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I giorni del cielo (1978)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 28 gen
  • Tempo di lettura: 4 min

I giorni del cielo

Days of Heaven

USA 1978 dramma 1h34’

 

Regia: Terrence Malick

Sceneggiatura: Terrence Malick

Fotografia: Néstor Almendros

Montaggio: Billy Weber

Musiche: Ennio Morricone

Scenografia: Jack Fisk

Costumi: Patricia Norris, Jerry R. Allen

 

Richard Gere: Bill

Brooke Adams: Abby

Sam Shepard: Chuck

Linda Manz: Linda

Robert J. Wilke: fattore

Jackie Shultis: Jackie

 

TRAMA: Stati Uniti, inizi del secolo: Bill emigra da Chicago nel Midwest viaggiando con la sua fidanzata Abby e la sorellina di questa. Trovato un impiego presso Chuck, proprietario di una grande fattoria, convince la ragazza a sposare il padrone, per assicurare una vita agiata a tutti e tre. Però ben presto un’ingiustificata gelosia rovina il rapporto tra i due sposi e la vita coniugale diventa un inferno.

 

VOTO 7,5

 

 

Quasi tutta la filmografia di Terrence Malick utilizza la voce fuori campo come elemento strutturale del racconto. È uno dei suoi tratti più riconoscibili, oltre ad essere meditativo, frammentato, spesso in forma di preghiera o flusso di coscienza. Lo si era potuto notare nell’esordio nel lungo con La rabbia giovane (1973), in cui la protagonista narra gli eventi in prima persona; nel terzo, La sottile linea rossa (1998), dove molteplici personaggi riflettono interiormente sulla guerra; chiaramente anche nel presente film, in cui la giovane protagonista funge da guida emotiva e poetica. Ma in seguito, se non proprio una vera voce-off, c’è sempre qualcuno che prega, spiega, recita preghiere e poesie e quindi la caratteristica continua. The New World (2005), con la voce interiore di Pocahontas, Smith e Rolfe; The Tree of Life (2011) quando le preghiere e i pensieri dei personaggi attraversano tutto il film; in To the Wonder (2012) più o meno i protagonisti accompagnano vocalmente la narrazione; Knight of Cups (2015) è un flusso di coscienza del protagonista e delle figure che incontra; le voci interiori di Song to Song (2017) commentano relazioni e desideri. Ed infine, per ora, A Hidden Life (2019) le lettere e i pensieri dei protagonisti diventano voice-over, che il regista non usa come semplice spiegazione ma come spazio interiore: domande metafisiche, ricordi, desideri, preghiere. È un marchio di fabbrica che attraversa tutta la sua poetica.

 

 

Gli argomenti sono differenti, gli ambienti anche, i personaggi tra i più diversi, ma comunque e dovunque dominano i sentimenti di riflessione intima sia umanistica che di fede, sempre spezzettati da scene solo apparentemente scollegate. Qui siamo in una storia dell’America inizio ‘900 quando la situazione economica del benessere era ancora a divenire e gli uomini cercavano lavoro, casa e donne per mettere su famiglia, o perlomeno un modo per tirare avanti, ancora con le armi come ai tempi del West. Poi la violenza, con il pretesto della difesa personale e della casa è rimasta quasi intatta, e tutt’oggi è normale la detenzione e l’uso delle armi.

 

 

Nel 1916, il giovane operaio Bill (Richard Gere) fugge da Chicago dopo aver ucciso accidentalmente il caposquadra. Con lui ci sono la fidanzata Abby (Brooke Adams) e la sorellina Linda (Linda Manz).  I tre si fingono fratelli e raggiungono le grandi pianure del Texas per lavorare come braccianti stagionali. Chuck (Sam Shepard), il ricco e solitario proprietario terriero dove lavorano, gravemente malato, si innamora di Abby. Bill, convinto che l’uomo abbia poco da vivere, la persuade a sposarlo per garantirsi un futuro migliore. Il matrimonio però cambia gli equilibri: il contadino si affeziona davvero ad Abby e lei finisce per ricambiare i suoi sentimenti. La gelosia di Bill cresce mentre la salute del marito non peggiora come previsto. Durante una nuova stagione di raccolto, una piaga di locuste e un incendio devastano i campi. Il confronto finale tra Bill e il contadino sfocia in tragedia.

 

 

Si potrebbe definirlo un mix di colossal e film intimista, in cui la sorellina Linda è voce narrante e sguardo innocente sul mondo. La tensione cresce, silenziosa come il vento tra le spighe. Quando una piaga di locuste devasta i campi e un incendio manda in fumo la stagione del raccolto, la fragile armonia esplode. Il confronto tra Bill e il proprietario è inevitabile e Abby, ormai senza un posto nel mondo, riparte con un gruppo di soldati diretti alla guerra. Linda, più forte e più sola, sceglie un nuovo cammino, lasciandosi alle spalle quei “giorni del cielo” che hanno segnato per sempre la sua crescita.

 

 

Terrence Malick, già al suo secondo film, dimostra una sicurezza stilistica che pochi registi raggiungono in una carriera intera. La sua regia è contemplativa, quasi pittorica: ogni inquadratura sembra pensata per restare impressa più come un ricordo che come una scena narrativa. Non racconta la storia in modo tradizionale ma la lascia emergere per sottrazione, affidandosi ai silenzi, alla luce naturale e al punto di vista laterale della giovane Linda. È un cinema che chiede allo spettatore di respirare, non di correre.

 

 

Richard Gere, in uno dei suoi ruoli più intensi, porta sullo schermo un Bill impulsivo e fragile, lontano dall’immagine glamour che lo renderà famoso negli anni successivi. Brooke Adams dà ad Abby una dolcezza inquieta, sospesa tra necessità e desiderio, mentre il grande Sam Shepard - al suo debutto cinematografico - incarna con sorprendente naturalezza la malinconia del proprietario terriero, un uomo che sembra vivere già in un’altra epoca. Ma la vera rivelazione è Linda Manz: la sua voce narrante, ruvida e spontanea, diventa la chiave emotiva del film. Non interpreta, osserva e racconta. E nel farlo, trasforma la tragedia adulta in un racconto di formazione inconsapevole. Le musiche sono firmate da Ennio Morricone.

 

 

Il risultato è un’opera in cui regia e interpretazioni si fondono in un equilibrio raro: un film che non punta al realismo, ma alla verità emotiva, e che ancora oggi resta uno dei vertici poetici del cinema americano.

 

 

Riconoscimenti

Oscar 1979

Migliore fotografia

Candidatura migliori costumi

Candidatura miglior sonoro

Candidatura miglior colonna

Golden Globe 1979

Candidatura miglior film drammatico

Candidatura migliore regia

BAFTA 1980

Miglior colonna sonora

Festival di Cannes 1979

Miglior regia

David di Donatello 1979

Miglior attore straniero a Richard Gere

Migliore sceneggiatura straniera

 


 
 
 

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