Gli occhi degli altri (2025)
- michemar

- 1 ago
- Tempo di lettura: 6 min

Gli occhi degli altri
Italia 2025 thriller 1h30’
Regia: Andrea De Sica
Sceneggiatura: Andrea De Sica, Gianni Romoli, Silvana Tamma
Fotografia: Gogò Bianchi
Montaggio: Esmeralda Calabria
Musiche: Andrea Farri
Scenografia: Alessandro Vannucci
Costumi: Massimo Cantini Parrini
Filippo Timi: Lelio
Jasmine Trinca: Elena
Matteo Olivetti: Cesare
Anna Ferzetti: Rossella
Rita Abela: Nicoletta
Roberto De Francesco: Sandrone
Carmen Pommella: Pasqualina
Alberto Paradossi: Ricky
Gennaro Apicella: Silverio
Giuseppe Sanfelice: Enzo
TRAMA: Nella bellezza selvaggia di un’isola posseduta da un ricchissimo marchese, l’arrivo di Elena segna l’inizio di un’appassionata storia d’amore destinata a finire in tragedia.
VOTO 5,5

Molto spesso il cinema si occupa di fatti di cronaca, meglio ancora se nera, soggetto perfetto per thriller polizieschi o psicologici, seguendo fedelmente i fatti, specialmente se sono già sufficientemente adatti ad un film, magari con personaggi coloriti e caratterizzati, o prendendone solo lo spunto e quindi traendo liberamente una sceneggiatura adattandola all’uopo e caricando adeguatamente i personaggi. Ciò accade più facilmente per i registi propensi a questo tipo di argomenti. Il figlio e nipote d’arte (di zio e nonno), Andrea De Sica ha nel suo carnet già due film alquanto drammatici nell’ambito “giallo”: I figli della notte e Non mi uccidere, quest’ultimo confinante con il genere horror. Sembrerebbe il regista perfetto per un fatto realmente accaduto agli inizi dei ‘70, caso che fece molto scalpore anche per le caratteristiche erotiche e criminali, riguardante gente che era meglio evitare. A saperlo prima.

I fatti. Il delitto Casati Stampa, noto anche come delitto di via Puccini, fu un duplice omicidio commesso a Roma il 30 agosto 1970 nell’abitazione di Camillo Casati Stampa di Soncino, un ricco possidente che era nato l’8 gennaio 1927 e che era stato marchese di Casate nel biennio 1946-1947 in quanto discendente di una delle più antiche famiglie patrizie di Milano. Questi uccise la moglie Anna Fallarino, nata il 19 marzo 1929, e il suo giovane amante Massimo Minorenti, classe 1945, per poi suicidarsi. Camillo Casati Stampa appariva come un uomo diviso tra aristocratica compostezza e un desiderio compulsivo di controllo, segnato da un voyeurismo che diventa ossessione. Nei suoi diari emerge una personalità fragile, tormentata dalla gelosia e da un bisogno costante di conferme emotive, incapace di gestire la paura di essere escluso dall’universo sentimentale della moglie. Anna Fallarino, invece, è ritratta come una donna che cerca libertà e riconoscimento, inizialmente complice dei giochi erotici del marito, poi sempre più coinvolta affettivamente con il giovane Massimo Minorenti. Questi appare come un ragazzo sicuro di sé, mondano, abituato a muoversi tra ambienti glamour, ma ignaro della spirale emotiva che stava alimentando. Le personalità dei tre – l’ossessione di Camillo, il bisogno di evasione di Anna, la leggerezza di Massimo – si intrecciano fino a generare una miscela esplosiva che sfocia nella tragedia.

Vi pare poco per trarne un film? Niente affatto. Il problema principale per un autore è quello di adattarlo alla propria visione ed è, come dice la didascalia iniziale, solo liberamente tratto dalla vicenda ed ogni riferimento è casuale. Un classico. Ovviamente le preferenze stilistiche di Andrea De Sica è ottenere una storia drammatica densa di eros e di prepotenza dovuta alla esagerata ricchezza e al pensiero libertario del protagonista, qui il Lelio di Filippo Timi. Feste stravaganti di gente dedita solo a trascorrere il tempo in divertimenti di ogni tipo, alloggi sfarzosi in ambienti esclusivi, isole in cui non permettevano ad alcuno di avvicinarsi (la scena delle fucilate ai turisti è desolante e scandalosa, ma utile per dipingere la vita e i caratteri), passatempi dei più sfrenati. Questo è l’ambiente in cui si svolge la trama.

Lelio, ricco marchese che vive con la moglie in una villa isolata su un’isola, è il fulcro di una vita mondana fatta di feste, ospiti illustri e rituali privati. Durante una cena, Elena (Jasmine Trinca), presente con il marito, rimane attratta dal fascino magnetico del marchese, e tra i due nasce una relazione travolgente che li porta a chiudere i rispettivi matrimoni per unirsi (la Sacra Rota è efficientissima con i ricchi). La loro sessualità diventa un territorio di sperimentazione estrema: giochi erotici, partecipazioni di terzi, riti quasi orgiastici che trasformano la coppia in un microcosmo di desiderio e trasgressione. Lelio filma ogni incontro, alimentando un bisogno crescente di controllo che lentamente si trasforma in ossessione. La villa, da luogo di piacere, diventa una gabbia dorata in cui il marchese esercita un potere sempre più manipolatorio.

