per cercarla altrove, trasformando il dolore in iniziativa privata. Nel film questo meccanismo emerge con chiarezza: gli ex detenuti, privati per anni di verità e riconoscimento, si ritrovano a improvvisarsi giudici e carnefici, convinti che sia l’unico modo per colmare un vuoto istituzionale. Ma questa “giustizia” alternativa è fragile, emotiva, spesso cieca: nasce dalla rabbia più che dalla certezza, e rischia di riprodurre la stessa logica di violenza da cui i personaggi provengono. Il risultato è un’azione che non ripara, non chiarisce, non libera: è solo il sintomo di un sistema che ha abdicato al proprio ruolo, lasciando i cittadini soli davanti alle loro ferite. In questo modo, la giustizia privata non è una soluzione, ma la prova più evidente del fallimento dello Stato.

 

 

La frattura tra cittadini e istituzioni emerge come una fotografia impietosa perché mostra un Paese in cui il potere non è più percepito come garante, ma come minaccia. Questa distanza si sente in ogni gesto: persone che non credono più nella giustizia ufficiale, che non si aspettano protezione, che vivono sapendo che lo Stato può essere assente o ostile. La fiducia, una volta spezzata, non si ricostruisce facilmente: resta un vuoto che i personaggi cercano di colmare da soli, spesso in modo confuso o doloroso. Il risultato è un clima di solitudine civile, dove ognuno si arrangia come può e dove la comunità si sfalda perché manca un punto di riferimento comune. È un ritratto duro, ma autentico, di ciò che accade quando le istituzioni smettono di essere credibili e i cittadini non hanno più un luogo sicuro in cui riconoscersi.

 

 

Ho avvertito sulla mia pelle, durante la visione, come e quanto quella solitudine (quella di ognuno di loro) sia evidente quando alla fine, uno alla volta, dopo aver infierito moralmente sull’ostaggio, va via e torna da dove veniva. Solo. Segnato dal passato che non potranno mai dimenticare, come una cicatrice perenne, come la gamba del prigioniero che non c’è più. Per sempre. Sono persone dal carattere diverso l’uno dall’altro, ma accomunati da una terribile esperienza ed oggi paiono come quei soldati “dormienti” che vengono attivati da un segnale di intervento. In questo caso, li notiamo all’inizio di ogni incontro come amici che avrebbero fatto a meno di ritrovarsi, di reincontrarsi (si noti la prima reazione di Shiva), ma ora, quella situazione, ha fatto scattare un allarme mentale per tornare ai maledetti giorni trascorsi forzatamente assieme ma legati, appesi a testa in giù, torturati fisicamente ma soprattutto psicologicamente, facendo risvegliare il profondo rancore che “dormiva”.

 

 

In definitiva, è un film complesso che stimola molto l’attenzione come un vero thriller (ecco il motivo di averlo definito anche così) e stimolante per come si evolve, che esplora temi, oltre la vendetta ed il trauma già trattati, anche l'ambiguità morale di fondo, che viene vista come una condizione inevitabile: nessuno è davvero nel giusto, nessuno è davvero nel torto, e ogni scelta porta con sé una quota di ombra. Panahi mostra personaggi che agiscono mossi da dolore, paura, desiderio di giustizia, ma che non riescono mai a capire se ciò che stanno facendo è necessario o profondamente sbagliato. La possibile identità del presunto torturatore resta incerta, e questa incertezza contagia tutto: la memoria vacilla, le motivazioni si confondono, la linea tra vendetta e autodifesa si assottiglia. Il film non sale in cattedra e quindi non offre risposte certe, ma mette lo spettatore nella stessa posizione dei personaggi: costretti a muoversi in un territorio dove ogni gesto può essere giusto e sbagliato allo stesso tempo. È un cinema che non giudica, ma espone la complessità morale di chi vive in un sistema che ha eroso la possibilità di distinguere chiaramente il bene dal male.

 

 

È un’opera lodevole per la sua cruda umanità, le interpretazioni brillanti e il coraggio del regista nell'affrontare la brutalità sistemica, offre un viaggio emotivo potente. Se ne possono apprezzare l'umorismo nero che attraversa il film in diversi momenti e la narrazione è sempre inquietante. Magari il ritmo è lento ma non ce ne si accorge a causa dei tanti risvolti della lunga vicenda di una lunghissima notte. Magari anche qualche scena risulta poco credibile, è vero, ma resta comunque un film del tutto appassionante e scritto davvero bene, con una narrazione certamente audace, che ci lascia la domanda delle mille pistole su giustizia e perdono, su vendetta e oppressione di regime. Immagino che solo chi ha vissuto in prima persona questa tremenda vicenda storica o altre simili possa esprimersi, e forse sbagliando pure. Perché il rancore, se mai giustificato, può far sragionare. “Mi hai ucciso cento volte. Te ne sei dimenticato? Sono uno zombie. Uno dei morti viventi.

