top of page

Titolo grande

Avenir Light una delle font preferite dai designer. Facile da leggere, viene utilizzata per titoli e paragrafi.

Il petroliere (2007)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 3 ott 2019
  • Tempo di lettura: 7 min

Aggiornamento: 11 mag 2023


ree

Il petroliere (There Will Be Blood) USA 2007 dramma 2h38'


Regia: Paul Thomas Anderson Soggetto: Upton Sinclair (Petrolio!) Sceneggiatura: Paul Thomas Anderson Fotografia: Robert Elswit Montaggio: Dylan Tichenor Musiche: Jonny Greenwood Scenografia: Jack Fisk Costumi: Mark Bridges


Daniel Day-Lewis: Daniel Plainview Paul Dano: Eli e Paul Sunday Dillon Freasier: H.W. Plainview Kevin J. O'Connor: Henry Brands Ciarán Hinds: Fletcher Hamilton David Willis: Abel Sunday Mary Elizabeth Barrett: Fanny Clark


TRAMA: Daniel Plainview è un cercatore d'argento che, alla fine dell'800 trova il petrolio nell'Ovest degli Stati Uniti. La sua ricchezza diventa considerevole grazie anche allo sfruttamento della presenza dell'unico figlio che lo aiuta a convincere i contadini a cedergli i terreni. Troverà però sulla sua strada un giovane predicatore che prima lo aiuterà e poi, temendo un troppo veloce arrivo della modernità, manipolerà contro di lui la comunità. Le sorti personali, anche se non quelle economiche, di Plainview subiranno un duro colpo quando il figlio, a causa di un incidente presso un pozzo petrolifero, diviene sordo. L'uomo, sempre più accecato da una misantropia assoluta, lo allontanerà da sé precipitando sempre più nell'avidità del possesso.


Voto 10

ree

Conosciamo tantissimi film il cui titolo fa un netto riferimento al protagonista, spesso anzi ne porta chiaramente il nome e cognome e dopo la visione capiamo bene il motivo. Tantissimi. Ma, anche cercando affannosamente nei ricordi, raramente può coincidere fortemente col suo protagonista come in questo caso, pur se mi riferisco al solo titolo italiano, perché quello originale (There Will Be Blood) esprime più il carattere e la concretezza impulsiva del personaggio, mentre quello del romanzo originario di Unpton Sinclair (ma solo come stazione di partenza) indica seccamente la materia oggetto della cupidigia di Daniel Plainview, Oil! (col punto esclamativo come un urlo). Il petrolio, Il petroliere. Un titolo che mette subito al centro un personaggio forte, invadente, predominante, inarrestabile, volitivo fino all’ossessione. Ma, come si scopre andando avanti con la storia e osservando le relazioni con gli altri personaggi, terribilmente avido, crudele, voglioso di potere non solo economico, umanamente sordo più del figlioletto, a tratti brutale. Una persona che cammina ricurva in avanti come per contenere l’urto con il prossimo e le avversità che immagina troverà lungo la sua strada, noncurante di chi lo circonda eccettuato le persone che gli servono per realizzare i suoi ambiziosi progetti, che sono cioè funzionali ai suoi disegni.

ree

Trivellare la crosta terrestre fino all’oceano non è solo un’impresa molto difficoltosa, è piuttosto impensabile, è disumana e tecnicamente proibitiva: ma c’è qualcuno nei paraggi che riesca a fermare questo cercatore di petrolio? a ostacolarlo? a rallentarlo? Non ci riescono neanche i diretti concorrenti, le grandi compagnie che si stanno facendo largo in quella impervia zona dell’America. Lui non vede neanche i binari della ferrovia che sta avanzando per conquistare e portare il progresso in ogni luogo, no, Daniel Plainview immagina solo i tubi che possano far scorrere quel liquido nero fino all’oceano, a cui pensa 24 ore al giorno, sin da quando si è messo da solo a scavare la prima buca con la vanga e il piccone, con un neonato in una culla di fortuna e mezzi artigianali, senza alcuna sicurezza, tanto da infortunarsi seriamente già subito. Guai a mettersi davanti, figuriamoci di traverso al suo tragitto fisico e psicologico: i suoi occhi trafiggono qualsiasi interlocutore, li scosta, li travolge, con quel naso ricurvo, che al primo impatto si impone come un’arma minacciosa. I nervi sono cavi d’acciaio tesi come corde di violino, mentre l’andatura ondeggiante punta dritta verso dove ha deciso di andare.

