Finalement - Storia di una tromba che si innamora di un pianoforte (2024)
- michemar

- 11 minuti fa
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Finalement - Storia di una tromba che si innamora di un pianoforte
Finalement
Francia 2024 commedia drammatica 2h7’
Regia: Claude Lelouch
Sceneggiatura: Claude Lelouch, Pierre Leroux, Grégoire Lacroix, Valérie Perrin
Fotografia: Maxime Héraud
Montaggio: Stéphane Mazalaigue
Musiche: Ibrahim Maalouf, Didier Barbelivien
Scenografia : Jean-Philippe Petit
Costumi: Christel Birot
Kad Merad: Lino Massaro
Elsa Zylberstein: Léa
Michel Boujenah: Michel
Sandrine Bonnaire: Sandrine
Barbara Pravi: Barbara
Françoise Gillard: Manon
Marianne Denicourt: Marianne
Françoise Fabian: Françoise
François Morel: allevatore normanno
Raphaël Mezrahi: Dio
Julie Ferrier: Marie
Dominique Pinon: dottore
Marie-Hélène Lentini: sig.ra Barbier
François Bureloup: detective
Clémentine Célarié: rigattiera
Lionel Abelanski: cacciatore
TRAMA: Lino, un brillante avvocato abituato a controllare ogni aspetto della propria vita, vede crollare tutte le sue certezze dopo un problema di salute che gli impedisce di mentire. Lasciatosi alle spalle il passato, parte per un viaggio a piedi senza meta precisa alla ricerca di se stesso, tra incontri inattesi, nuovi amori e la passione per la musica.
VOTO 5

Chissà. Forse ha ragione Claude Lelouch a pensare e a mettere in immagini un concetto esistenziale che si può ridurre a parole: per tornare a vivere (Vivere per vivere è stato un suo vecchio successo), è necessario fuggire, allontanarsi; non nel senso della rinuncia alla vita, tutt’altro, bensì in quello che si avverte per liberarsi dai pesi mentali che stanno rovinando la propria vita ed allora… via! Per altri luoghi, a vedere altre persone, a provare nuove sensazioni. Per giunta, a piedi e senza meta. Ed è precisamente così che la pensa il protagonista Lino Massaro, un avvocato di successo, sposato per la seconda volta e con due figli, più che benestante, ma oppresso da tutto e, a suo dire, con una forma di patologia neurologica fronto-paretale, detta “la follia dei sentimenti”. Motivo per cui non è capace di mentire e gli viene spontaneo dire tutto ciò che gli passa per la mente, rischiando spesso di offendere gli altri.

Lino è un avvocato parigino di grande successo, con una famiglia solida e una vita costruita secondo tutte le regole del benessere. Un giorno, però, qualcosa si incrina: gli viene diagnosticata una particolare patologia neurologica che gli impedisce progressivamente di mentire, minando alla radice la sua identità professionale e personale. Sconvolto, abbandona all’improvviso la propria esistenza e intraprende un viaggio attraverso la Francia, lasciandosi alle spalle lavoro, routine e certezze. Durante la fuga, Lino cambia identità a ogni tappa: si presenta come prete destituito, come regista di film per adulti, come trombettista improvvisato. Ogni incontro lungo il percorso modifica la sua prospettiva, mentre la musica – soprattutto la tromba – diventa un nuovo linguaggio attraverso cui ritrovare sé stesso. Il viaggio, dalla Normandia alla Provenza, lo porta a confrontarsi con persone diverse e situazioni imprevedibili, che lo allontanano sempre più dalla vita ordinata che aveva condotto fino a quel momento.

La malattia che gli impedisce di mentire si rivela presto una sorta di detonatore emotivo: Lino non può più nascondersi dietro le convenzioni, né verso gli altri né verso sé stesso. Lelouch trasforma questa condizione in una metafora della crisi identitaria contemporanea, dove la perdita di controllo diventa l’unica via per una rinascita possibile. Il viaggio di Lino è un percorso di spoliazione: ogni ruolo che interpreta è un tentativo di capire chi sia davvero quando vengono meno status, abitudini e aspettative sociali. La musica, che riaffiora come vocazione dimenticata, diventa il ponte tra il caos e una nuova armonia interiore. L’incontro con una donna e con una serie di figure marginali contribuisce a scardinare ulteriormente le sue certezze, guidandolo verso un’idea di felicità più fragile ma più autentica.