Elena, inizialmente complice e affascinata, comincia a percepire il peso della gelosia e del dominio psicologico del marito. La sua identità si incrina, la depressione avanza, e la donna perde progressivamente fiducia in sé stessa. L’incontro con un altro uomo, Cesare (Matteo Olivetti), le restituisce una possibilità di felicità e un nuovo sguardo sulla propria vita: Elena si innamora, comprende che Lelio non è più un elemento vitale della sua esistenza e decide di allontanarlo definitivamente. Uno sconquasso! La storia segue così la metamorfosi di un amore che scivola nell’ossessione, fino a diventare autodistruttivo, e la lenta riconquista di sé da parte di una donna che ritrova la forza di uscire da un legame che l’aveva annientata. Finale catastrofico, come prevedibile.

Il terreno su cui si avvia Andrea De Sica è minato da lui stesso: se il protagonista è un malato psicologico di ossessione e voyerismo, lui filma chi filma e diventa il riproduttore del sesso senza veli del duo di casa nell’isola. Sguardi invitanti e provocatori, entourage di ospiti che ben conoscono le “abitudini” del padrone di casa, grasse signore che si trascinano giovanotti prestanti (sembra la “Roma” felliniana, anche se non c’entra alcunché), ammiccamenti, doppi sensi, omosessuali usati come pepe sulla ricetta conviviale, e così via. Gli occhi degli altri, dice il titolo, ma in questa maniera gli occhi sono i nostri, noi che seguiamo la trasformazione del legame tra Lelio ed Elena, una coppia che non si pone limiti. I quali, però, sopraggiungono allorquando lei si deprime per una vita che è così ripetitiva e vuota che arriva al punto di cercare vero affetto e un diversivo.

Se ne deduce che sia un film che lavora sul confine e lo fa con una lucidità disturbante (termine adatto, perché il film lo è). Andrea De Sica costruisce un dramma psicologico che non cerca mai la ricostruzione fedele del caso Casati Stampa da cui trae ispirazione, ma ne assorbe le pulsioni profonde: il desiderio come strumento di potere, la libertà come illusione, lo sguardo come arma. L’isola di Zannone (nelle Ponziane) non è solo un’ambientazione: è un elemento testimone, un territorio chiuso che amplifica ogni gesto, ogni silenzio, ogni distanza. In questo spazio sospeso, la relazione tra Elena e Lelio diventa un laboratorio emotivo e sociale. Lei, interpretata da Jasmine Trinca con una sensibilità che le è valsa qualche riconoscimento, attraversa una trasformazione che non ha nulla di lineare: è attrazione, è curiosità, è smarrimento. Lui, Filippo Timi, incarna un potere che non è solo economico o sociale, ma soprattutto simbolico: possiede l’isola, detta le regole, osserva e pretende di essere osservato.

Il film non giudica, non spiega, non offre soluzioni. Preferisce osservare. E in questa osservazione mette a nudo dinamiche che appartengono tanto al passato aristocratico evocato quanto al presente odierno: la sorveglianza del corpo femminile, la spettacolarizzazione dell’intimità, la violenza che nasce dalla disparità di ruoli. Le allusioni alla storia italiana, dalla Dolce Vita ai cambiamenti sociali degli anni Sessanta, non sono decorazioni, ma stratificazioni che ampliano il senso del racconto. Allo stesso modo, i rimandi contemporanei alla violenza di genere e alla diffusione non consensuale di immagini intime creano un ponte inquietante tra epoche diverse. Il regista sceglie un cinema che non rassicura. L’atmosfera è ipnotica, a tratti ferale. La bellezza dell’isola diventa inganno, la sensualità si trasforma in tensione, la libertà apparente si rivela controllo. Il film è una riflessione sul potere dello sguardo: su chi guarda, su chi è guardato, su cosa significa essere esposti. E soprattutto su come lo sguardo degli altri possa diventare una prigione. Un’opera che non cerca il colpo di scena, ma la persistenza.

Il problema è che alla fine della visione ci si rende conto che non si resta soddisfatti, che manchi il cuore, l’essenza. È un film vuoto che ruota attorno allo sguardo di Lelio e al corpo di Elena, che vuol dire, sullo schermo, al viso asciutto e rugoso di un ferreo e maschilista Filippo Timi e il “senza veli” di Jasmine Trinca, mai vista ed anche impensabile che si sia prestata come mai. Mente e occhi contro un corpo più che attraente, ma dentro al quale la mente della donna si ribella alla ricerca non più del gioco sex ma del calore dell’innamoramento vero. Esperimento talmente vuoto che alla fine non piace più di tanto. Peccato perché i due attori son bravi e si sono prestati doppiamente al gioco, sia del regista che della fantasiosa coppia. Il mio non è sessismo, ma permettetemi di dire che l’esibizione della Trinca è sorprendente, sia per bellezza estetica che per disponibilità.

Alla fine non resta che poca roba, peccato, anche per l’assenza di spiegazioni sul mutamento della protagonista femminile, che era già un buon argomento. In compenso, finalmente, un film italiano dal sonoro in presa diretta soddisfacente, un miracolo.

Riconoscimenti
Nastro d’argento 2026
Candidatura al miglior regista
Candidatura alla migliore attrice protagonista a Jasmine Trinca
Candidatura alla migliore fotografia
Candidatura alla migliore scenografia
Candidatura ai migliori costumi
Candidatura al migliore sonoro in presa diretta





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