Train Dreams (2025)
- michemar

- 18 dic 2025
- Tempo di lettura: 8 min
Aggiornamento: 12 gen

Train Dreams
USA 2025 dramma 1h42’
Regia: Clint Bentley
Soggetto: Denis Johnson (romanzo)
Sceneggiatura: Clint Bentley, Greg Kwedar
Fotografia: Adolpho Veloso
Montaggio: Parker Laramie
Musiche: Bryce Dessner
Scenografia: Alexandra Schaller
Costumi: Dakota Keller, Malgosia Turzanska
Joel Edgerton: Robert Grainier
Felicity Jones: Gladys Grainier
Clifton Collins Jr.: Boomer
Kerry Condon: Claire
William H. Macy: Arn Peeples
Chuck Tucker: uomo silente
Paul Schneider: apostolo Frank
John Diehl: Billy
Alfred Hsing: Fu Sheng
Nathaniel Arcand: Ignatius Jack
Johnny Arnoux: Kootenai Indian
TRAMA: Agli albori del ‘900, Robert Grainier lavora come boscaiolo ai lavori di ampliamento delle ferrovie americane. Costretto a trascorrere lunghi periodi lontano dalla moglie Gladys e dalla figlioletta, lotta per dare un senso al proprio ruolo in un mondo in rapido cambiamento.
VOTO 7

Clint Bentley, regista e sceneggiatore praticamente sconosciuto, sebbene candidato agli Oscar e ai BAFTA per la scrittura di Sing Sing (di Greg Kwedar, 2023), si rivela immediatamente, sin dalle prime scene, un autore che non concede nulla allo spettacolo ma al contenuto della sua opera e ai caratteri dei personaggi, già partendo dalla considerazione del rapporto d’aspetto dello scherno1.46:1, notevole intenzione come per dare più importanza e più spazio alla verticalità, ai volti, o creare un senso di intimità. Una scelta audace, esaltata dalle prime inquadrature e dal panorama della natura, con una voce narrante (quella di Will Patton, doppiato da Angelo Maggi), e tutto ciò non può fare a meno di far venire in mente allo spettatore lo stile bucolico e poetico di Terrence Malick: facile ricordarsi, per esempio, di La sottile linea rossa o The Tree of Life. Voce fuori campo, natura fotografata con senso mistico, narrazione contemplativa e frammentata, spiritualità diffusa.
La conferma la si ottiene subito ascoltando la calda e quieta voce narrante: “Una volta esistevano passaggi verso il vecchio mondo. Strani sentieri, strade nascoste. Giravi l’angolo e all’improvviso ti ritrovavi di fronte al grande mistero, al fondamento di tutte le cose. Anche se quel vecchio mondo ormai non c’è più. Arrotolato come una pergamena e messo via da qualche parte. Puoi sentirne ancora l’eco.” Presentando il protagonista, ora ancora bambino, dice: “Il suo nome era Robert Grainier, che visse per più di ottant’anni a Bonners Ferri, in Idaho, e dintorni. Ai suoi tempi si era spinto a ovest, fino a pochi chilometri dal Pacifico. Anche se non aveva mai visto l’oceano. E a est fino alla cittadina di Libby, a 65 km oltre il confine col Montana. Quando fu mandato solo a Fry, in Idaho, aveva sei o forse 7 anni. Non seppe mai con certezza la sua data di nascita. Come aveva perso i suoi veri genitori, nessuno glielo disse mai. Fra i suoi primi ricordi c’era la deportazione di massa di oltre 100 famiglie cinesi dalla città. Grainier era sconcertato dall’indifferenza della violenza.”
Salta evidente che il film tratti di un uomo, qui presentato da ragazzino, lasciato solo dai genitori per chissà quali tragici motivi, mandato allo sbaraglio in un luogo che lo vede estraneo, che assiste inebetito alla violenza e alla cattiveria degli uomini che danno la caccia ai cinesi, così come è sempre avvenuto nel corso della Storia sin dai primi secoli conosciuti verso i migranti, non ultime, ahimè, quelle di cui sentiamo anche nei nostri giorni. Forse è per questo inorridire che Robert si è presto isolato dagli altri, parla poco e riflette molto, ma soprattutto osserva e se ne sta tranquillamente appartato, lavorando come boscaiolo lì dove trova lavoro, alimentando la numerosa schiera di uomini che lasciano le famiglie, ammesso che ne abbiano una, per lavorare nei boschi e ricavare legna per i cantieri ferroviari della potente Spokane International Railway: l’Ovest si allarga e costruisce il “cavallo di ferro” portando lavoro, nuove città, commercio, benessere.
