Il mio giardino persiano (2024)
- michemar

- 4 ore fa
- Tempo di lettura: 5 min

Il mio giardino persiano
کیک محبوب من
(Keyk-e mahbub-e man)
Iran Francia Svezia Germania 2024 dramma 1h37’
Regia: Maryam Moghaddam, Behtash Sanaeeha
Sceneggiatura: Maryam Moghaddam, Behtash Sanaeeha
Fotografia: Mohammad Haddadi
Montaggio: Ata Mehrad, Behtash Sanaeeha, Ricardo Saraiva
Musiche: Henrik Nagy
Scenografia: Maryam Moghaddam, Amir Hivand
Costumi: Maryam Moghaddam, Amir Hivand
Lily Farhadpour: Mahin
Esmail Mehrabi: Faramarz
Mansoore Ilkhani: Puran
TRAMA: Mahin ha 70 anni e vive da sola. Un giorno decide di interrompere la sua routine, la stessa da tempo immemore, per provare a riaccendere una vita amorosa spenta da anni e un incontro inaspettato si trasforma in una serata indimenticabile.
VOTO 7

Il secondo lungometraggio di finzione della coppia registi-sceneggiatori iraniani Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha è un'opera dolce e amara che racconta la storia di Mahin, una vedova settantenne di Teheran che decide di sfidare le rigide convenzioni del regime teocratico per riprendersi la propria vita. La donna vive una quotidianità fatta di solitudine e routine, finché un giorno, spinta da un tè con le amiche, decide di rompere gli schemi. In un ristorante adocchia un tassista coetaneo e divorziato e prende l'iniziativa, invitandolo a casa sua per un incontro. Quella che inizia come un'imbarazzante e tenera serata tra due anime sole si trasforma ben presto in una riflessione potente sulla libertà. Il film intreccia abilmente il romanticismo con la critica politica, usando il giardino e le mura domestiche come un rifugio provvisorio in cui poter ballare, bere vino e ridere senza il controllo della polizia morale.

Come ben si sa, un trucco che funziona sempre per far funzionare il primo incontro tra due persone potenzialmente futura coppia è la cucina, o, meglio, la gola: se la lei (ma capita anche all’incontrario, se il lui è un bravo cuoco) inizia con un bel dolce tutto può succedere, tanto che il titolo originale dell’opera della coppia autrice è letteralmente La mia torta preferita. E chi ben comincia ha molte speranze che tutto proceda per il verso giusto.

Mahin, settant’anni, vive da trent’anni in una casa tranquilla di Teheran, da quando ha perso il marito. La sua vita è diventata un susseguirsi di giornate silenziose: i figli sono lontani, presi dalle loro vite, e lei si ritrova spesso sola, nonostante le amiche cerchino di convincerla a uscire, a non chiudersi in casa. Così, poco a poco, ricomincia a prendersi cura di sé: si trucca, si fa le unghie, passeggia al parco, prova a riappropriarsi di un’energia che credeva perduta. Un giorno, un incontro inatteso le restituisce una sensazione dimenticata: sentirsi viva, desiderata, presente. La serata che nasce da quell’incontro si trasforma in un turbine di leggerezza e libertà: bevono vino, ballano, scattano foto, si fanno una doccia vestiti, come due adolescenti che sfidano le regole di un mondo che non permette loro di vivere apertamente i propri desideri.

Quando Faramarz, l’uomo conosciuto quella sera, si sdraia nella camera da letto, Mahin lo raggiunge e scopre una bruttissima sorpresa. Sconvolta, incapace di chiedere aiuto in un Paese dove una situazione simile potrebbe rovinarla, prende una decisione estrema e non perde tempo, cercando di non farsi scoprire dalla vicina. Il posto ideale è il suo giardino!

No, non conta che la mia trama abbia rivelato il finale, il film non è un thriller né tantomeno una storia che deve nascondere qualcosa, è molto di più. Perché è un film che parte da un incontro minuscolo, quasi casuale, e lo trasforma in un gesto di libertà. La notte condivisa da Mahin e Faramarz non è importante per ciò che accade, ma per ciò che significa: è il momento in cui due vite segnate dalla solitudine provano a riappropriarsi del diritto di sentire, di desiderare, di essere presenti nel mondo. I registi ci fanno osservare i protagonisti con una delicatezza rara. Li segue mentre inciampano, ricordano, ridono, si confidano, si avvicinano con un pudore che non nasconde la voglia di vivere. Ogni gesto è minimo, ma carico di un’intensità che nasce dalla loro età, dalla loro storia, e soprattutto dal contesto che li circonda. In un paese dove anche la normalità può diventare sospetta, mangiare insieme, ballare, bere un sorso di vino, lasciarsi sfiorare le mani diventa un atto di resistenza.

La forza del film sta proprio qui: nel mostrare come l’intimità, quando è ostacolata da regole e convenzioni che pretendono di definire ciò che è lecito provare, diventi un terreno politico. Non perché i protagonisti vogliano fare una rivoluzione, ma perché la loro semplice esistenza, così com’è, sfida un sistema che sorveglia gli affetti e controlla i corpi. La scena della ragazza fermata per il velo, o la paura dei vicini che osservano, sono segnali di un mondo che non concede tregua. Eppure, dentro quella notte, c’è una luminosità inattesa. Mahin e Faramarz non cercano l’amore come lo si racconta nei film romantici: cercano la possibilità di sentirsi vivi, di ritrovare un’ebbrezza che credevano perduta. La loro tenerezza non è un ripiego, ma una forma di coraggio. E il film la racconta con una grazia che non indulge mai nel sentimentalismo, lasciando che siano i silenzi, gli sguardi, le esitazioni a parlare.

Per questo la morte finale non è uno spoiler, né un punto d’arrivo. È un dettaglio che non scalfisce ciò che il film costruisce: la consapevolezza che, anche in un mondo che dice “non si può”, qualcuno prova ancora a dire “io voglio”. La loro notte resta come un piccolo giardino segreto, un luogo dove l’affetto diventa libertà e la libertà diventa bellezza.

Nota a margine. Durante la lavorazione e la post‑produzione del film, Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha sono stati direttamente colpiti dalla pressione delle autorità iraniane. Una perquisizione delle forze di sicurezza ha raggiunto l’abitazione del montatore, con il sequestro di materiali e documenti legati alla produzione. Pochi mesi dopo, quando i due registi stavano per partire per Parigi per completare la post‑produzione, i loro passaporti sono stati confiscati e contro di loro sono state avviate procedure giudiziarie. La vicenda non è isolata: il precedente film del duo, Le Pardon, aveva già provocato la reazione ostile del governo, e molti osservatori hanno letto le nuove misure come una forma di ritorsione. La comunità internazionale del cinema ha reagito con forza: decine di festival, organizzazioni e ONG hanno firmato una lettera aperta chiedendo l’immediata cancellazione delle accuse e la fine del divieto di viaggio. Quando il film è stato selezionato in concorso alla Berlinale, il festival ha ribadito pubblicamente la richiesta di garantire ai due autori libertà di movimento e libertà di espressione. La loro impossibilità di lasciare l’Iran è diventata così parte integrante della storia del film: un’opera che parla di desiderio e autodeterminazione, realizzata da artisti cui quelle stesse libertà sono state negate.

Riconoscimenti
Festival di Berlino 2024
Premio Ecumenico della giuria
Premio FIPRESCI
Candidatura miglior film
+ altri 5 premi e 5 candidature






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