Il cileno (2026)
- michemar

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Il cileno
Svizzera Cile Italia 2026 dramma biografico 1h39’
Regia: Sergio Castro San Martín
Sceneggiatura: Simona Nobile, Sergio Castro San Martín
Fotografia: Simon Guy Fässler
Musiche: Zeno Gabaglio
Montaggio: Valeria Hernández, Caterina Mona
Scenografia: Marco Ascanio Viarigi
Costumi: Silvia Nebiolo
Camilo Arancibia: Aldo Marín Piñones
Sara Serraiocco: Luciana
Gaetano Bruno: maresciallo Franco Russo
Andrew Bargsted: El Chapa
Lorenzo Richelmy: Enrico
Riccardo Lombardo: Giuseppe
Umberto Procopio: Salvo
Jacopo Demetrio Massara: Attilio
Carlo Alberto Cravino: Marco
Sara Becker: Mercedes Roja
Jasmin Mattei: Claire
Roberto Molo: Giorgio
TRAMA: La storia di Aldo Marín, un giovane rivoluzionario cileno che è passato da essere minatore in Cile alla creazione di ordigni esplosivi per gli estremisti rivoluzionari di sinistra in Italia.
VOTO 7,5

Questo film conferma la maturità registica di Sergio Castro San Martín, autore cileno che negli anni ha costruito un cinema politico, asciutto e profondamente umano. Dai suoi lavori precedenti (scopro, non conoscendolo, che ha firmato La mujer de Iván e El invierno) leggo una costante: raccontare la fragilità delle persone travolte dalla Storia, con uno sguardo che unisce realismo e tensione morale. In questo nuovo film, porta il suo cinema in Europa e intreccia due memorie collettive: il trauma del Cile post‑golpe e la Torino degli anni di piombo. Il risultato è un’opera che dialoga con la tradizione del cinema sociale italiano, ma con una sensibilità contemporanea, attenta ai dettagli, ai silenzi, ai gesti che definiscono un’esistenza in fuga.

Nel 1976, dopo il colpo di Stato di Pinochet, il giovane militante Aldo Marín Piñones (Camilo Arancibia) fugge dal Cile insieme all’amico El Chapa (Andrew Bargsted), lasciandosi alle spalle la miniera, la militanza e soprattutto la famiglia – moglie e figlioletto – che spera un giorno di ricongiungere. Arrivato a Torino, città industriale attraversata da tensioni politiche e sociali, trova lavoro in fabbrica e tenta di costruire una nuova quotidianità, fatta di turni, solitudine e un senso di precarietà che non lo abbandona mai. La città è un luogo straniero, duro, ma anche una possibile via di salvezza. Qui incontra Luciana (Sara Serraiocco), docente universitaria vicina agli ambienti anarchici e suo fratello Enrico (Lorenzo Richelmy), leader di un gruppo extraparlamentare che cerca di coinvolgerlo nella lotta armata. La donna lo accoglie con una curiosità sincera e un’attenzione che Aldo non si aspetta: è parte di una rete clandestina che sostiene donne in difficoltà e mantiene legami con gruppi militanti, un mondo che Aldo osserva con diffidenza, ma che lo attrae per la sua energia e per la promessa di un aiuto concreto. Mentre prova a restare invisibile, la sua competenza con gli esplosivi – eredità della vita in miniera – torna a bussare alla porta.

Luciana gli offre la possibilità di far arrivare in Italia la moglie e il figlio rimasti in Cile, ma in cambio gli chiede di mettere a disposizione le sue abilità tecniche per la causa. Aldo si ritrova così sospeso tra due vite: quella che vorrebbe costruire, fatta di affetti e normalità, e quella che la Storia continua a imporgli, fatta di clandestinità, paura e scelte morali sempre più difficili. Intanto, la polizia italiana – guidata dal maresciallo Franco Russo (Gaetano Bruno), esperto di esplosivi – inizia a collegare una serie di attentati alla presenza dei due cileni. Il militare non è un antagonista ideologico: è un tecnico, un investigatore che segue le tracce con ostinazione, e la sua pressione rende la città un labirinto sempre più stretto. Aldo tenta di resistere alla spirale di violenza, ma ogni passo avanti sembra riportarlo indietro, verso un passato che non riesce a lasciarlo andare. La tensione cresce, mentre il confine tra sopravvivenza e militanza si fa sempre più sottile, e Aldo deve decidere chi vuole essere davvero. Intanto aspetta notizie della moglie e non saranno buone, e lui accusa molto il colpo: adesso, capisce, è arrivato il momento di agire.