Robert (Joel Edgerton) fa una vita isolata e mai si sarebbe sognato di avvicinarsi ad una donna. Difatti è lei, Gladys (Felicity Jones) che, notatolo, gli rivolge sorridente la parola, iniziando in tal modo irrituale un legame forte, inscindibile, tenace, pieno d’amore delicato e sincero, come è insito nel carattere di entrambi. La donna ideale per lui. Un rapporto fatto di piccoli gesti, sorrisi, carezze, che frutterà la nascita di una bellissima bimba, Kate, facendo sviluppare ancor più i sensi affettuosi di quest’uomo taciturno e retto. Uomo che però, molto spesso, deve lasciare tanto a malincuore le due donne per tornare al lavoro, lontano dalla casetta che ha costruito a pochi metri dal lago in una zona boschiva che hanno scelto assieme. Nel pieno della natura che lui ama così tanto.
È una vita dura, specialmente ora, negli anni dopo la Prima Guerra Mondiale pieni di crisi, in cui Robert fa fatica e tirare avanti e a lasciare la famiglia, motivo per cui Gladys lancia l’idea di poter creare una vera fattoria dove vivono, comprando a rate un cavallo, un carretto ed iniziare qualche attività che li renda autonomi e guardare con positività il futuro che li attende, mentre la cara Kate cresce e lui la accudisce amorevolmente, facendolo sorridere soddisfatto. Ed invece. Invece accade, tra un cantiere e l’altro, dove ha modo di conoscere tanti taglialegna di vario tipo e carattere, di ogni tipo di provenienza, anche cinesi che la passeranno brutta, che deve correre indietro per un immenso e feroce incendio che non lascia superstiti.


Al dramma umano e familiare, il film aggiunge un campionario diversificato di persone che il protagonista conosce nelle varie esperienze di lavoro nei boschi: uomini leggeri, o litigiosi, o apostolicamente religiosi (almeno a sentir loro) oppure persone semplici amanti della natura. Uno dei più affascinanti è Arn (William H. Macy): un’anima antica e gentile, che porta con sé il canto del passato e lo lascia scivolare tra le note di un’armonica. Le sue parole, velate di malinconia, raccontano il lavoro di abbattere alberi come un gesto che ferisce, un atto che oggi sembra lieve ma che domani rivelerà cicatrici profonde sulla pelle della Terra. “Siamo tutti interconnessi”, ripete, e in quell’affermazione vibra il senso ultimo di un film che sfiora - ora più che mai - l’eco di Malick, ma che in questa occasione trova un’altra voce, un altro respiro, quello limpido e distinto di questo interessante regista, Clint Bentley.
Ciò premesso e, spero, chiarito, è evidente che il film richiede pazienza, ascolto, visione, per capire le intenzioni dell’autore, per immedesimarsi nel personaggio, complesso ma trasparente, di Robert Grainier, una persona lontana dallo stereotipo del taglialegna tradizionale o dell’avventuriero del western classico: un uomo coerente che si fortifica nella tragedia, che torna nel luogo della casa dei sogni (i sogni del treno del titolo) e decide di restare lì, fermo, vivendo all’aperto nell’attesa, rivivendo le gioie passate, i piccoli gesti che davano felicità, che riempivano l’esistenza, che davano il calore per cui vale la pena vivere. E se tornassero? A volte Robert ha l’impressione di udire ancora, di vedere ancora ciò che gli manca e gli strugge l’anima. Eppure, accetta, perché lui sa che la Natura dà e prende, che è lei che è eterna e si rigenera. Il razzismo lo ha visto con i propri occhi, eppure, ora, l’unico che lo fa sopravvivere, ora come nel periodo delle difficoltà familiari, è il negoziante Kootenai Indian, di discendenza indigena.
