Hamnet – Nel nome del figlio (2025)
- michemar

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Hamnet – Nel nome del figlio
Hamnet
UK USA 2025 dramma biografico 2h5’
Regia: Chloé Zhao
Soggetto: Maggie O’Farrell (romanzo)
Sceneggiatura: Chloé Zhao, Maggie O’Farrell
Fotografia: Łukasz Żal
Montaggio: Chloé Zhao, Affonso Gonçalves
Musiche: Max Richter
Scenografia: Fiona Crombie
Costumi: Małgosia Turzańska
Jessie Buckley: Agnes Shakespeare
Paul Mescal: William Shakespeare
Joe Alwyn: Bartholomew
Emily Watson: Mary Shakespeare
Jacobi Jupe: Hamnet Shakespeare
Jack Shalloo: Marcellus
David Wilmot: John Shakespeare
Olivia Lynes: Judith Shakespeare
Justine Mitchell: Joan Hathaway
Bodhi Rae Breathnach: Susanna Shakespeare
Freya Hannan-Mills: Eliza Shakespeare
Noah Jupe: attore di teatro
TRAMA: Nel 1596, Agnes e William Shakespeare perdono il loro giovane figlio Hamnet. Nonostante il dolore, Agnes si prende cura delle figlie, mentre William trae dalla sua sofferenza l’ispirazione per scrivere “Amleto”.
VOTO 7,5

Il film, diretto dalla regista premio Oscar Chloé Zhao e basato sul pluripremiato romanzo di Maggie O’Farrell, cosceneggiatrice, getta una luce intima, viscerale e suggestiva sulle radici private del genio di William Shakespeare. Mentre la Storia ha spesso relegato la moglie del drammaturgo, storicamente nota come Anne (chiamata Agnes nel romanzo e nel film, recuperando il nome utilizzato nel testamento del padre di lei), all’ombra del leggendario personaggio, l’opera ribalta completamente questa prospettiva. La regista cinese, naturalizzata statunitense, dipinge Agnes come un’anima selvatica ed eccentrica, profondamente connessa con la natura, la flora e le arti curative tradizionali tramite le erbe officinali. Non è una semplice casalinga, ma la vera spina dorsale della famiglia. La performance di Jessie Buckley esalta questa femminilità primordiale e indipendente infondendole una sorta di chiaroveggenza emotiva che la rende affascinante ma anche isolata rispetto alla rigida comunità di Stratford-upon-Avon. Il film analizza come la sua connessione con la terra diventi il suo rifugio e, successivamente, la sua condanna quando la natura stessa (attraverso la malattia) le strappa ciò che ha di più caro.
Interpretato da Paul Mescal, il William Shakespeare che incontriamo all’inizio non è ancora il Bardo immortale, ma un giovane insegnante di latino irrequieto, schiacciato dai debiti e dal rapporto conflittuale e violento con il padre John, un guantaio caduto in disgrazia. L’amore per Agnes rappresenta per lui anche una via di fuga dall’oppressione paterna e la scintilla che accende la sua sensibilità creativa. Tuttavia, il trasferimento a Londra per inseguire la carriera teatrale crea una specie di rottura, di distanza ed emotiva, tra lui e la famiglia. Questa distanza acuisce il senso di colpa e l’alienazione, mostrando come il successo commerciale a Londra sia verrà pagato a caro prezzo in termini di assenza affettiva.
Siamo nell’Inghilterra del 1580. William Shakespeare, insegnante di latino che vive in povertà, incontra Agnes, una ragazza dallo spirito libero, figlia di una donna considerata strega, e creatura dei boschi. Affascinati l’uno dall’altra, iniziano un’appassionata relazione che li porterà al matrimonio e alla nascita di tre figli. Mentre Will si dedica a una promettente carriera teatrale nella lontana Londra, Agnes da sola si occupa della sfera domestica. Di fronte a una tragedia che li colpisce, la prematura, straziante morte del loro figlio undicenne, il legame un tempo indissolubile della coppia viene messo a dura prova, ma la loro esperienza condivisa pone le basi per la creazione del più grande capolavoro di Shakespeare, Amleto.
Contrariamente ai soliti biopic centrati sul personaggio più importante, l’attenzione del romanzo e del film è rivolta principalmente alla donna, spostando Shakespeare fuori dal monumento e dentro una ferita. La regista non mette a fuoco la cronaca dell’ascesa del Bardo né una ricostruzione filologica della Londra dei tempi, bensì, allontanandosi dai facili film tipo Shakespeare in Love, mira al vuoto ed al conseguente profondissimo dolore della perdita dell’adolescente Hamnet. Quindi l’innamoramento quasi istantaneo tra i due, le opposizioni delle rispettive famiglie, l’amore passionale, i figli in arrivo, la crescita amorevole di questi, l’enorme affetto riversato sulla prole, mentre lei ama trasmettere a loro la sua abilità nel preparare magici ed efficaci miscugli di erbe che leniscono ferite e malattie. Armonia totale, sospesa nel tempo, senza appena affievolita quando lui sente la necessità di trasferirsi da solo a Londra per portare in teatro le sue opere.