 

 

Il finale è un discorso a sé. Circolare, perché riprende quel “rumore” di passi disomogenei che svegliano l’attenzione di Vahid dopo solo pochi minuti dai titoli di testa e che si riaffacciano alle sue spalle prima che il buio si impossessi dello schermo. L’incubo pare ricominciare proprio quando pareva una storia archiviata. Ed invece. Aperto, perché non sapremo mai se e perché Eghbal stia tornando sulla scena e con quali intenzioni. Anche lui sta provando il rancore e la voglia di vendetta di cui era stato vittima, e prima ancora artefice? A che serve saperlo? Non è un film a cui interessa lo sviluppo o la conclusione della trama, il nocciolo è ben altro: è l’atmosfera pesante che vige in Iran, quella che vieta a Jafar Panahi di girare (in tutti e due i sensi) liberamente per le strade della sua terra, che libera non è.

 

 

Un film parlato, basato sulla sceneggiatura dei dialoghi, nessuno dei quali è eccessivo perché altrimenti, ridotto, avrebbe sminuito la portata morale e psicologica del contenuto. Quindi un film di scrittura, oltre che di recitazione, in cui i bravissimi interpreti, naturalissimi e spontanei, rendono bene l’aria che tira e le ferite fisiche e dell’anima, le tradizioni, le generosità di un popolo che anche in situazioni contrarie spingono l’uomo che sente il bisogno di farsi giustizia a pagare il ricovero in ospedale della moglie del nemico, che fa la colletta tra gli alleati per comprare i dolci e offrire la mancia all’infermiera. Come se l’aguzzino fosse un suo parente o amico intimo. Un altro particolare straniante e di conferma è vedere le guardie che non hanno armi ma un POS in tasca, per riscuotere la “mazzetta” per chiudere gli occhi e sorvolare sul comportamento sospetto dell’assortita compagnia scesa da quel furgone che sicuramente trasporta qualcosa di strano. Un titolare di officina, una fotografa, una futura sposa in abito bianco, un futuro sposo in abito nero, un amico furibondo da tenere a bada ed il corpo di un uomo narcotizzato in attesa di sentenza. La sintesi di un Paese anomalo e allo sbando, senza una guida eletta regolarmente. Anarchia, più che democrazia. Eppure, si definisce Repubblica.

 

 

Da apprezzare gli attori, da elogiare Jafar Panahi, lucidissimo autore e disarmante cantore del suo Paese, il quale firma un vero e proprio atto di accusa contro il regime di Teheran, colpevole di terrorizzare, imprigionare e torturare i suoi cittadini, affogando nel sangue ogni tentativo di dissenso. Un atto d’accusa sotto forma di processo improvvisato e per nulla lucido ad un uomo casualmente riconosciuto come il feroce carnefice con cui molti ex detenuti hanno fatto il conto nel loro periodo di prigionia. Un atto d’accusa verso un intero Paese.

 

 

Una precisazione. Ho scritto queste note proprio in coincidenza dell’aggressione di USA e Israele ai danni dell’Iran. Qui non è il luogo per discutere la legittimità dell’atto, ognuno si tenga le sue idee e non sappiamo come andrà a finire, ma a posteriori mi torna in mente il lungo primo piano-sequenza del film che mi sembra la parafrasi della situazione iraniana.

Siamo dentro un’auto in movimento, immersi nel buio della notte. Davanti, un uomo guida mentre accanto a lui siede la moglie incinta; la macchina da presa li osserva frontalmente, immobile. All’improvviso, dal sedile posteriore spunta la loro bambina, che fino a un attimo prima non si vedeva: porta luce, musica, un attimo di gioia. Poi un sobbalzo ed un rumore interrompe la monotonia del viaggio. Qualcosa è stato colpito. L’uomo accosta ed esce, sempre in un unico lungo piano senza stacchi. Fuori campo si sente un animale soffrire. Quando torna al volante è scosso, e la figlia ha visto tutto dal finestrino. L’inquadratura ritorna lentamente alla posizione iniziale e il viaggio riprende, ma con un peso diverso. Per i genitori è stato un incidente inevitabile, per la bambina, invece, il padre ha appena tolto la vita a una creatura indifesa. La madre prova a consolarla parlando di volontà divina, ma la piccola non accetta questa spiegazione: per lei la responsabilità è solo del papà. Ecco, questo, per me, è l’Iran dove la gente viene uccisa come un incidente di percorso, come se (troppo comodo, eh?) sia la volontà di Dio, ma l’innocenza della bimba dice che la responsabilità è del papà. Del regime.

 

 

Riconoscimenti

Oscar 2026

Candidatura per la miglior sceneggiatura originale

Candidatura per il miglior film internazionale

Golden Globe 2026

Candidatura per il miglior film drammatico

Candidatura per il miglior regista

Candidatura per il miglior film straniero

Candidatura per la migliore sceneggiatura

Festival di Cannes 2025

Palma d’Oro

Lumière 2026

Candidatura per la migliore co-produzione internazionale

EFA 2026

Candidatura per il miglior film

Candidatura per il miglior regista

Candidatura per la miglior sceneggiatura

 


 
 
 

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