Ma il destino non gli concede una via d’uscita semplice. La fuga si complica, la pressione della polizia italiana aumenta, e il passato cileno continua a inseguirlo. Aldo si ritrova intrappolato tra ideali rivoluzionari, amore, perdita e la ricerca disperata di una vita che non riesce mai a raggiungere. Anche amore, dicevo, perché inevitabilmente i due si avvicinano perlomeno per motivi di solitudine e per istinto.

È un film che colpisce, almeno a me ha fatto questo effetto, per la sua sobrietà emotiva: pare infatti perfino trattenuto, in alcuni momenti, perché l’accumulo tra la rabbia, il regime cileno, il dolore degli affetti lontanissimi è enorme, un macigno, e Aldo non ha modo di sfogarli e sa che però deve conservare la calma necessaria per navigare invisibile sott’acqua in un posto straniero. E poi colpisce per la capacità di raccontare la Storia attraverso le vite di persone comuni, senza retorica né compiacimento. Sergio Castro San Martín dirige con mano sicura, costruendo un equilibrio raro tra ricostruzione storica, tensione narrativa e introspezione. La Torino degli anni ’70 è viva, credibile, mai caricaturale: un ambiente che respira, che avvolge i personaggi e li costringe a confrontarsi con le proprie contraddizioni. La regia lavora sui dettagli – gli sguardi, i silenzi, gli spazi industriali – e lascia che la complessità emerga senza forzature. Torino, per esempio, è fotografata con grande professionalità, come fosse molto più di un ambiente.

Il cuore del film è però nelle interpretazioni di Camilo Arancibia e Sara Serraiocco, straordinari nel dare corpo e anima a Aldo e Luciana. Arancibia costruisce un Aldo trattenuto, vulnerabile, sempre in bilico tra paura e desiderio di normalità: una performance intensa, fatta di gesti minimi e di una tensione interna che non si spezza mai: la sua espressione attonita, spaventata ma decisa è la vera fotografia del film. Sara Serraiocco, dal canto suo, offre una Luciana complessa, lontana da ogni stereotipo: forte ma non invincibile, idealista ma non ingenua, capace di un’empatia che diventa motore narrativo. Non mi stanco mai di ripetere che è assolutamente tra le migliori attrici in Italia e la mia stima aumenta quando mi accorgo come rifugga da ruoli e film facili o semplici. Sempre storie complesse con ruoli difficili da rapportare sullo schermo: bravissima e intensa. Insieme, i due attori creano un rapporto che è il vero centro emotivo del film, un legame che attraversa la politica, la fuga, la speranza.

Un’opera che merita attenzione: un film che unisce rigore e sensibilità, memoria e presente, e che conferma Sergio Castro San Martín come uno dei registi più interessanti nel raccontare le ferite della Storia attraverso le vite di chi ha dovuto attraversarla. Il regista ha saputo creare una tensione che non conosce pause, un’atmosfera plumbea (ogni riferimento agli “anni di piombo” è perfettamente calzante) che domina ogni inquadratura, che lui sa dedicare con molta attenzione non solo ai due protagonisti ma anche agli altri personaggi, tutti – si badi bene – ottimamente scolpiti e scritti, nel senso che al termine della visione si avverte la sensazione di averli conosciuti personalmente.

Davvero un gran film. Complimenti a regista, attori e ai cast per l’opera compiuta, artisticamente riuscita in pieno esponendo l’umanità ferita prima e la tensione mentale del prosieguo del protagonista inseguito dal destino. Aldo è un giovane che vive con la costante sensazione di essere fuori posto. La sua prima battuta nel film (“Dobbiamo difendere la nostra tradizione” si trasforma in un desiderio incompiuto che attraversa tutta la sua storia. Sogna di difendere qualcosa, ma non sappiamo in che modo fino al finale, quando prende la decisione più importante della sua vita, persino più determinante che emigrare nel Nord Italia durante gli anni più incandescenti degli anni di piombo. “Io non metto le bombe, le fabbrico soltanto”: questa frase, che suona come un mantra e una premonizione, lo definisce in pieno. Almeno inizialmente, perché la vita, si sa, ti cambia e ti spinge a scelte che avresti fatto a meno di prendere.






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