Il film si configura così come una commedia sentimentale e filosofica, un viaggio on the road che usa la crisi come occasione per interrogare il senso della vita, dell’amore e delle seconde possibilità. E fin qui il film sembra interessante e attrattivo, quasi rivoluzionario. Purtroppo accade che il regista si lasci prendere la mano: come gli capita sempre, è l’emotività che traspare dalle sue opere che domina la sua scrittura e ogni scena dura più del prevedibile ed il film si allunga a dismisura. Inoltre, seguendo il concetto di base della ribellione al trantran monotono della vita, le avventure in cui Lino incappa paiono un poco fantasiose se non proprio inattendibili, a cominciare dal fatto che ovunque arrivi viene accolto a porte aperte, soprattutto (facciamoci caso) se a riceverlo sono donne. Gli uomini, invece, lo cacciano. Ciò lo trovo impensabile, specialmente con la scarsa fiducia nel prossimo che serpeggia oggi nella società attuale. Invece, a lui va sempre liscio. Gli si offrono caffè, bicchieri d’acqua, pagliai per riposare, persino un veloce e istintivo innamoramento ricambiato. Nel frattempo, moglie, figli, madre, l’avvocato amico intimo, tutti preoccupati della sparizione e alla affannosa ricerca del disperso.

Eventi che mi paiono improponibili, poco attendibili, ed invece a Lino riescono con una facilità impressionante. Segno evidente della positività della visione della vita di un regista che quasi novantenne vede sempre tutto rosa (colore sentimentale e ottimista), l’amore in primo piano, i classici sentimenti… impazziti come la patologia che affligge il protagonista. Che pazzo, però, non è. Anzi, ciò che colpisce innanzitutto è il bel sorriso, le belle maniere, la signorilità che raramente si può riscontrare in un homeless. E poi, una generosità senza pari dovuta chiaramente al suo patrimonio, per cui distribuisce come volantini assegni bancari per contraccambiare le gentilezze ricevute. Lasciando così le tracce del suo cammino, che non va a Santiago come alcuni che incontra (ma quel gruppo di pseudo-frati che si presentano come Gesù e i discepoli? Boh, e incontra persino un sedicente Dio!) ma va casaccio distribuendo sorrisi.

Tra i difetti riscontrati menzionerei un eccessivo autocitazionismo con suoi materiali precedenti tipo collage, una certa ripetizione dei suoi argomenti vecchie e sfruttati, la filosofia del destino (anche questo ripetitivo), un assemblaggio caotico di scene che legano poco tra loro, un’avventura dietro l’altra (ci vorrebbe una serie TV), tono incoerente tra un dialogo e l’altro. Ed infine, un disequilibrio tra commedia, dramma e filosofia. Un film che definirei confuso, pur se a tratti piacevole ma mai davvero brillante. Di contro trovo molto positiva la prova interpretativa dell’eccellente Kad Merad, bravissimo, ormai giunto alla completa maturazione di attore e persino con una buonissima voce quando canta. Importanti le presenze nostalgiche di Sandrine Bonnaire e di Françoise Fabian.
Nel percorso emergono anche fede, spiritualità e coincidenze che cambiano il destino dei personaggi, senza trasformare il film in un racconto religioso. L’opera dialoga con i temi classici del regista: famiglia, caso, incontri, strada, amore inatteso. Sotto la leggerezza, il film riflette su burnout, stanchezza e diritto di cambiare vita: la libertà non è cancellare il passato, ma imparare a guardarlo diversamente. Il viaggio di Lino diventa così una ricerca di un nuovo modo di abitare la propria esistenza. Scappare, quindi, per tornare a vivere, tanto che, conosciuta una “guaritrice” (accipicchia, un’altra figura fantasy!), lui ritorna felice alla vita precedente. Mah! Il senso morale della narrazione sta quasi tutta nel brano cantato prima dei titoli di coda assieme alla figlia aspirante cantautrice. “Alla fine, non si ricorda più di essere nati, dove sono finiti tutti quegli anni. La fine non finirà mai!” (aricipicchia!) “Adesso il tempo cancella i nostri sguardi davanti allo specchio. Il cuore si stanca, la vita ci abbraccia. Alla fine, ognuno di noi ha avuto la sua occasione.” Loro cantano e tutti i vari personaggi del film, nel semibuio ascoltano appassionati ed emozionati. “Alla fine, è meglio avere delle noie che annoiarsi”. Sarà.

No, caro Lelouch, non sono mai stato un tuo caloroso fan ma la discesa iniziata anni fa non si sta frenando: ora piace solo ai (tanti, per tua fortuna) cari spettatori attratti dal tuo solito cinema. Magari fosse durato mezz’ora di meno e con una sceneggiatura più scorrevole ed essenziale (il guaio è forse derivato da ben quattro sceneggiatori), il film sarebbe parso senz’altro più gradito e sopportabile pur nella sua eccessiva emotività d’autore.
A proposito, è stato necessario attendere più di un’ora per capire il nesso tra una tromba ed un pianoforte, arrivati troppo tardi per comprendere cosa ha spinto i distributori italiano a mettere un titolo inutile.






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