ree

Non nota alcun rumore se non quello fragoroso delle trivelle, dell’esplosione del getto impetuoso del petrolio che sbuca dalle viscere della terra fino ad innalzarsi alto verso il cielo, che lui amerebbe nero come quel liquido che cerca affannosamente senza sosta. Non prova colpa o senso di responsabilità neanche quando il figlio H.W., ormai adolescente, torna da lui e lo rimprovera di averlo trascurato in quegli anni, non ha donne, non ha fede in alcuna religione, non ricorda parenti e quando si presenta un certo Henry come fratello Daniel inizia un percorso anche sanguinario e omicida. L’impero si dilata, tra acquisizioni e conquiste, tra pagamenti ritardati e furiose discussioni con il predicatore che odia, quel giovane Eli che pensa di sfruttarlo come seguace o di estorcergli danaro. Stentiamo a credere ai nostri occhi quando, in una scena dall’atmosfera biblica, potente, trascinante, evocativa di riti di collettiva isteria religiosa, Eli lo fa inginocchiare per farlo pentire, chiedere perdono dei suoi peccati e promesse di donazioni. Non osiamo immaginare che stia davvero accadendo e che sia tutto reale, fino a quando infatti lo spirito inarrendevole dell’uomo si ribella e reagisce da par suo. Una delle sequenze più travolgenti di tutto il film, a cui si contrappone il tragico finale che sicuramente ha deluso parecchi ma che, a mio parere, resta nella storia per la potenza descrittiva della chiusura. Una lunga storia che culmina cioè come solo avrebbe potuto finire, proprio come dice il titolo originale, che sì, ci compendia il sangue che scorre lungo il film e preannuncia l’inevitabile bagno di morte finale in cui la forza fisica di Daniel Plainview si abbate con furia animalesca su quel giovane predicatore che aveva osato sfidarlo proprio nella sua tana. Quel birillo - brandito come l’osso in mano allo scimpanzè di memoria kubrickiana - colpisce ricolpisce fino allo sfinimento il cranio di Eli, spargendo una pozza di sangue sul pavimento di legno pregiato della pista da bowling. Un birillo impugnato dall’ira incontenibile ed esplosiva, alla pari di un potente getto di petrolio che zampilla dal pozzo. “Ci sarà del sangue”, come pre/promesso. Dalla catapecchia di assi legno fino alla sontuosa abitazione padronale: il percorso di un uomo che volle farsi re.

ree

ree

Il romanzo prima e il film dopo ci dicono qualcosa di nuovo o innovativo con questa storia? Non credo. La ricchezza, il potere, l’avidità e il possesso materiale delle cose terrene ce le raccontano le migliaia di anni di storia dell’uomo, ma la potenza narrativa e di descrizione tramite la macchina da presa di Paul Thomas Anderson è qualcosa di sovrumano, che ha il sapore di capolavoro scolpito nei secoli, che si esplica attraverso le imponenti inquadrature, la padronanza attoriale, i brani classici come ‘Allegro giocoso, ma non troppo vivace’ di Brahms o le musiche come sempre ticchettate di Jonny Greenwood (collaborazione che continuerà con The Master [recensione] e con Il filo nascosto [recensione]), dai panorami straordinari (che America, l’America!) e da un romanzo che bisognava mettere sul grande schermo a tutti i costi. Quella sequenza finale termina con una frase che dà epicità non solo alla scena ma a tutto il film e a tutta la storia: “I’m finished!”, pronunciata con l’affanno (il birillo è ancora nella pozza di sangue) e con quasi nonchalance. Ho completato la mia opera, ho fatto tutto, o meglio ancora, ho finito di distruggerti (riferito al giovane Eli), ti ho tolto di mezzo dal mio cammino, addirittura “ho chiuso”, insomma si adatta come si vuole, che però l’italiano “Ho finito” risulta forse riduttivo. E intanto riparte Brahms con il suo allegro giocoso, ma non troppo vivace del Concerto per violino op.77, Terzo Movimento, violinista Anne-Sophie Mutter. E mentre il meraviglioso brano continua, iniziano i titoli di coda con la scritta ‘There Will Be Blood’, in perfetto carattere Old English.

