Disclosure Day (2026)


Disclosure Day
USA Canada Nuova Zelanda Giappone 2026 fantascienza/dramma 2h25’
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura: David Koepp
Fotografia: Janusz Kamiński
Montaggio: Sarah Broshar
Musiche: John Williams
Scenografia: Adam Stockhausen
Costumi: Paul Tazewell
Emily Blunt: Margaret Fairchild
Josh O’Connor: Daniel Kellner
Colin Firth: Noah Scanlon
Eve Hewson: Jane Blankenship
Colman Domingo: Hugo Wakefield
Wyatt Russell: Jackson
Henry Lloyd-Hughes: Casper Boyd
Elizabeth Marvel: sorella Maura
Hettienne Park: Serena
Gabby Beans: Angela Childs
Michael Gaston: generale Dobbs
TRAMA: Una meteorologa e un esperto di sicurezza informatica si ritrovano coinvolti in un movimento volto a smascherare l’insabbiamento da parte del governo di segreti di natura extraterrestre.
VOTO 6,5

Incontri ravvicinati del quarto tipo? Due film lontani quasi mezzo secolo che raccontano lo stesso evento – il contatto con l’ignoto – con sensibilità opposte. Nel 1977 Spielberg costruiva un’immagine luminosa dell’incontro: stupore, armonia, fiducia reciproca. Gli incontri ravvicinati era un rito di passaggio collettivo, un’esperienza quasi spirituale che trasformava l’umanità attraverso la meraviglia. Quest’altro, invece, fotografa un mondo che non sa più accogliere: segreti, governi che controllano la verità, società diffidente. L’alieno non è più epifania ma variabile politica, corpo da gestire, presenza che rivela le nostre paure. Se il primo film celebrava la fratellanza, il secondo indaga la frattura. Due visioni che dialogano: un’utopia e un’amara e astiosa diagnosi del presente. Sì, del presente, in cui, come fanno gli americani con questi “prigionieri”, oggi il benestante maltratta i migranti, trattandoli, a prescindere, come pericolo.

La trama ci mostra un mondo attraversato da una crescente instabilità geopolitica e da un clima di sospetto verso tutto ciò che riguarda gli UAP (Unidentified Aerial Phenomenon, cioè Fenomeno Aereo Non Identificato, un UFO, insomma). In questo contesto, il giovane analista informatico Daniel Kellner (Josh O’Connor) scopre che la corporation governativa Wardex custodisce un archivio segreto sugli incontri extraterrestri avvenuti negli ultimi decenni. Decide di sottrarre quei file e un misterioso oggetto alieno, convinto che la verità debba essere resa pubblica. La sua fuga lo trasforma in un ricercato: Wardex mobilita risorse militari e mediatiche con a capo Noah Scanlon (Colin Firth) per catturarlo e insabbiare ogni traccia. Intanto, a Kansas City, la meteorologa Margaret Fairchild (Emily Blunt) inizia a manifestare strane capacità psichiche e a parlare una lingua sconosciuta, che gli esperti identificano come un codice extraterrestre. Le sue visioni sembrano collegate all’artefatto rubato da Daniel, creando un filo invisibile tra due vite lontane.

Quando i due si incontrano, scoprono di condividere un passato rimosso: entrambi sono stati rapiti da bambini (riecco “gli incontri ravvicinati) e “modificati” dagli alieni per osservare l’umanità dall’interno. Le loro abilità complementari diventano l’unico strumento per decifrare l’Archivio e comprendere il vero scopo del contatto. Con l’aiuto di un gruppo di ex dipendenti Wardex, i due tentano di diffondere la verità mentre la corporation intensifica la caccia, arrivando a detenere un anziano extraterrestre sopravvissuto per anni nei suoi laboratori. La tensione cresce fino al momento in cui Daniel e Margaret riescono a trasmettere l’intero archivio in diretta mondiale, bloccando la corsa alla guerra e costringendo i governi a riconoscere l’esistenza degli alieni. Nel finale, l’essere liberato pronuncia un ultimo messaggio attraverso Margaret: un semplice “Listen”, “Ascolta”, che ribalta il senso del contatto e invita l’umanità a un ascolto finalmente autentico.

