Hotel Gagarin (2018)
- michemar

- 4 gen
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Hotel Gagarin
Italia 2018 commedia 1h34’
Regia: Simone Spada
Sceneggiatura: Simone Spada, Lorenzo Rossi Espagnet
Fotografia: Maurizio Calvesi
Montaggio: Clelio Benevento
Musiche: Maurizio Filardo
Scenografia: Luisa Iemma
Costumi: Elena Minesso
Claudio Amendola: Elio
Luca Argentero: Sergio
Giuseppe Battiston: Nicola
Barbora Bobulova: Valeria
Silvia D’Amico: Patrizia
Philippe Leroy: Virgil
Caterina Shulha: Kira
Hovhannes Azoyan: Aram
Tommaso Ragno: Franco Paradiso
Paolo De Vita: Conversano
Marjan Avetisyan: Ana
Simone Colombari: on. Pietro Turone
TRAMA: Un gruppo di persone molto eterogeneo si reca in Armenia per girare un film, ma nessuno del gruppo sa cosa succederà a ognuno di loro a causa di una guerra.
VOTO 6

L’esordio del regista Simone Spada, poi ripetutosi con Domani è un altro giorno, remake dello spagnolo Truman - Un vero amico è per sempre (2015), e quindi dedito alle serie tv, è una storia simpatica e strampalata.
Franco Paradiso (Tommaso Ragno), un produttore improvvisato (basti osservare come inventa sul momento il nome della società produttrice), viene chiamato dall’onorevole Pietro Turone (Simone Colombari), un europarlamentare senza scrupoli e corrotto, per girare una pellicola in Armenia con l’intento di intascare alcuni fondi che la Comunità europea eroga per la produzione di film. La sceneggiatura è l’estratto dal racconto “Il viaggio di Marta” del professore Nicola (Giuseppe Battiston), insegnante di storia alle scuole superiori. Paradiso contatta il professore e ingaggia tecnici e attori a caso per mandarli in Armenia il prima possibile. Partono quindi l’autore del racconto, Elio (Claudio Amendola), un elettricista ingaggiato come tecnico delle luci, Sergio (Luca Argentero), un fotografo spiantato ingaggiato come video-operatore, Patrizia (Silvia D’Amico), una prostituta come attrice improvvisata, e Valeria (Barbora Bobulova), una russa dai loschi affari ingaggiata come organizzatrice.
Le prime attività sono quelle di sopralluogo accompagnati dai locali Kira e Aram ma dopo poco il vicino Azerbaigian bombarda il paese nell’ambito delle rivendicazioni per la regione del Nagorno Karabakh. Come conseguenza, la troupe è costretta a rimanere nell’albergo che li ospita (l’hotel del titolo) in attesa di nuove istruzioni in quanto non è possibile rientrare in patria perché gli aeroporti sono chiusi. A peggiorare la situazione, Paradiso viene arrestato dalla Guardia di Finanza, lasciando senza soldi anche la complice che confessa tutto al gruppo. Da qui una serie di piccole disavventure e di tanto freddo.
Italiani brava gente, italiani squattrinati, italiani allo sbando, isolati nel bosco inospitale con neve e guerra e il sogno di partecipare alla realizzazione di un film che non si farà mai. Non resta che l’arte di arrangiarsi, specialità tutta nostrana, dove ogni personaggio, con i propri fallimenti e progetti mai compiuti, deve trovare il modo di trasformare questa esperienza scomoda, disastrosa e spiacevole in un episodio della vita che farà inevitabilmente ritrovare loro la spensieratezza. Ciascuno improvvisandosi ciò che non è. Al regista tocca allora delineare il ritratto di questi personaggi precari nella vita e nell’anima a cui il cinema offre un destino diverso in un racconto corale trainato da un frizzante humour di gruppo.


Simone Spada, per alcuni anni aiuto regista o anche meno in diverse produzioni con registi tipo Wilma Labate, lo stesso Amendola, nei film di Zalone e Jeeg Robot, quindi sempre in seconda linea sui set, ha confessato che il suo debutto gli è servito, come soggetto, a raccontare come si sentiva: un precario dell’anima e della vita. Il senso di instabilità poteva metterlo a fuoco solo con il cinema. Siccome si vive in tempi complicati, attraverso il film, emerge anche il potere salvifico dell’immaginazione e tramite la realtà contemporanea, in cui sembra venuto a mancare lo spirito “umano” e in un periodo in cui vengono chiusi porti e porte, lui voleva raccontare una storia per invitare a tornare tutti un po’ più umani, nel senso di apertura verso l’altro. Non restava che l’immaginazione e la fantasia del cinema.
Simpatico il film, comica la produzione: s’è girato 5 settimane in Armenia, tra gennaio e febbraio, con temperature che oscillavano tra i meno 20 e i meno 30 gradi. Per la sequenza iniziale della centrale nucleare (ricreata in postproduzione), erano previste più ciak e molte più inquadrature, ma si son dovuti affrettare perché… si stavano congelando. Una delle attrici (Caterina Shulha) era davvero incinta come il suo personaggio e hanno capito che stavano rischiando troppo. Il primo giorno, ha raccontato la troupe, quando sono arrivati in albergo, alcune stanze non erano state riscaldate ed alcuni ragazzi armeni sono saliti con un phon per tentare di aumentare almeno un po’ la temperatura! Tutto così surreale da far sembrare questi aneddoti come parte integrante del film.
Tra disavventure vere e di finzione, e qualche omaggio al Mediterraneo di Salvatores, appare anche la bella figura di un vecchio saggio interpretato addirittura da Philippe Leroy, il quale rilascia le immancabili pillole di saggezza, tipo “Ogni minuto che perdiamo non ci viene mai restituito”, che in quella situazione paradossale di inattività forzata ha l’effetto di abbattere maggiormente il morale del gruppo. Che menomale sa sempre reagire. O quasi.
Un cinema artigianale raccontato da un discreto esordio, amabile e promettente, con un cast di attori adatti alla commedia italiana di questi anni, che ama la settima arte e si divertono a rappresentarla, sperando di tramettere la loro simpatia al pubblico.

Riconoscimenti
Nastro d’Argento 2018
Candidatura al miglior produttore
David di Donatello 2019
Candidatura al miglior regista esordiente



























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