Honey Don't! (2025)
- michemar

- 23 lug
- Tempo di lettura: 6 min

Honey Don't!
UK USA 2025 commedia thriller 1h29’
Regia: Ethan Coen
Sceneggiatura: Ethan Coen, Tricia Cooke
Fotografia: Ari Wegner
Montaggio: Emily Denker, Tricia Cooke
Musiche: Carter Burwell
Scenografia: Stefan Dechant
Costumi: Peggy Schnitzer
Margaret Qualley: Honey O’Donahue
Aubrey Plaza: MG Falcone
Charlie Day: Marty Metakawich
Chris Evans: reverendo Drew Devlin
Billy Eichner: Siegfried
Talia Ryder: Corinne
Lera Abova: Cher
Kristen Connolly: Heidi O’Donahue
Lena Hall: Elle
Don Swayze: Gary
Josh Pafchek: Shuggie
Kale Browne: O’Donahue padre
TRAMA: Honey O’Donahue è una detective privata sui generis che lavora a Bakersfield, in California. Quando una serie di morti misteriose colpisce la cittadina, l’indagine la conduce a una chiesa ambigua e a un carismatico predicatore, circondato da seguaci fanatici e da una donna enigmatica. Tra piste deliranti, attrazioni pericolose e verità distorte, il caso prende una piega surreale e travolgente.
VOTO 6,5