Con l’attenzione sempre rivolta al personaggio di Agnes, inevitabile che Will non sia il protagonista assoluto ma più semplicemente uno dei poli di un sistema familiare e di coppia affettivo che trova il baratro. In questa maniera la biografia si stacca dal consueto schema e diventa un racconto ed un viaggio soprattutto emotivo. In altri termini, è un film su Shakespeare senza essere “su” Shakespeare per parlare di qualcosa di più universale, più umano, più drammatico: la frattura che la morte di un figlio imprime in una famiglia. Come d’altronde succede ad ogni genitore: che vita disgraziata è se un padre ed una madre devono seppellire un figlio quando invece la natura prevede il contrario? Una tragedia, che è quello che la regista intende raccontare. Ma mettere Agnes al centro del quadro significa ribaltare la prospettiva tradizionale: la storia del più grande drammaturgo occidentale viene raccontata attraverso lo sguardo di una donna che la Storia ha quasi cancellato. Anzi, la vogliamo dire tutta? Gli ignoranti come chi scrive manco sapeva dell’esistenza di questa persona, la quale, qui, se interpretata in questa maniera da una delle migliori attrici in circolazione in questi anni, diventa a sua volta un monumento di forza, di amore, di disperazione incolmabile: guaritrice, falconiera, madre, baricentro emotivo. È una scelta politica in senso pieno, è un soggetto autonomo, con un nome proprio e un mondo interiore complesso. Il baricentro del film.
Se lei trova nelle altre due figlie lo scopo della vita, lui – come capita ai grandi scrittori – trova nel dolore la creatività per l’opera più famosa di sempre, portata in teatro e al cinema un numero infinito di volte: Amleto, nome alternativo ad Hamnet. Il lungo finale che si svolge nel teatro con il debutto del dramma diventa non un finale ma il cuore del film. Lei che entra in mezzo al fiume di popolo nel teatro Globe accompagnata dal fidato fratello Bartholomew, lei che ci va arrabbiata perché sente distante il marito, lei che sente nominare il nome del figlio Amleto considerandolo un affronto, lei che lentamente si calma dalla rabbia ma si emoziona alla trama e alla recitazione, lei che scavalca le persone per arrivare a toccare il palco, lei che piange appassionandosi alla storia, lei che tocca con mano veggente l’attore che recita il ruolo del figlio perso e che sta morendo sul palco, lei che capisce la grandezza dell’opera scritta dal marito e la tragedia descritta. Lei che intuisce che nulla è cambiato con Will e che forse il vuoto, pur restando incolmabile, trova uno sbocco, una pacificazione intima, come un fiume impetuoso che sfocia in mare e si calma. Agnes diventa così il controcampo di Will: dove lui traduce il dolore in parole, lei lo lascia sedimentare nel corpo, nelle lacrime finali. Ora stanno davvero dividendo in comunione la sofferenza. Prima era andata diversamente: Agnes si era chiusa in un silenzio tombale, circondata dalla natura di Stratford che non era riuscita a salvare suo figlio, mentre William si rifugiava a Londra e sublimava la disperazione nel lavoro. Il film esplora accuratamente la disgregazione del nucleo familiare e l’incapacità iniziale di comunicare un dolore troppo grande per essere verbalizzato, che rischiava di far naufragare il loro matrimonio.
In quel finale parte la struggente On the Nature of Daylight di Max Richter che avevamo già amato prima in Shutter Island di Scorsese e poi, meravigliosamente, in Arrival del mio amato Villeneuve, cioè nel film di fantascienza più umanistico di sempre (fateci caso: film su perdite dei figli!). Il musicista accompagna tutto il film con brani suggestivi ma quella sua musica che si ripresenta nel finale contribuisce all’emotività dell’intero film e alla conclusione commovente. Come gli sguardi colmi di lacrime che si scambiano Agnes e Will, uno affacciato dietro le quinte, l’altra rapita ai piedi del palcoscenico. Hamnet vivrà per sempre nel loro cuore: la loro tragedia (simile a quella di tutti gli altri genitori della Terra) non è un “film nel film”, non è un semplice omaggio al figlio, bensì il tentativo di rendere condivisibile un dolore privato. Shakespeare non scrive per ricordare, ma per sopravvivere. Non era fuori dalla sofferenza, la elaborava con la scrittura. In questa chiave, l’arte non appare come sublimazione nobile, ma come gesto disperato: se non scrivesse, Will crollerebbe. La grande tragedia che conosciamo nasce da un uomo che cerca un modo per non essere schiacciato dall’assenza.
