Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977)


Incontri ravvicinati del terzo tipo
Close Encounters of the Third Kind
USA UK Cina 1977 fantascienza 2h18’
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura: Steven Spielberg
Fotografia: Vilmos Zsigmond
Montaggio: Michael Kahn
Musiche: John Williams
Scenografia: Joe Alves
Costumi: James Linn
Richard Dreyfuss: Roy Neary
François Truffaut: Claude Lacombe
Teri Garr: Ronnie Neary
Melinda Dillon: Jillian Guiler
Shawn Bishop: Brad Neary
Adrienne Campbell: Silvia Neary
Justin Dreyfuss: Toby Neary
Cary Guffey: Barry Guiler
Bob Balaban: David Laughlin
Roberts Blossom: fattore
Merrill Connally: caposquadra
George DiCenzo: sindaco Benchley
Lance Henriksen: Robert
Warren Kemmerling: Wild Bill
J. Patrick McNamara: capoprogetto
Gene Dynarski: Ike
Josef Sommer: Larry Butler
TRAMA: Un messaggio musicale dallo spazio, una serie di misteriose apparizioni nei cieli degli Stati Uniti, il riproporsi di fatti del tutto inspiegabili, un messaggio subliminale indotto in molte persone. Presagi di una venuta degli alieni. Roy Neary, ossessionato da una strana montagna, e una mamma a cui è sparito il figlioletto sono tra gli eletti ad accoglierli, mentre uno scienziato francese sovraintende al misterioso rendez-vous.
VOTO 7,5

Il film, che ha avuto il pregio di tempismo perfetto e capacità di catturare l’immaginazione del pubblico negli anni ‘70, un periodo in cui l’interesse per gli UFO era al culmine, racconta la storia di un incontro benevolo tra umani e alieni, un tema che Steven Spielberg aveva desiderato esplorare per anni. Sicuramente la pellicola ha beneficiato dell’atmosfera pro-fantascienza creata dal successo di Star Wars. Una bella caratteristica è che rappresenta (finalmente) gli alieni come esseri amichevoli e curiosi, una caratterizzazione rara nei film di fantascienza dell’epoca e ancora tutt’oggi, fatta eccezione per il meraviglioso Arrival di Villeneuve.

Nel deserto di Sonora, il ricercatore francese Claude Lacombe (François Truffaut) indaga su una serie di fenomeni inspiegabili, tra cui il ritrovamento della “Squadriglia 19”, cinque aerei scomparsi nel 1945 e ora perfettamente integri ma privi di piloti. Intanto, nell’Indiana, il piccolo Barry Guiler vive un incontro notturno con misteriose presenze che sembrano comunicare attraverso luci e suoni, evento che porta al suo rapimento. Nella stessa notte, l’addetto alle linee elettriche Roy Neary (Richard Dreyfuss) incrocia quattro UFO durante un intervento di manutenzione: l’esperienza lo sconvolge e gli lascia un’ossessione visiva, una forma di montagna che tenta di riprodurre in ogni modo. Anche Jillian (Melinda Dillon), la madre di Barry, sviluppa la stessa immagine mentale dopo il passaggio degli UFO nella sua casa. Mentre gli avvistamenti si moltiplicano in tutto il mondo, Lacombe scopre che tutti i testimoni hanno udito la stessa sequenza di cinque note, indizio che conduce a un luogo preciso: la Torre del Diavolo, nel Wyoming.

Il governo isola l’area attorno alla Torre del Diavolo, diffondendo la falsa notizia di una fuga di gas per allontanare la popolazione, mentre una base segreta viene allestita per preparare il contatto con gli extraterrestri. Roy e Jillian, spinti dalla loro ossessione, riescono a raggiungere la montagna nonostante i blocchi militari. Nella notte, decine di UFO appaiono sopra la base, culminando nell’arrivo della gigantesca nave madre. Gli scienziati comunicano con gli alieni tramite luci e musica, ottenendo risposta. La nave libera le persone rapite negli anni, tra cui Barry, in perfetta salute. Gli alieni, di aspetto umanoide e pacifico, scendono dalla navicella e interagiscono con Lacombe. Il governo ha intanto selezionato un gruppo di volontari per salire a bordo, ma solo Roy viene scelto dagli extraterrestri: entra nella nave e parte con loro, mentre la base osserva il veicolo scomparire nel cielo, suggellando un primo contatto positivo e meraviglioso tra umanità e vita aliena.

