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Chess of the Wind (1976)

Immagine del redattore: michemar
michemar
11 minuti fa
Tempo di lettura: 5 min

Chess of the Wind

Shatranj-e baad

Iran 1976 dramma/thriller 1h39’

 

Regia: Mohammad Reza Aslani

Sceneggiatura: Mohammad Reza Aslani

Fotografia: Houshang Baharlou

Montaggio: Abbas Ganjavi

Musiche: Sheyda Gharachedaghi

Scenografia: Houri Etesam

Costumi: Manouchehr Safarzadeh

 

Fakhri Khoroush: Aghdas

Mohammad Ali Keshavarz: Hadji Amoo

Akbar Zanjanpour: Ramazan

Shahram Golchin: Shaban

Shohreh Aghdashloo: Kanizak, cameriera

Annik Shafrazian: tata

Hamid Taati: commissario

Aghajan Rafii: medico

 

TRAMA: Alla morte della matriarca, gli eredi di una famiglia aristocratica si contendono l’eredità. In particolare, il conflitto è tra la primogenita disabile Aghdas, costretta sulla sedia a rotelle, e Hadji Amoo, il vedovo della madre.

 

VOTO 7,5

 

 

È un film iraniano del 1976, scritto e diretto dal celebrato cineasta, artista e poeta Mohammad Reza Aslani, che fu proiettato solo una volta, prima della rivoluzione iraniana del 1979 e fu duramente condannato dai critici cinematografici per la violenza e i temi omosessuali, portando ad un divieto ufficiale da parte del governo iraniano. Dimenticato a causa dell’accantonamento, si pensava che il negativo e tutte le copie fossero stati distrutti, ma invece, nella maniera più incredibile, quel prezioso negativo cinematografico è stato ritrovato dai figli del regista 38 anni dopo, nel 2014, in vendita in un negozio di rottami di Teheran. Poiché il film era ancora soggetto a divieto, il negativo fu contrabbandato fuori dall’Iran e conservato in un luogo segreto a Parigi, dove attendeva il restauro. Nei sei anni successivi il film fu restaurato in collaborazione con il regista e il direttore della fotografia originali con finanziamenti forniti da fondazioni cinematografiche occidentali. Solo a questo punto, finalmente, il film è stato ripubblicato nel 2020 con ampio successo.

 

 

La trama si svolge interamente all’interno della elegante e ricca villa della padrona di casa appena deceduta, una grande dimora aristocratica iraniana, e la morte della matriarca Khanom Bozorg apre una feroce lotta per l’eredità. La figlia Aghdas, costretta sulla sedia a rotelle, vive nella casa insieme al patrigno Hadji Amoo e ai suoi due nipoti, Ramezan e Shaban. Il primo è ufficialmente fidanzato con Aghdas, ma è evidente che mira solo alla sua ricchezza. Questa è accudita dalla giovane serva Kanizak, con cui stringe un legame profondo, al quale però, a sua volta, sviluppa una complicità con Shaban. Intanto, brevi scene di lavandaie che chiacchierano rivelano retroscena e tensioni familiari, alimentando un clima di sospetto. Quando Aghdas e Hadji Amoo rivendicano entrambi il diritto di ereditare la casa, la tensione esplode: la donna, con l’aiuto della fidata cameriera, brucia i documenti che attestano la proprietà a nome del patrigno, gesto che fa nascere il malefico piano: uccidere l’uomo, oltretutto despota e violento.

 

 

Quando Hadji Amoo sta pregando prostrato in avanti, Aghdas lo colpisce alla tempia con un “flail” d’argento (un utensile anche agricolo, che loro chiamano martello, oggetto da percussione composta da un manico rigido collegato tramite una catena, una corda o una cinghia a una testa pesante, spesso una sfera metallica come in questo caso, la cui parte mobile permette di colpire con grande forza grazie al movimento rotatorio). A questo punto Kanizak e Ramezan trascinano il corpo nella cantina e lo nascondono in un grande vaso senza fondo, con l’intenzione di dissolverlo nell’acido. Ma la situazione precipita: un commissario di polizia sostiene di aver visto Hadji Amoo vivo dopo la presunta morte, e altri testimoni affermano lo stesso. Aghdas, terrorizzata dall’idea che l’uomo possa essere ancora vivo o che il delitto sia stato scoperto, cade in una spirale di paranoia e malattia. Il film procede verso un finale cupo e ambiguo, dove la casa diventa un labirinto di inganni, colpe e presenze incerte, e la lotta per il potere si trasforma in una partita mortale, proprio come un gioco di scacchi mosso dal vento, imprevedibile e fatale.

