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Fitzcarraldo (1982)

Immagine del redattore: michemar
michemar
12 ago
Tempo di lettura: 4 min

Fitzcarraldo

Germania Perù 1982 avventura/dramma 2h38’

 

Regia: Werner Herzog

Sceneggiatura: Werner Herzog

Fotografia: Thomas Mauch

Montaggio: Beate Mainka-Jellinghaus

Musiche: Popol Vuh

Scenografia: Ulrich Bergfelder, Henning von Gierke

Costumi: Gisela Storch

 

Klaus Kinski: Fitzcarraldo

Claudia Cardinale: Molly

José Lewgoy: Don Aquilino

Paul Hittscher: Orinoco Paul

Miguel Ángel Fuentes: Cholo

Huerequeque Enrique Bohorquez: Huerequeque

Grande Otelo: direttore stazione

Peter Berling: direttore dell’opera

David Pérez Espinosa: capo degli indiani Campa

 

TRAMA: La storia di Brian Sweeney Fitzgerald, un uomo estremamente determinato che intende costruire un teatro dell’Opera nel bel mezzo della giungla.

 

VOTO 7,5

 

 

Esistono film facili e difficili da realizzare per i più svariati motivi. Uno dice: bella scoperta. Sì, certo, ma così faticosi da qualsiasi punto di vista ce ne saranno stati pochissimi. Vuoi per la location, vuoi per rendere credibile l’impossibile idea del protagonista, vuoi per le difficoltà oggettive. Nel caso specifico c’è un elemento esasperante: la convivenza tra il regista e l’attore, che convivenza non era. Era una guerra con tutti i mezzi. Tra litigi e scontri fisici (realmente) fu un’impresa portare a termine le riprese del film. Che è spettacolare e incredibile. Per fortuna c’era la dolcezza della bellissima Claudia Cardinale.

 

 

Brian Sweeney Fitzgerald (Klaus Kinski), soprannominato Fitzcarraldo dai peruviani – perché i nativi non riescono a pronunciare il suo cognome – è un eccentrico avventuriero e appassionato d’opera che sogna di costruire un grande teatro lirico nel cuore del Perù, a Iquitos, e di portare fin lì la voce di Enrico Caruso. Per finanziare l’impresa acquista, grazie al denaro della sua compagna Molly (Claudia Cardinale), una concessione per la raccolta del caucciù in una zona remota e irraggiungibile via fiume, insieme a un vecchio battello fluviale che intende usare per il trasporto. Le rapide che separano la concessione dal corso navigabile dell’Amazzonia rendono però impossibile la traversata. Fitzcarraldo concepisce allora un piano folle: raggiungere un fiume parallelo e trascinare l’intero battello sopra un crinale boscoso che divide i due corsi d’acqua, così da riposizionarlo oltre le rapide. Gli indigeni della zona, inizialmente temuti come ostili, interpretano la nave come un segno divino e lo aiutano nell’impresa titanica. L’operazione riesce, trasformando Fitzcarraldo in una figura quasi mitica, sospesa tra delirio visionario e pura determinazione.

 

 

Durante la notte successiva alla riuscita dell’impresa, gli indigeni sciolgono le corde che tengono il battello ancorato alla riva: credono che la nave debba compiere il suo destino spirituale, guidandoli verso un futuro promesso e proteggendoli dagli spiriti maligni. Il battello, alla deriva e senza controllo, precipita nelle rapide e subisce danni, mentre dal grammofono risuona il sestetto della Lucia di Lammermoor, trasformando il caos in un momento quasi operistico. Il sogno commerciale di Fitzcarraldo svanisce: impossibilitato a recuperare la nave, è costretto a venderla al precedente proprietario. Con il denaro ricavato, però, decide di realizzare almeno una parte del suo sogno: trasforma il ponte del battello in un palcoscenico improvvisato e organizza un’unica, struggente rappresentazione lirica nel cuore della foresta. Nella scena finale, mentre risuona il duetto “A te, o cara” dai Puritani, Fitzcarraldo sorride, consapevole di aver toccato la sua visione, anche se in forma diversa e più fragile, trasformando il fallimento in un atto di pura, irriducibile poesia.

 

 

Si stenta a credere in una storia come questa ma si resta anche meravigliati da come è portata sullo schermo da Werner Herzog, considerando che affronta l’operazione come una sfida fisica e metaforica, trasformando un racconto di ossessione in un’esperienza cinematografica che sembra scolpita direttamente nella materia del mondo. La sua regia non illustra la trama ma la rende carnale, passionale. L’idea folle di trascinare un battello di 160 tonnellate sopra una montagna non è solo un episodio narrativo, ma il cuore pulsante del film, un gesto titanico che Herzog decide di realizzare davvero, senza trucchi, senza modellini, senza scorciatoie. In questo modo la visione del protagonista diventa la visione del regista, e lo sforzo degli uomini sullo schermo coincide con quello della troupe, generando un’immagine che non è simbolo, ma corpo, peso, fatica reale.

 

 

Herzog traduce la trama difficile attraverso una poetica dell’estremo: la natura non è sfondo, ma antagonista; la follia non è deviazione, ma motore; l’opera lirica non è ornamento, ma linguaggio emotivo che dà forma al delirio visionario del protagonista. Il risultato è un film che non cerca la verosimiglianza, ma la verità da contemplare: un cinema che non rappresenta l’impossibile, lo compie. In questo senso è uno dei rari casi in cui la regia diventa essa stessa avventura, e la storia trova nelle immagini una traduzione che non semplifica, non addomestica, ma amplifica la sua natura vertiginosa.

 

 

Il rapporto tra Herzog e Kinski durante le riprese fu un campo di battaglia continuo. L’attore alternava momenti di collaborazione a furiosi scoppi d’ira: urlava, pretendeva cambiamenti immediati, minacciava di abbandonare il set e si scagliava verbalmente contro chiunque gli capitasse a tiro. Le tensioni raggiunsero livelli tali che gli indigeni coinvolti nelle riprese offrirono a Herzog di “eliminare” Kinski, esasperati dai suoi comportamenti. Il momento più celebre fu un violento alterco tra Kinski e il produttore Walter Saxer, immortalato poi nel documentario Il mio nemico più caro: un’esplosione di insulti, urla e oggetti scagliati, che mostrava quanto la convivenza fosse diventata insostenibile.

 

Scene del set


Herzog, da parte sua, rispondeva con una calma feroce: non si tirava indietro, affrontava Kinski a muso duro e, secondo alcune testimonianze, arrivò persino a minacciarlo con una pistola per impedirgli di abbandonare il film nel momento più critico delle riprese. Eppure, in mezzo a questo clima di guerra, Kinski fu anche capace di incoraggiare Herzog a proseguire, spingendolo a non mollare nonostante le difficoltà. Il loro rapporto oscillava tra odio e dipendenza creativa: due ossessioni che si scontravano e si alimentavano, generando un’energia distruttiva ma anche irripetibile, che finì per diventare parte integrante del mito del film.

Che film! Posso affermare che alla fine della visione ci si possa sentire stanchi come i personaggi.

 

 

Riconoscimenti

Festival di Cannes 1982

Premio per la miglior regia

 


 
 
 

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