Fantascienza, avventura, thriller, c’è tutto e non manca nulla, però molto molto fantasy, che a mio parere trascende dal classico concetto della fantascienza nel cinema. Ovviamente non può mancare il villain, che qui non è un nemico da eliminare, piuttosto un nemico non cattivo ma con compiti di guardia nazionale dei segreti di stato, che, figuriamoci negli USA, è spietato. Si tratta di Noah Scanlon, che incarna l’archetipo del custode della soglia dei segreti militari: è l’uomo che decide cosa l’umanità può o non può sapere. Questa posizione lo porta a sviluppare una psicologia fondata sul controllo totale, sulla gestione dell’informazione come arma e sulla convinzione che la massa sia intrinsecamente incapace di gestire la verità. Se i veri protagonisti sono gli altri due, lui si pone sullo stesso piano poiché ha un compito troppo importante e quindi si comporta duramente. È un pensatore strategico, abituato a muoversi in un ambiente di segreti, protocolli e catene di comando. Lo si può definire arrogante, cinico, freddo calcolatore e senza rimorsi. È il cattivo della trama ma è costretto ad esserlo perché è preposto alla difesa dei segreti della nazione e si adopera nella maniera più impudente e scorretta, badando solo al risultato.
Di fronte, questo ferreo funzionario di stato, ha due rivali, ben intenzionati a portare a termine il loro compito. Margaret e Daniel sono due protagonisti complementari, costruiti come poli opposti della stessa verità: lei è empatica, improvvisamente attraversata da un linguaggio e da visioni che la spingono a comprendere, non a controllare; lui è il razionale ferito, un analista brillante ma paranoico, che reagisce al mistero con la necessità di decodificarlo e denunciarlo. La prima vive il contatto come un’esperienza trasformativa che amplifica la sua sensibilità e la rende un ponte tra le due specie; il secondo lo vive come una missione etica, spinto dal bisogno di smascherare la menzogna e proteggere chi ama, dato che la sua Jane Blankenship (Eve Hewson) è sempre in pericolo, diventando anche una pedina di ricatto. Lei incarna l’apertura, l’ascolto, la connessione; lui la determinazione, il rischio, la ribellione. Insieme formano un’unica traiettoria narrativa: la verità non è solo da rivelare, ma da sentire e interpretare, e solo la loro doppia prospettiva permette al film di trasformare il mistero in un atto di salvezza dell’umanità (in ambo i significati).
Cosa vuol dirci il film di Spielberg? Il messaggio centrale è che la verità non è un pericolo: il vero pericolo è chi la controlla. Il film trasforma il contatto alieno in una crisi morale: si passa dal classico “non siamo soli” a “chi decide cosa l’umanità può sapere”. Per questo il tema dominante è la proprietà della verità, la gestione del reale da parte di governi e corporation, e il diritto delle persone a conoscere ciò che le riguarda. Riflettiamo: non è ciò che ci sta accadendo oggi? Il film afferma che la trasparenza – anche quando sconvolgente – può unire, mentre il segreto istituzionale genera paura, disinformazione e conflitto. Parallelamente, Spielberg lega la disclosure, la rivelazione, all’idea di comprendere ogni lingua e memoria, per darci la possibilità di un ascolto che supera i confini umani. In sintesi, quindi, si sostiene che la verità e la comunicazione sono strumenti di liberazione, mentre il controllo e la paura sono le vere minacce alla convivenza umana. Un messaggio estremamente positivo e umanistico. Fraterno, direi, universale.
La messa in scena è pressoché perfetta e Steven Spielberg dimostra quanto il suo cinema sia sempre una lezione di cinematografia, di inquadrature, di direzione di attori, con tutto il cast tecnico che lavora all’unisono per un risultato completo. Quello che non ho gradito del tutto è un’eccessiva dose di fantasy: è vero che spesso la fantascienza lo sia, ma stavolta – io che mi attendevo un concreto film sci-fi – ho notato troppi elementi diversivi di fantasia, ad iniziare dalle straordinarie doti dei due protagonisti, in special modo di Margaret che si ritrova a parlare lingue straniere o aliene senza coscienza, come in trance: oppure come il capo militare riesca a mandare in ipnosi l’interlocutore manovrandolo