Concrete Utopia (2023)
- michemar

- 3 giorni fa
- Tempo di lettura: 6 min

Concrete Utopia
Konkeuriteu yutopia
Corea del Sud 2023 dramma/thriller 2h10’
Regia: Tae-hwa Eom
Soggetto: Kim Sungnyung (Pleasant Bullying)
Sceneggiatura: Tae-hwa Eom, Lee Shin-ji
Fotografia: Cho Hyoung-rae
Montaggio: Han Mee-yeon
Musiche: Kim Hae-won
Scenografia: Cho Hwa-sung
Lee Byung-hun: Yeong-tak
Park Seo-joon: Min-sung
Park Bo-young: Myeong-hwa
Kim Sun-young: Geum-ae
Park Ji-hu: Hye-won
Kim Do-yoon: Do-gyun
Uhm Tae-goo: homeless
Oh Hee-joon: homeless
Joo In-young: Kim Po-daek
TRAMA: Uno squassante terremoto trasforma gran parte della città di Seul in una rovina fumante. Ma mentre i sopravvissuti iniziano a rimboccarsi le maniche per cercare di ristabilire un ordine, sembra che la vera calamità debba ancora calare sulle loro teste.
VOTO 6,5

Thriller distopico sudcoreano del 2023 che esplora non tanto la lotta alla sopravvivenza in quelle condizioni estreme, con la conseguente mancanza di cibo, acqua e per la quasi totalità della popolazione di un ricovero più che mai necessario con il gelo che domina nella stagione invernale, quanto le conseguenze che si ripercuotono sulle dinamiche sociali tra il numeroso gruppo di inquilini dell’unico grande condominio rimasto in piedi ed il resto dei cittadini che non sanno più come ripararsi e nutrirsi. È questo secondo aspetto, infatti, che diventa il vero nocciolo della narrazione: la battaglia che esplode inevitabile tra chi ha un riparo ed una riserva di cibo e acqua, e chi è fuori e vaga per strada alla ricerca di sostentamento. È ovvio, in ogni romanzo distopico emerge sempre l’aspetto sociale, ma in questo film è il nucleo centrale, con gli inevitabili risvolti sociali e psicologici, che spingono, mi si passi il termine, al razzismo sociale.

Dopo il terremoto catastrofico che trasforma Seul in un deserto di cemento e polvere, gli Hwang Gung Apartments diventano l’unico rifugio stabile in mezzo alla distruzione. I residenti - tra cui una giovane coppia, Min-sung e Myeong-hwa, che cerca di orientarsi nel caos - si ritrovano a vivere senza elettricità, acqua o comunicazioni. All’inizio prevalgono lo smarrimento e la necessità di organizzarsi, mentre dall’esterno arrivano persone disperate in cerca di aiuto. La comunità tenta di mantenere un equilibrio fragile, oscillando tra la compassione e la paura di non avere abbastanza risorse per tutti. Con il passare dei giorni, la pressione della sopravvivenza trasforma il condominio in una sorta di micro-società chiusa, dove emergono nuove leadership e nuove regole. Le decisioni collettive diventano sempre più drastiche e il confine tra protezione ed esclusione si fa sottile.

Il film segue l’evoluzione psicologica e sociale degli abitanti, mostrando come un luogo apparentemente sicuro possa diventare teatro di tensioni profonde. Il lungometraggio di Tae-hwa Eom - regista praticamente sconosciuto se non per l’assistenza a Park Chan-wook come aiuto in Lady Vendetta - esplora così il lato (dis)umano delle comunità in crisi, senza rivelare gli sviluppi successivi né gli esiti dei personaggi. Al termine, i conti saranno regolati, i cattivi puniti e i giusti quasi tutti salvati, e quindi non senza la drammaticità e la tragedia che i “regolamenti” prevedono e come la giustizia umana si aspetta.

Forse qualche goccia della spietatezza psicologia del maestro Park Chan-wook se la porta dietro ancora Tae-hwa Eom e lo dimostra come racconta la metamorfosi della popolazione dello stabile fortunato allorquando comincia, dopo lo shock iniziale causato da un terremoto come raramente si vede al cinema (la terra che ondula pare uno tsunami), a riunirsi per confortarsi e consultarsi, impietositi, sugli sciagurati esterni che chiedono aiuto. Ora sono in tanti al riparo nell’ampio androne dell’ingresso e addirittura i due protagonisti, Min-sung e Myeong-hwa, accettano persino di accogliere nel loro appartamento una donna con il suo bimbo che trema dal freddo. Tutto lascia sperare in una accoglienza degna del termine ed invece, alla prima importante e decisiva riunione d’emergenza dei condomini, prima di tutto si stabilisce, vista la penuria di cibo e acqua, che nell’immobile possano rimanere solo i proprietari e gli altri debbano essere espulsi, e poi si passa ad eleggere un capo: una vera micro-organizzazione sociale con un responsabile a cui tutti devono obbedire. Più che una mini-repubblica, è una mini-dittatura? Non si direbbe dalle prime intenzioni ma in effetti così evolverà.