I Coen hanno smesso di lavorare assieme dal lontano 2018 con un film ad episodi, La ballata di Buster Scruggs, che è andato in onda più che altro sulle piattaforme streaming, e da allora ognuno ha girato per conto suo: Joel ha realizzato solo un film, tra l’altro molto impegnativo (Macbeth, 2021), mentre Ethan ha iniziato una trilogia in continuità con il loro particolare e riconoscibile stile registico, prima con Drive-Away Dolls (2024) ed ora con quest’ultimo, sempre con protagonista la vispa Margaret Qualley, entrambi scritti con la moglie e montatrice Tricia Cooke. I quali si son divertiti anche a definire questa breve serie come una “trilogia di film lesbici di serie B”, ad ulteriore dimostrazione dello spirito goliardico e provocatorio che ha sempre animato la produzione del “terribili” fratelli, che – va detto – non riescono più a confermare la bellezza delle loro prime opere, rimaste, secondo me, pietra miliare nel cinema americano degli anni ’80 e ’90.
Ambientato nella calura di Bakersfield, il film segue Honey O’Donahue (Margaret Qualley), investigatrice privata dal carattere spigoloso e dall’ironia tagliente, chiamata a chiarire le circostanze della morte di una giovane donna che l’aveva cercata in preda alla paura. L’indagine la porta a incrociare una serie di figure eccentriche e ambigue, tra cui un detective troppo insistente che la corteggia e ride quando si sente respinto con la frase secondo cui lei preferisce le donne, immaginando erroneamente sia solo un pretesto per rifiutarlo. Poi, la detective viene in contatto con una famiglia piena di zone d’ombra e un tempio religioso dai rituali sospetti. Honey si muove tra stanze disordinate, bar di periferia e strade polverose, raccogliendo indizi che sembrano sempre sfuggirle di mano. Il mondo che attraversa è un mosaico di personaggi borderline, desideri repressi e segreti che ribollono sotto la superficie. Ogni passo la avvicina a una verità che nessuno vuole raccontare apertamente, mentre la tensione cresce e il caso si intreccia con la sua vita privata.
La ricerca di risposte diventa per Honey un viaggio dentro una comunità che mescola culto, disciplina e seduzione, dove le relazioni di potere sono più complesse di quanto appaiano. Parallelamente, la scomparsa di sua nipote aggiunge un’urgenza emotiva che la spinge a muoversi con maggiore determinazione. Le piste si moltiplicano: un leader carismatico, un’organizzazione dai contorni criminali, alleati che potrebbero non esserlo davvero. Il tono del film oscilla tra noir e commedia nera, con dialoghi affilati e situazioni che sfiorano l’assurdo. L’indagine diventa così un percorso di scoperta, dove ogni incontro rivela un frammento di un puzzle più grande. Senza mai svelare il cuore del mistero, la storia accompagna Honey verso un confronto che metterà alla prova il suo istinto, la sua moralità e il suo modo di stare al mondo.
Siamo ancora una volta nella provincia polverosa, quella californiana della periferia losca in cui la gente si fa anche abbindolare dal consueto predicatore di chissà quale altra derivazione cristiana, con tanto di crocifisso stilizzato e sermoni da esaltato. Lui è il “reverendo” (le virgolette sono d’obbligo) Drew Devlin (Chris Evans), quasi un devil, il quale (sottomesso alla banda criminale dei “francesi”, tramite una sicaria senza scrupoli, che si riaffaccerà nel finale creando i presupposti di un’altra relazione con la protagonista, che resta sempre incantata dalla bellezza delle donne carine) si esalta prendendo per i fondelli i suoi estasiati fedeli con il motto che contraddistingue questa setta: azione, dovere, passione e sottomissione. Soprattutto quest’ultima, che serve, una volta convinte, a fare sesso sfrenato e fantasioso malato con le donne più avvenenti. Un misto tra persone dai gusti e dalle tendenze le più svariate, ma anche un mix di generi che hanno sempre caratterizzato il cinema coeniano: thriller, noir, morti violente e misteriose, personaggi carismatici, povera gente ingenua, furbastri, ma anche protagonisti che vanno dai più stupidi a quelli intelligenti e perspicaci.
In questa categoria appartiene senz’altro Honey (nome accoppiato a “Dont” forma la targa della sua decapottabile azzurra con cui scorrazza la provincia), la cui faccia perennemente perplessa e pensante domina i primi piani che il regista le dedica continuamente. Sempre con tacco alto di rosse scarpe, è dotata anche di un’arguzia e una facilità di sarcasmo tagliente con cui sa venire fuori sempre dai dialoghi pericolosi e, tra l’altro, non è una donna che ha paura di cacciarsi in situazioni pericolose. Non sopporta avere smartphone, non porta armi ma intuito, e segue con l’istinto le piste che ritiene giuste. Poteva mancare l’eros anche se sotto una forma brillante? No.
Difatti, questo nuovo film di Ethan Coen evidenzia come il regista prosegua il suo percorso solista con un’opera che mescola noir, satira e sensibilità queer, giocando con i codici del genere, ribaltando archetipi classici e costruendo figure femminili complesse, desideranti e lontane dalle convenzioni narrative tradizionali. Il tono è spesso grottesco dando persino l’idea di voler essere sperimentale, puntando l’attenzione sul fanatismo religioso incarnato dal telepredicatore del Four-Way Temple (appunto: quattro vie, come i comandamenti del reverendo) e sulla tensione erotica tra Honey e la poliziotta MG Falcone (Aubrey Plaza), trattata con consapevolezza e senza stereotipi. Anzi, con queste due personaggi, il regista realizza alcune scene parecchio calde e tipicamente saffiche, ma non con lo scopo del voyerismo bensì come contorno e provocazione stilistica nell’ambito di un giallo a tutto tondo. Ci sono cadaveri, tipacci molto pericolosi, gente che ammazza senza pensarci, tanto che non mancano sequenze un po’ truculente ma che, per non cambiare stile, sono pure grottesche se non proprio comiche.
Sparatorie, sgozzamenti, perfino teiere bollenti usate come arma all’occasione, che se da un lato aumenta il tasso di violenza, dall’altro agisce maggiormente come vis comica. È un Coen movie, che altro poteva accadere? Riappare pure il vecchio padre di Honey, che pare un homeless che invece si è messo in testa di voler essere d’ora in poi un buon padre ed anche un buon marito (“È tardi, mamma è morta!”), altra scena tragicomica. Inoltre, tutta da gustare quella in cui la detective si accorge che sul pick-up di un giovanotto c’è l’adesivo MAGA: lei, che ne è fornita nel cruscotto, vi incolla sopra quello con la scritta “I have a vagina, and I vote”. Diavolo di un Coen!
Finale incandescente e non per sesso ma per azione e soluzione, in cui il personaggio con maggiori responsabilità nei fatti criminali è chi non ci si aspetterebbe mai: la sorpresa è la ciliegina sulla torta ed è fabbricata come succede nei gialli classici. Il (o la) colpevole è sempre l’insospettabile, vero? L’aggiunta prima dei titoli finali è un colpo di coda, un riavvicinamento pericoloso tra chi lavora (a pagamento) per risolvere i casi e chi li provoca girando in Vespa. Diavolo di un Coen!
La regia è mani di esperto, che sia riuscita per alcuni e non per altri è un altro discorso, ma l’esperienza c’è tutta e Ethan Coen conosce benissimo il suo mestiere e come colpire l’attenzione dello spettatore. Ineccepibile, in buona sostanza. Margaret Qualley è brava, bella e simpatica, attrice che entra con comodo nei panni della protagonista e la sua espressione resta l’emblema del film. Film non indimenticabile ma utile a trascorrere un’ora e mezza tra sobbalzi e sorrisi. La figlia d’arte (da non vedere doppiata perché anche lei, come per esempio Emma Stone, è dotata di un vocione dai toni bassi che le danno maggiore spessore) è nell’ottima compagnia di Aubrey Plaza, che sa stare molto bene al gioco. Chris Evans ovviamente si presta per esibirsi al meglio con il suo fisico e quel falso fascino da imbroglione di prima categoria.
Qualcuno storcerà il muso, ma io mi son divertito. È il cinema dei Coen, perbacco! Prendere o lasciare.






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