I bambini del cielo (I ragazzi del paradiso) (1997)


I bambini del cielo (I ragazzi del paradiso)
Bacheha-ye aseman
Iran 1997 dramma 1h29’
Regia: Majid Majidi
Sceneggiatura: Majid Majidi
Fotografia: Parviz Malekzaade
Montaggio: Hassan Hassandoost
Musiche: Keivan Jahanshahi
Amir Farrokh Hashemian: Ali
Bahare Seddiqi: Zahra
Reza Naji: padre
Fereshte Sarabandi: madre
TRAMA: Zahra non trova più le sue scarpe perché suo fratello Ali le ha perse. Loro sono poveri e ora lei non ha niente da mettersi ai piedi, finché non trovano una soluzione: i due divideranno lo stesso paio di scarpe. Andrà tutto bene?
VOTO 7

Come sempre, Majid Majidi racconta l’Iran dal suo punto di osservazione, quasi sempre dalla parte dei bambini, vittime innocenti di una vita ristretta dalla povertà, dalle severe leggi del regime, dalle antiche tradizioni. È un’esistenza che viene dettata dall’ambiente e da ciò che si può sperare, niente di più. Anime candide convinte che la vita è questa e si accontentano. Però, se il poco che possiedono viene smarrito o danneggiato l’unico rimedio è arrangiarsi o trovare soluzioni semplici.
Ali, un bambino di nove anni, ritira le scarpe riparate della sorellina Zahra, ma le perde quando un senzatetto prende il sacchetto in cui erano nascoste. Sapendo che la famiglia è in difficoltà economiche, i due decidono di non dire nulla ai genitori e di condividere l’unico paio di scarpe di Ali: Zahra le usa al mattino, Ali corre a scuola nel pomeriggio. Le corse quotidiane lo rendono spesso in ritardo, ma il suo rendimento scolastico convince gli insegnanti a proteggerlo. Zahra scopre che un’altra bambina indossa le sue scarpe, ma quando i due vedono che il padre della piccola è cieco, rinunciano a reclamarle. Il padre di Ali tenta di guadagnare di più facendo lavori di giardinaggio nei quartieri ricchi, finché un incidente in bicicletta lo ferma. Intanto Ali scopre una gara di corsa: il terzo premio è un paio di scarpe nuove. Decide di partecipare per regalarle a Zahra.
Il giorno della gara, Ali corre con tutte le sue forze, spinto dal desiderio di aiutare la sorella. Nonostante miri al terzo posto, finisce per vincere la competizione, perdendo così il premio che aveva sperato di ottenere. Torna a casa sconsolato, incapace di confessare a Zahra il risultato. Nel frattempo, il padre è riuscito a riparare la bicicletta e compra finalmente due paia di scarpe nuove per i figli, ignaro dei loro sacrifici. L’ultima immagine mostra Ali che immerge i piedi nudi e pieni di vesciche nell’acqua, dopo aver consumato le scarpe correndo. [In alcune versioni, un epilogo rivela che Ali diventerà un corridore di successo.]
La storia è un ritratto delicato della povertà, della solidarietà tra fratelli e della dignità con cui affrontano le difficoltà quotidiane. Ci si intenerisce a vedere come il piccolo faccia tutto il possibile e forse anche di più e osservarlo mentre corre tra la scuola e la casa per poter essere in tempo utile per scambiarsi le scarpe con la sorellina aumenta l’apprensione dello spettatore partecipe, immaginiamo tutti, perché non si può non restare coinvolti dalle immagini.
Al termine della visione ci si rende conto che è uno di quei film che sembrano minuscoli, quasi invisibili, e invece ti restano addosso con una forza sorprendente. Majid Majidi, che abbiamo continuato ad apprezzare con altre opere simili (Baran, Figli del sole, quindi sempre sui ragazzini) sceglie una storia elementare – un paio di scarpe perdute, due fratellini che non vogliono dare un dispiacere ai genitori – per raccontare un mondo intero: la povertà urbana di Teheran, la fragilità delle famiglie che vivono ai margini, la dignità dei bambini che crescono troppo in fretta. La trama procede con una naturalezza quasi documentaria, fatta di piccoli gesti, corse affannate, sguardi che dicono più delle parole. È un neorealismo filtrato attraverso la sensibilità iraniana: pedinamenti, simboli delicati, attori non professionisti che portano sullo schermo una verità immediata.
Majidi evita ogni retorica pesante e costruisce un racconto che commuove senza manipolare. La regia è discreta, attenta ai dettagli quotidiani, e la città diventa un personaggio silenzioso che osserva i due bambini mentre cercano di cavarsela con quel poco che hanno. Il film funziona proprio perché non cerca colpevoli: mostra una società ingiusta, ma lo fa attraverso la purezza dei protagonisti, lasciando allo spettatore il compito di leggere ciò che sta sotto la superficie.

Il finale, con la corsa di Ali e il suo gesto d’amore maldestro, è una delle immagini più limpide del cinema degli anni ’90. Non stupisce che il film sia stato accolto con entusiasmo internazionale: è un racconto universale, capace di parlare a chiunque abbia conosciuto la fatica, la paura di deludere, e quella forma ostinata di tenerezza che nasce solo tra fratelli. Film che è passato alla storia perché è stato il primo iraniano ad essere candidato all'Oscar per il miglior film straniero nel 1999.





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