La novità è che viene acclamato dall’assemblea Yeong-tak (il celebre Lee Byung-hun, protagonista nel premiato No Other Choice (2025) ovviamente di Park Chan-wook, e nella famosa serie Squid Game), il quale - interpellato perché sconosciuto a tutti i coinquilini - afferma di essere davvero il proprietario dell’appartamento 902, ma con una tale poca convinzione e tanta circospezione che se a qualche spettatore non sfugge questo particolare importante non si meraviglierà degli agitati e violenti risvolti nei minuti finali della trama. Ma ciò che emerge su tutto è quel famoso razzismo sociale di cui prima: chi resta fuori dal palazzone è un nemico, è un appestato da tenere lontano anche con l’uso della violenza, è il pericolo numero uno. Quindi, meglio barricarsi e organizzarsi in raid per rifornirsi di vettovagliamento nei negozi distrutti e abbandonati nelle strade della capitale e poi rinchiudersi in quella sorta di fortezza da difendere con i denti. Non c’è più spazio per l’umanità, per la generosità per l’altruismo: io sono salvo, tu morirai di freddo fame e sete.

La piazza antistante è una sorta di Mediterraneo solcato dai gommoni dei migranti, le strade di Seul sono disseminate di cadaveri e i pochi che vagano sono mine esplosive di violenza e vendetta per essere stati esclusi. La violenza non manca, capeggiata e organizzata da quel Yeong-tak che ha preso i pieni poteri e impartisce ordini come un piccolo dittatore. Il suo braccio destro è il giovane della coppia Ming-sung, che, in buona fede, non esita ad obbedirgli ciecamente, mentre la generosa Myeong-hwa comincia ad avere dubbi sulla legittimità e l’onestà del capo, sollecitata da una soffiata della giovane Hye-won, dell’appartamento 903, proprio accanto a quello del sedicente proprietario Yeong-tak…

Intanto le notizie che arrivano dall’esterno rivelano che fuori “è un inferno” e l’equilibrio della comunità, divenuto brutale, vacilla quando una giovane inquilina torna descrivendo l'orrore. L’impulso solidale iniziale è ormai sparito e dimenticato, i giorni passano e nessun soccorso arriva, le risorse si assottigliano e gli abitanti ora sono certi di aver scelto bene con la loro decisione egoistica: l’edificio appartiene ai residenti e solo loro possono restare. Giunti a questo punto di non ritorno, la lotta per il potere e la sopravvivenza ha fatto emergere il peggio dell’umanità. È, come si può ben capire, uno scenario allegorico sulla chiusura delle frontiere dei nostri giorni, di quando cioè si ha paura dell’estraneo o quando non si vogliono dividere le poche risorse a disposizione dopo un traumatico evento. L’uomo, periodicamente, quando i tempi diventano difficili, torna ad essere bestia, homini lupus hominem.
Il finale del film, che parte catastrofico e survival e poi vira al thriller a causa della rivelazione inquietante, è duro, violento e profondamente amaro. L’assalto dei sopravvissuti esterni travolge il condominio, generando caos e sangue mentre l’ordine costruito da Yeong‑tak crolla definitivamente e lui, ormai in preda al delirio, realizza troppo tardi che la sua “utopia” era solo un’illusione destinata a implodere. È un epilogo che sancisce la fine del suo potere e del sistema oppressivo che aveva imposto. Parallelamente, il film lascia un’unica nota di luce: Min‑sung e Myeong‑hwa riescono a fuggire mano nella mano tra le macerie, scegliendo la possibilità di una vita diversa dopo il collasso morale e materiale del condominio. È una speranza fragile, ma reale, che contrasta con la brutalità del resto del finale e suggerisce che l’umanità può sopravvivere anche quando le strutture sociali crollano.
Il complesso Hwang Gung non è solo un luogo: è la rappresentazione di una comunità che, sotto pressione, si trasforma in un micro‑stato autoritario. La sua “utopia” nasce da due forze intrecciate: la paura di perdere ciò che si ha, il desiderio di ordine e protezione, anche a costo della violenza. Yeong‑tak incarna questa deriva: non è un tiranno nato, ma un uomo comune che, investito di un ruolo, si convince che la sopravvivenza giustifichi qualsiasi mezzo. Il suo crollo finale - solo, circondato dal fuoco - è la materializzazione della sua illusione: il potere costruito sulla paura brucia insieme a chi lo esercita. Il condominio che va in fiamme è quindi la fine di un modello sociale basato sull’esclusione, non solo la distruzione di un edificio.

La fuga di Min‑seong e Myeong‑hwa introduce un controcampo morale. Non rappresentano l’eroismo, ma la scelta di non aderire alla logica del condominio, pur essendone stati complici o spettatori. Il film ci suggerisce che la sopravvivenza autentica non è solo fisica: è la capacità di non lasciarsi definire dalla paura collettiva. Il finale aperto, in un paesaggio di macerie, non promette un futuro roseo, ma un futuro possibile. La loro camminata è un gesto simbolico: uscire dalla comunità corrotta per tentare di ricostruire un’etica diversa, anche se fragile. In questo senso, ora non ci sono che due strade possibili: la comunità implode nella violenza e l’individuo tenta di salvarsi senza perdere del tutto l’umanità. È un finale che non consola, ma che lascia uno spiraglio, la possibilità che, fuori dall’“utopia” fallita, esista ancora spazio per una scelta morale.

L’opera metaforica della nostra odierna società divenuta, a volte, troppo egoista e feroce, è diretta da Tae-hwa Eom abbastanza efficacemente e vede una buona interpretazione da parte di tutti, soprattutto dall’esperto Lee Byung-hun, compreso i due della giovane coppia. Caratteristico è il tipo di recitazione coreano di tutti gli attori, che facilmente diventa plateale e melodrammatico. È il loro modo di esprimersi nei momenti concitati e qui ce ne sono un mucchio.














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