Osservarlo solo e seduto sul pezzo di terreno dove sorgeva la casa è una sorta di penitenza o preghiera affinché possa rivedere i visi delle persone che gli sono state sottratte, in simbiosi con la Natura e in posa come un capo pellerossa che attende la sua fine. Fin quando, rassegnato ma non del tutto, si decide di ricostruirla e di fare un passo verso la cosiddetta civiltà che è diventata città, con i negozi pieni di luci, le vetrine che mostrano i televisori con gli astronauti americani che viaggiano nell’orbita terrestre, verso cui reagisce come un bambino meravigliato. Lui si è fermato in quel bosco mentre il mondo è andato avanti. La sua vita è crollata e svanita come un mo(n)do di vivere che non esisterà più, mentre il modernismo consumistico ha preso il possesso della mentalità della gente comuna. In un certo qual modo, la sua vita personale è il percorso dell’Uomo del Novecento, che, con la ferrovia, apriva l’orizzonte ad un Nuovo Mondo. Non è solo un’opera cinematografica ma un’epopea intima e poetica, in cui la sobrietà, la bellezza visiva e la profondità emotiva, sebbene lenta, esplora temi come la vita, la memoria e il rapporto uomo-natura, e che ha una forte capacità di coinvolgere lo spettatore nella quotidianità e nella malinconia, culminando in una rivelazione finale semplice ma universale.
Non nascondo che durante buona parte della visione ero perplesso e mi chiedevo cosa dovesse succedere, prima o poi, ed invece il film andava avanti con lo stesso ritmo, senza variazioni evidenti, poi sono stato sopraffatto e sono rimasto incantato proprio dalle sensazioni appena espresse. Con sorpresa, perché da una piattaforma come Netflix ci si attende un certo tipo di film ed invece eccoci davanti al cinema contemplativo e quindi: fascinazione visiva, profondità dei temi trattati, universalità e capacità di coinvolgere emotivamente, nonostante il ritmo misurato. Di certo, non mi sarei mai aspettato di scoprire un film che narrasse una parabola su una nazione-continente che, costruito sull’immigrazione bianca europea (rifiutando sdegnosamente e violentemente quella non-caucasica), si interroga sui suoi miti fondativi in cui il protagonista vive (e soffre) accettando ciò che il destino gli riserva.
Felicity Jones è deliziosa e gentile come la sua Gladys; i vari attori, spesso sullo schermo solo per qualche minuto, sono belle scoperte per le particolarità che rivelano, ognuno a suo modo; William H. Macy è il più sorprendente (oltre che difficile da riconoscere), ma Joel Edgerton è davvero fantastico. Abituato a recitare in personaggi di poche parole, qui si esalta e trova il luogo perfetto per sviluppare il suo stile e il buon Clint Bentley si affida al suo viso barbuto e alla tenerezza che sa esprimere quando ha in braccio o gioca con la bimba.
In questo quadro complessivo era necessario un commento musicale adeguato affinché non lo rovinasse e Bryce Dessner si attiene rispettosamente, e non finisce qui: guai ed alzarsi o spegnere sui titoli di coda. Nick Cave ci regala la meravigliosa Train Dreams, che, con parole poetiche come il film, pare un sunto della non facile vita di Robert Grainier. “Ultimamente ho fatto dei sogni, sogni folli che non riesco a spiegare / Una donna in piedi in un campo di fiori / e un treno locomotiva urlante / Sogni folli che vanno avanti per ore /… / Ho visto un uomo con una maledizione spezzata / saltare da un ponte e provare a volare…”
Per concludere con le citazioni, è commovente ed altrettanto genuinamente semplice udire nel finale il narrante enunciare: “Quando Robert Grainier morì nel sonno nel novembre del 1968, la sua vita si concluse silenziosamente come era iniziata. Non aveva mai comprato un’arma da fuoco né parlato al telefono. Non aveva idea di chi potessero essere i suoi genitori e non lasciò eredi. Ma in quel giorno di primavera, mentre perdeva ogni senso di alti e bassi, si sentì finalmente connesso a tutto ciò.” Basta osservare ed ascoltare il video allegato del trailer per capire come camera a mano, inquadrature, natura verdeggiante, primi piani, panorami, cielo, ci riportano a rivedere Malick.
Bravo, Clint Bentley, non ti curare delle critiche, qualora ci fossero!
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