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Il grande spirito (2019)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 18 mag 2022
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 16 nov 2025

Il grande spirito

Italia 2019 commedia 1h53’


Regia: Sergio Rubini

Sceneggiatura: Carla Cavalluzzi, Angelo Pasquini, Sergio Rubini

Fotografia: Michele D'Attanasio

Montaggio: Benni Atria

Musiche: Ludovico Einaudi

Scenografia: Luca Gobbi

Costumi: Patrizia Chericoni


Rocco Papaleo: Renato

Sergio Rubini: Tonino detto Barboncino

Ivana Lotito: Teresa

Totò Onnis: marito di Teresa

Bianca Guaccero: Milena

Geno Diana: Benedetto


TRAMA: Un piccolo malvivente decide di appropriarsi del bottino di una rapina effettuata a Taranto. Inseguito dai suoi ex complici, ferito, si rifugia in una terrazza dove vive Renato, un uomo con problemi psichici, che si crede un Sioux e si fa chiamare Cervo Nero. Nasce così un sodalizio e un'amicizia che aiuta entrambi a sopravvivere in un mondo reale più triste e violento del far west immaginato da Renato.


Voto 6



In un quartiere della periferia di Taranto, durante una rapina, uno dei tre complici, un cinquantenne dall'aria malmessa, Tonino detto Barboncino (Sergio Rubini), approfittando della distrazione degli altri due, ruba tutto il malloppo e scappa. La sua corsa procede verso l'alto, di tetto in tetto fino a raggiungere la terrazza più elevata, per rifugiarsi in un vecchio lavatoio, dove trova uno strano individuo, Renato (Rocco Papaleo), dall'aspetto eccentrico: sostiene di chiamarsi Cervo Nero e di appartenere alla tribù dei Sioux.



Dal suo canto Tonino, ormai braccato, è sotto assedio: il quartiere è presidiato dai suoi inseguitori, gli angoli delle strade controllate. In questa immobilità forzata, realizzando di essere completamente solo, non gli rimane che un'unica disperata alternativa: allearsi con quello squilibrato che si comporta come un pellerossa e che, proprio perché guarda il mondo da un'altra prospettiva, potrà forse fornirgli la chiave per uscire dal vicolo cieco in cui è finito.



Uno è disperato, l’altro è convinto che è stata la volontà di Manitù a farli incontrare e di questo passo non è facile trovare una convivenza conveniente per entrambi. Tra i due, il personaggio più interessante di tutta la storia è sicuramente il pellerossa Renato, capace di alternare alla sua fantasia di disabile mentale assolutamente non pericolosa (anzi tutt’altro), momenti di straordinaria lucidità che spiazzano la superficialità di Tonino.



A volte, le strane coppie si trovano a convivere in ambienti stralunati, come d’altronde sono anche i due personaggi e lo sguardo di Sergio Rubini sulla sua Puglia che tante volte compare nel suo cinema fa da sfondo panoramico, con Taranto tutta intorno ma prigionieri in una terrazza, mentre all’orizzonte si staglia la sagoma della ex-ILVA, con le sue mastodontiche ciminiere, che democraticamente copre il quartiere Tamburi (dove è ambientato il film) e tutta la città dei suoi terrificanti fumi e polveri sottili.



Il regista pugliese si concentra sul bizzarro rapporto tra i due ma non trascura quindi quello che la gente ha con il Mezzogiorno in genere e con Taranto in particolare che li circonda e lasciando che il giallo iniziale si ammanti di commedia a tinte drammatiche ed esistenziali.



I due attori si conoscono bene e viaggiano in perfetta armonia, consapevoli del contenuto del film e di come andava affrontato: non poteva essere altrimenti dato che in pratica sono quasi di casa. E che si siano anche divertiti lo si può immaginare.



 
 
 

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