Indubbio che questo sia uno di quei film che sembrano nati per restare nella memoria. Steven Spielberg lo realizza nel momento perfetto: la fine degli anni ’70, quando l’America guarda al cielo con un misto di paura e speranza, e il successo di Star Wars ha riaperto la porta alla fantascienza popolare. Ma il suo film va in un’altra direzione: niente guerre stellari, niente invasioni ostili. Qui l’ignoto non è una minaccia, ma una possibilità. È un cinema che sceglie la meraviglia, e lo fa con una semplicità quasi infantile, quella che permette allo spettatore di credere davvero che “non siamo soli”. I principali personaggi sono guidati dalla stessa immagine mentale, una montagna a tronco di cono, e dalla stessa sequenza di cinque note che John Williams trasforma in un tema ipnotico, semplice e indimenticabile. È il film stesso a funzionare così: una chiamata, un richiamo, un invito a guardare oltre.

Rivedendolo oggi, colpisce la sua doppia natura. Da un lato è un film spettacolare, costruito con effetti speciali che ancora oggi reggono il confronto con il digitale: la nave madre di Douglas Trumbull (uno degli incaricati degli effetti speciali) è un’apparizione che non ha perso nulla della sua potenza. Dall’altro è un’opera che parla con un linguaggio diretto, quasi anti‑intellettuale: un cinema che non ha paura di essere semplice, di parlare “ad altezza di bambino”, e proprio per questo riesce a rapire lo spettatore. François Truffaut, presenza luminosa nel ruolo di Lacombe, incarna quella purezza di sguardo che Spielberg negli anni successivi rischierà di perdere. Qui invece è intatta: Truffaut è il testimone della magia, l’uomo che crede ancora nelle meraviglie del possibile.

La sequenza finale, con gli alieni che scendono dalla nave madre, è diretta per portare un messaggio di fratellanza: mani alzate in segno di pace, occhi azzurri comprensivi, figure filiformi disegnate da Carlo Rambaldi che anticipano la dolcezza di E.T.. È un momento che riassume il senso del film: gli extraterrestri non vengono per distruggere, ma per comunicare. E scelgono Roy, l’uomo medio, quello che ha continuato a cercarli anche nel purè di patate. Non l’eroe, non lo scienziato: l’uomo comune che ha avuto il coraggio di credere. Per tutto ciò resterà per sempre una pellicola che parla al bambino e all’adulto, che unisce paura e stupore, che trasforma un incontro con l’ignoto in una favola moderna. È un’opera che non invecchia perché non si appoggia sulla tecnologia, ma sull’emozione. E quell’emozione, oggi come allora, continua a brillare.

Da elogiare sono le interpretazioni degli attori, in particolare Richard Dreyfuss, Melinda Dillon e François Truffaut, e la colonna sonora di John Williams, che contribuisce a creare l’atmosfera del film. Gli effetti speciali, poi, considerati rivoluzionari per l’epoca, sono un altro punto di forza del film.

È un film che funziona per tutti, offrendo una visione ottimistica e magica del primo contatto con una specie aliena.

Riconoscimenti
Oscar 1978
Miglior fotografia
Miglior montaggio sonoro
Candidatura miglior regia
Candidatura miglior attrice non protagonista a Melinda Dillon
Candidatura miglior scenografia
Candidatura miglior montaggio
Candidatura miglior sonoro
Candidatura miglior effetti speciali
Candidatura miglior colonna sonora
Golden Globe 1978
Candidatura miglior film drammatico
Candidatura miglior regia
Candidatura miglior sceneggiatura
Candidatura miglior colonna sonora
BAFTA 1979
Migliore scenografia
Candidatura miglior film
Candidatura miglior regia
Candidatura miglior attore non protagonista a François Truffaut
Candidatura miglior sceneggiatura
Candidatura miglior fotografia
Candidatura miglior montaggio
Candidatura miglior sonoro
Candidatura miglior colonna sonora
David di Donatello 1978
Miglior film straniero






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