anche nei gesti. Mah! Se, ripeto, il concetto di base dei mitici “incontri” erano un bel messaggio fraterno (sublimato maggiormente da Villeneuve in Arrival, inarrivabile opera umanistica universale), qui si passa con disinvoltura al thriller con tanto di SUV blindati che arrivano lampeggianti e si dispongono sempre nella stessa identica maniera vicino all’obiettivo e, badate bene, senza il minimo traffico caotico delle metropolitane americane. Oltre ai numerosi personaggi della trama non c’è un cane che passeggia, fa la spesa, va al bar: sono loro e basta, per giunta con una villetta prefabbricata in stile set cinematografico che l’oggetto misterioso alieno fa diventare invisibile. Più che fantascienza mi è parso un fantasy da fiaba per bambini.
Il resto è senz’altro da promuovere. Josh O’Connor è un formidabile attore capace di passare da un tipo di ruolo ad un altro opposto, come ha sempre dimostrato; Emily Blunt è un’attrice jolly, ottima per ogni idea di cinema, ma stavolta mi è parsa in certe espressioni Suor Angelica; Colin Firth non ha il viso e l’aplomb da villain, ma si è saputo riciclare benissimo, sebbene alquanto imbalsamato; Colman Domingo è relegato in seconda linea ma è un talentuoso attore, sempre. Discorso a parte per l’interessante Eve Hewson (figlia di Bono degli U2) che finora non aveva avuto un’occasione così importante ma con quel viso angelico avrà modo, immagino, di affermarsi in futuro. Gli altri caratteristi li ho visti muoversi troppo meccanicamente, specialmente quando Noah chiede ai tecnici informatici un dato o un tracciamento, per cui loro si siedono al computer e digitano immediatamente qualcosa che produce una risposta istantanea come se il pc non aspettasse altro quesito. Insomma, momenti di alto fantasy e quindi mai realistico.
Il film può essere letto come un ritorno alla meraviglia controllata di Spielberg: un cinema che mescola fantascienza, fede, empatia e memoria visiva per parlare del presente; inoltre, non cerca solo l’effetto spettacolare ma usa l’incanto spielberghiano come strumento morale, per difendere la capacità umana di credere alle storie, di riconoscere l’altro, di scegliere responsabilmente. La rivelazione aliena diventa così una metafora sociale, un invito a guardare oltre il cinismo contemporaneo, a ricostruire comunità e fiducia. A questo punto, possiamo anche concludere che sia il segno che il regista – legato sempre allo sguardo anni ‘80 – mantiene comunque un’energia creativa sorprendente, capace di fondere Hitchcock, X‑Files, Shyamalan e la sua stessa storia in un racconto che parla di noi. Per contro, però, non possiamo evitare di parlare della natura fantasy del progetto: una scrittura che procede per simboli, forzature, nomi biblici, sequenze che sfidano la verosimiglianza e rischiano il ridicolo. La miscela di thriller, fiaba, religione, UFO e filosofia appare a tratti ingenua, con snodi forzati, quasi buchi narrativi evidenti e un tono che oscilla senza equilibrio tra epica morale e fumetto cospirativo. È come se questo regista sia stato influenzato da.., Spielberg, quello di una volta, ma aggiornato ai tempi. La sua ambizione di “grande rivelazione” si scontra con una struttura narrativa che non sempre regge e che può risultare retorica, autoreferenziale, persino manipolatoria. È proprio tutto ciò che mi ha lasciato perplesso e deluso, in quanto – dopo averne sentito parlare tanto – non ho trovato quello che pensavo di vedere. Esagero, lo so, ma in certi momenti ho l’impressione di aver assistito ad un ricchissimo b-movie (è una bestemmia, lo so). Anzi, mi pernetto il lusso di concludere che sia quasi “un’americanata”.
La rivelazione è sì il giorno in cui tutto il mondo si ferma col fiato sospeso e il disgusto per guardare su ogni dispositivo possibile in ogni angolo degli Stati Uniti i files rubati e pubblicati (ma perché solo negli USA?), ma non è ciò che avremmo voluto sentire dalle parole dell’anziano e traballante alieno: “Listen”… ma cosa? Al prossimo film?
Il mio giudizio è ampiamente sufficiente, ovvio, ed il mezzo voto è un premio al lavoro complessivo e alla messa in scena sempre convincente, ma nulla di più.






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