Il magnifico lavoro svolto da Chloé Zhao si concretizza anche con la scenografia e la fotografia. Se osserviamo gli spazi e i luoghi, ogni cosa ha un significato. La casa di Stratford è grande ma lo diventa ancor più con quel letto in meno. Il bosco in cui Agnes si ritrova sempre e in ogni occasione a suo agio, nella gioia e nel dolore, è il suo regno: erbe, animali, falchi, la natura che dà segnali che lei comprende benissimo. Londra ed il teatro sono per Will la vita per cui è nato e dove trasforma in arte le sensazioni di uomo, padre e marito. La vita, in pratica. E la morte. Casa, bosco, teatro sono fotografate con una luce chiara e illustratrice e che riempie lo schermo, mentre il commento musicale di Richter li traduce in suoni armoniosi. In chiusura, la citazione “il resto è silenzio” non è solo un omaggio a Shakespeare, ma una chiave di lettura: dopo aver detto e mostrato tutto ciò che si può, resta una zona muta, inaccessibile. È lì che vive il dolore più radicale, ed è lì che il film ci lascia, sospesi tra parola e silenzio.
La regia di Chloé Zhao si muove in un equilibrio continuo tra ordine e caos. Per la prima volta lavora in un set completamente costruito, controllando ogni dettaglio di scenografia e costumi e collaborando al montaggio, ma allo stesso tempo lascia agli attori grande libertà di improvvisazione. Trasforma il set in un luogo che somiglia ad un palcoscenico mentale, dove la performance può emergere senza filtri. Nel finale spinge ancora oltre, portando il film dentro un vero teatro e rompendo il confine con il pubblico. È una regia emotiva, rischiosa, che chiede allo spettatore di restare aperto e partecipe. Ma il punto di forza sta nella recitazione, non tanto in quella del sempre bravo e delicato Paul Mescal, che trovo migliore quando recita i versi di Shakespeare, pur non trovandolo un attore adatto, ma è lì che se la cava meglio rispetto al resto del film. La vera forza della natura (a proposito di Natura) è ovviamente lei, Jessie Buckley. Una prova intensa e magnetica, costruita tutta sul corpo, sul respiro e su una fisicità che diventa subito linguaggio. È capace di rappresentare una donna fiera e profondamente intelligente, legata alla natura in modo istintivo e viscerale, e riesce a rendere tutto questo con una naturalezza sorprendente. Nei momenti più emotivi – dal parto alla discesa nel lutto – la sua interpretazione mantiene sempre una forza cruda, mai compiaciuta. Anche quando il film si spinge verso toni più mistici o teatrali, lei resta un punto fermo: autentica, vibrante, capace di tenere insieme fragilità e potenza. È lei a dare al film la sua anima più profonda, quella che resta anche quando la regia rischia di perdersi. Che attrice!
Non mi sento di dire che avrebbe potuto vincere il titolo nella corsa agli Oscar, non è il migliore: è un gran film ed il mezzo voto in più è dedicato a Jessie e alla sua notevole capacità poliedrica di essere tanti personaggi differenti. Da annotare la presenza discreta ma essenziale anche del buon Joe Alwyn (lo ricordiamo cattivo in The Brutalist di Brady Corbet, e la curiosa presenza di due fratelli: Jacobi e Noah Jupe, il primo è proprio Hamnet, mentre l’altro (visto nei due A Quiet Place) il giovanotto che al Globe interpreta Amleto. In più, la cara Emily Watson.
Riconoscimenti
Oscar 2026
Miglior attrice protagonista Jessie Buckley
Candidatura per il miglior film
Candidatura per la miglior regista
Candidatura per la miglior sceneggiatura non originale
Candidatura per il miglior casting
Candidatura per la miglior scenografia
Candidatura per i migliori costumi
Candidatura per la miglior colonna sonora
Golden Globe 2026
Miglior film drammatico
Miglior attrice in un film drammatico Jessie Buckley
Candidatura per la miglior regista
Candidatura per il miglior attore non protagonista Paul Mescal
Candidatura per la migliore sceneggiatura
Candidatura per la migliore colonna sonora
BAFTA 2026
Miglior film britannico
Miglior attrice protagonista Jessie Buckley
Candidatura per il miglior film


















































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