 

 

Nella sua evoluzione, pare di assistere ad un dramma shakespeariano denso di trame sotterranee, alleanze ondivaghe, tradimenti – clamoroso il doppio gioco della cameriera che si fa notare per il suo interesse verso uno dei nipoti, poi ampiamente coinvolta nel rapporto saffico con la nuova padrona di casa in una scena eroticamente bellissima e così riservatamente orientale, ben mascherata dalla formidabile regia, salvo infine allearsi con il giovane per convenienza opportuna – e amore e odio, battaglie familiari, assassinii. Il film parte piano e dà il tempo a noi spettatori di ambientarci nella lussuosa dimora e nella mentalità iraniana del secondo decennio del ‘900. Riti, doveri femminili, patriarcato marcato, totale drammaturgia che conquista minuto dopo minuto, con personaggi disegnati con forte precisione, ché alla fine li conosciamo bene tutti, uno ad uno.

 

 

Ma nello stesso tempo, ci sono alcuni momenti di pausa nello sviluppo allorquando subentrano le uniche scene fuori dalle mura della casa, lì dove le donne semplici vanno a lavare il bucato e si scambiano pettegolezzi e voci che filtrano nei vicoli. Lì pare di assistere ai cori delle tragedie greche che spiegano la storia e collegano gli episodi rappresentati. Alla stessa stregua e a mo’ di ambientazione, da queste donne veniamo a migliore conoscenza della realtà e del tempo che passa, tanto che si può desumere che la prima parte del film è tra il ‘15 e il ‘20, per poi passare qualche anno più tardi quando la situazione non può fare altro che precipitare, perché incredibilmente Hadji Amoo riappare in una sequenza inquietante e definitiva.

 

 

Solo durante questo finale ci si accorge che il film non è solo o semplicemente un dramma familiare, ma anche un vero thriller, per giunta glaciale nel suo verificarsi, nell’ambito di una trasformazione che interessa non solo quella casa ma l’intero Paese, facendo diventare il gioco tra le parti come una sorta di sfida agli scacchi, esposti al vento che nel finale sconquassa gli esterni preannunciando la svolta drammatica. Non mancano anche riferimenti storici quando alcuni personaggi secondari parlano dell’importanza di parlare la lingua inglese, facendo indirettamente presente come la potenza britannica sia presente in quella zona di mondo in quegli anni. Inoltre, con molta abilità artistica, Aslani usa la storia del film anche per parlare, in modo indiretto, dell’Iran del suo tempo, attraversato da tensioni sociali che avrebbero portato alla rivoluzione del 1979. Il segnale più chiaro è l’ultima inquadratura: per la prima volta si esce dal palazzo e la macchina da presa si allarga nella panoramica sulla città, dominata da palazzi moderni e dalla voce dei muezzin. Da una parte c’è l’eco della mistica persiana antica del filosofo Sohravardi, che rompe l’idea del tempo lineare; dall’altra c’è un messaggio politico preciso, che collega quella casa chiusa al mondo reale che sta cambiando.

 

 

Ci sono motivi sufficienti affinché le autorità intervenissero dopo la prima ed unica proiezione? Sì, purtroppo per il movimento del Cinema e per la Cultura in generale. Così avvenne e così il bellissimo film sparì, tornato alla luce del sole per la fortuna di chi oggi riesce a goderselo. Perché dopo tanto lavoro di restauro, merita di essere visto. A questo proposito, è utile richiamare l’attenzione alla didascalia iniziale che spiega per bene come questo è avvenuto. “Restaurato per il World Cinema Project di the Film Foundation e dalla Fondazione Cineteca di Bologna presso L’Image Retrouvée in collaborazione con Mohammad Reza Aslani. Restauro finanziato dalla Hobson/Lucas Family Foundation. Shatranj-e baad fu proiettato una sola volta al Festival Internazionale di Teheran nel 1976 e poi bandito nel 79 dal regime islamico. Da allora il film è stato considerato perso. Circolavano tra cineasti e collezionisti solo copie in VHS censurate e di qualità scadente. Nel 2015 i negativi originali sono stati trovati presso un antiquario a Teheran e restituiti al regista Mohammad Reza Aslani, che è riuscito a inviare i negativi in un luogo sicuro. Shatranj-e baad è stato restaurato in 4K a partire dai negativi originali camera e suono in 35 mm. Il grading è stato un lavoro meticoloso, soprattutto per i rulli 9 e 10, la cui colorazione arancione riecheggiava il cinema muto degli esordi. Il restauro è stato attentamente supervisionato da Mohammad Reza Aslani e Gita Aslani Shahrestani. Anche Houshang Baharlou, direttore della fotografia, ha collaborato all’ultima fase del grading il suo parere.”

 

 

Visione da non perdere, bellissimo film.

 


 
 
 

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