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Titolo grande

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Il grande freddo (1983)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 25 dic 2025
  • Tempo di lettura: 5 min

Il grande freddo

(The Big Chill) 1983 dramma 1h45’

 

Regia: Lawrence Kasdan

Sceneggiatura: Lawrence Kasdan, Barbara Benedek

Fotografia: John Bailey

Montaggio: Carol Littleton

Scenografia: Ida Random

Costumi: April Ferry

 

Tom Berenger: Sam Weber

Glenn Close: Sarah

Jeff Goldblum: Michael

William Hurt: Nick

Kevin Kline: Harold Cooper

Mary Kay Place: Meg

Meg Tilly: Chloe

JoBeth Williams: Karen

Don Galloway: Richard

James Gillis: celebrante

Ken Place: poliziotto Peter

 

TRAMA: Quindici anni dopo il liceo, sette amici ex sessantottini si trovano al funerale di uno di loro e fanno un bilancio delle loro vite.

 

VOTO 7,5



Ci sono film che silenziosamente lasciano il segno del loro tempo: questo è uno di questi. Lo fa ed incide essenzialmente, però, per chi ha vissuto quel tempo, sa cosa vuol dire l’atmosfera di ex giovani che avevano idee anche politicamente chiare, che sognavano di poter cambiare il mondo o almeno di sostenere il mutamento e quindi la trasformazione della società, la rivoluzione della mentalità che si stava negativamente cristallizzando. Giovani, come lo siamo stati tutti, di grandi speranze e di mille illusioni. Poi, è inevitabile che ognuno ha preso la sua strada, ci si è divisi, ci si è imborghesiti, si è fatto scelte anche di professioni che prima si contestavano. “Compagno di scuola, compagno per niente, ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?” (Antonello Venditti, Compagno di scuola). È capitato a molti, anche a me. Se e quando ci si ritrova, chissà per quale destino o occasione, diventa la sede ed il momento di rimpianti e nostalgie. Inutili.



Succede proprio questo al nutrito gruppo di amici che si ritrovano per un evento per nulla piacevole. Dopo il suicidio di Alex Marshall (interpretato da Kevin Costner, con il fatto rilevante che… non compare mai, è assente, in tutti i sensi), i suoi compagni laureati all’Università del Michigan e amici stretti partecipano al suo funerale nella piantagione Tidalholm a Beaufort, South Carolina. Durante la visita, tutti alloggiano con Sarah e Harold Cooper (Glenn Close e Kevin Kline). Altri suoi amici sono Sam Weber (Tom Berenger), attore televisivo; Meg Jones (Mary Kay Place), un tempo difensore d’ufficio e ora avvocata immobiliare; Michael Gold (Jeff Goldblum), giornalista per la rivista People; l’ex psicologo radiofonico Nick Carlton (William Hurt), veterano del Vietnam rimasto impotente e (conseguenza?) con una dipendenza da droghe; e Karen Bowen (JoBeth Williams), una scrittrice insoddisfatta infelicemente sposata con Richard (Don Galloway), un dirigente pubblicitario conservatore. È presente anche Chloe (Meg Tilly), fidanzata di Alex da quattro mesi, molto più giovane e che viveva con lui nel seminterrato della coppia che ospita tutti.



È - ed è l’aspetto più bello - un raro esempio di cinema americano capace di unire intelligenza, calore umano e una sorprendente precisione narrativa. Il film di Lawrence Kasdan rappresenta il lato migliore della produzione mainstream, perché è un’opera che non ha bisogno di effetti spettacolari o di trame iperboliche per catturare l’attenzione, perché trova la sua forza nella naturalezza dei rapporti umani e nella qualità della scrittura, portata a compimento assieme a Barbara Benedek. La mirabile bravura dell’autore risiede nel modo con cui riesce a orchestrare un cast numeroso senza perdere mai il controllo del tono o del ritmo. Ogni personaggio, pur muovendosi in un ensemble corale, conserva una sua nitidezza emotiva: nessuno è ridotto a funzione narrativa, nessuno è sacrificato. Il film funziona proprio perché riesce a far emergere la complessità di un gruppo di amici che si ritrova dopo anni, costretti a confrontarsi con ciò che sono diventati e con ciò che hanno perso.