ree

Standing ovation!


ree

Paul Thomas Anderson è un regista che non sbaglia mai nulla, che ama forse l’eccesso della perfezione, che mira sempre più in alto, che ha un percorso artistico di tale pregio che è non è facile trovarne simili e deve la riuscita dei suoi film anche alla grande capacità di scegliere gli attori ideali: Philip Seymour Hoffman è stato il suo traghettatore sin dai primi film fino al mastodontico The Master (recensione), Joaquin Phoenix lo ha esaltato per la versatilità (The Master e Vizio di forma), ma Daniel Day-Lewis è quello che lo ha reso eterno (che meraviglia Il filo nascosto! [recensione], perché è proprio questo attore che rimarrà eterno. Lui è leggenda e leggendari sono gli aneddoti su di lui e i suoi comportamenti sul set. “Essere mitologico, metà Uomo e metà Metodo, quando entra nel personaggio non ne esce neanche per la pausa caffè” è stato scritto a proposito di Daniel Day-Lewis. Sul set di Il mio piede sinistro costringe la troupe a trasportarlo in carrozzella anche a camere spente; per Nel nome del padre dorme in una cella; girando Gangs of New York DiCaprio gli spacca il naso per errore, ma lui resta sul set e nel personaggio come se nulla sia successo. Abbandona la carriera teatrale quando, nei panni di Amleto, si immedesima al punto da vedere lo spettro del suo vero padre defunto, il poeta Cecil Day Lewis, e in preda a un crollo nervoso pianta il pubblico per mai più rimettere piede su un palcoscenico. Per Lincoln (recensione) impiega un anno per impostare la voce come desiderava per un personaggio storico di enorme importanza ed invia a ripetizione nastri magnetici (rifiuta ogni mezzo digitale) delle sue prove vocali a Steven Spielberg. Al cinema si fa desiderare, supplicare, inseguire: negli ultimi anni, solo pochissimi film e almeno il doppio di ruoli rifiutati. Uomo che vive per osmosi con i suoi personaggi, un attore che parla come un letterato e che a un certo punto del secolo scorso è (s)comparso a Firenze per fare l’apprendista calzolaio. Con mimesi maniacale pare aver vissuto tante vite quanti sono i suoi ruoli: è inglese di nascita ma irlandese per cittadinanza acquisita (nella realtà, oltre che per il trittico di opere girate con Jim Sheridan) e statunitense per curiosità viscerale, per quella voglia di raccontare storie americane che gli è nata vedendo De Niro in Taxi Driver e l’ha portato a interpretare (per Michael Mann, per Martin Scorsese, per Paul Thomas Anderson) icone sovradimensionate della Storia degli Stati Uniti. Ci mette anni e anni per uscire dal film precedente ma ultimamente ha annunciato il definitivo ritiro dalla recitazione. Una perdita uguale alla morte, almeno per me. Perché quest’uomo, tra l’altro, è l’unico ad aver vinto tre Oscar sempre come miglior attore protagonista: Il mio piede sinistro, Il petroliere, Lincoln. E ne avrebbe meritati altri.

ree

Un ultimo appunto su Paul Dano. C’era da scommettere che quel giovincello, dal fisico irregolare e dal viso ovale la cui espressione è spesso indecifrabile, avrebbe fatto carriera e difatti lo abbiamo seguito crescere anche artisticamente, sempre alla ricerca di ruoli confacenti al suo modo di recitare e al suo corpo esile e sbilanciato. Il suo meritevole percorso, dopo il ruolo più strambo della comitiva del simpaticissimo Little Miss Sunshine e questo film, ha dato ragione a chi credeva in lui e adesso che ha anche debuttato alla regia bisognerà stare ancora più attenti.


La sequenza finale

Premio Oscar 2008

Miglior attore protagonista a Daniel Day-Lewis

Migliore fotografia

Candidatura miglior film

Candidatura migliore regia

Candidatura migliore sceneggiatura non originale

Candidatura migliore scenografia

Candidatura miglior montaggio

Candidatura miglior montaggio sonoro

Golden Globe 2008

Miglior attore in un film drammatico a Daniel Day-Lewis

Candidatura miglior film drammatico



 
 
 

Commenti


Il Cinema secondo me,

michemar

cinefilo da bambino

bottom of page