La regia, precisa, meticolosa, è come se non voglia dar fastidio agli interpreti, è quasi nascosta, ma, attenti, solo in apparenza: Kasdan lavora su dettagli, sguardi, piccoli gesti, e costruisce un’atmosfera che alterna malinconia e leggerezza con una naturalezza che il cinema commerciale raramente raggiunge. È un film che parla di disillusione, ma senza cinismo; che affronta il passare del tempo, ma senza retorica; che usa la nostalgia non come rifugio, ma come lente per osservare il presente.



La colonna sonora è magistrale, piena di titoli che richiamano i tempi e i ricordi della gioventù e quindi non come semplice operazione nostalgica, ma come elemento drammaturgico che dà ritmo e identità al film. Le canzoni non sono un abbellimento: sono parte della memoria collettiva dei personaggi, e quindi parte della loro storia. Non solo esempio di bel cinema ma anche prova che gli stessi autori capaci di costruire blockbuster ad alto budget potevano, quando volevano, realizzare opere intime e raffinate, forse ancora più efficaci proprio perché più concentrate sull’essenziale: persone, relazioni, emozioni.



L’assenza-presenza del defunto è una scelta precisa di Lawrence Kasdan, ed è una scelta molto coerente con il cuore tematico perché il morto è il centro emotivo del film, ma non è un personaggio. È un’assenza: anche loro ne parlano ma vivono le giornate con armonia e malinconia. Ma perché mai? Perché il film parla di ciò che resta, non di ciò che è stato, Kasdan non vuole che lo spettatore si concentri su “chi” fosse Alex, ma su come la sua morte costringe gli altri a guardarsi allo specchio. In questo luogo mentale, il film e, di conseguenza, il mostrare il corpo, o anche solo un flashback, avrebbero spostato l’attenzione su di lui come individuo. Invece il film lavora sull’eco, sul vuoto, sulla memoria condivisa.



Alex è un simbolo, non un protagonista, è il catalizzatore che riunisce il gruppo, ma non è parte della dinamica narrativa. La sua assenza permette ai personaggi di proiettare su di lui ciò che avvertono: rimpianti, idealizzazioni, sensi di colpa. Se lo vedessimo, diventerebbe troppo concreto. E così, il piccolo/grande miracolo di Kasdan avviene perché vuole che lo spettatore entri nella casa, nella cucina, nelle conversazioni, come se fosse uno degli amici, anche se noi ne restiamo solo osservatori in ascolto: il film rimane chiuso nel cerchio degli amici vivi, che devono fare i conti con la perdita, mentre il tono del film resta intimo e non melodrammatico, che avrebbe rovinato tutto. Il regista sceglie quindi un meraviglioso equilibrio tra malinconia e leggerezza, e l’assenza visiva di Alex mantiene questo tono. Il particolare strano è che Kasdan aveva girato scene con Kevin Costner ma in sede di montaggio si rese conto che ogni scena in cui Alex appariva in vita rompeva l’equilibrio del film. Così tagliò tutto.



Film bellissimo, forse maggiormente per chi, ripeto, ha vissuto gli ‘80 dopo aver abitato i ‘60, e chi ne resta coinvolto finisce la visione con il magone perché, anche se ha vissuto una vita ben diversa, sa di cosa si è parlato e prova almeno vagamente quello che esprimono questi bei personaggi.

È davvero un bellissimo film autoriale. E che bravi gli attori!



Riconoscimenti

Oscar 1984

Candidatura miglior film

Candidatura miglior attrice non protagonista a Glenn Close

Candidatura migliore sceneggiatura originale

Golden Globe 1984

Candidatura miglior film commedia o musicale

Candidatura migliore sceneggiatura

BAFTA 1985

Miglior sceneggiatura originale

 


 
 
 

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