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Il Presidio - Scena di un crimine (1988)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 20 gen
  • Tempo di lettura: 3 min

Il Presidio - Scena di un crimine

The Presidio

USA 1988 thriller 1h37’

 

Regia: Peter Hyams

Sceneggiatura: Larry Ferguson

Fotografia: Peter Hyams

Montaggio: Jim Mitchell, Diane Adler, Beau Barthel

Musiche: Bruce Broughton

Scenografia: Albert Brenner

Costumi: Aggie Lyon, Michael W. Hoffman

 

Sean Connery: colonnello Alan Caldwell

Mark Harmon: Jay Austin

Meg Ryan: Donna Caldwell

Jack Warden: serg. magg. Ross Maclure

Mark Blum: Arthur Peale

Dana Gladstone: col. Paul Lawrence

Jenette Goldstein: Patti Jean Lynch

Don Calfa: Howard Buckley

Curtis W. Sims: serg. Garfield

Michael Fosberg: cap. Gordon

James Hooks Reynolds: George Spota

 

TRAMA: Un guardiano viene ucciso da due ladruncoli durante il suo giro di ronda all’interno di una base militare. L’inchiesta è condotta parallelamente da Jay Austin, ispettore di polizia, e dal colonnello Caldwell, della polizia militare. I due hanno un rapporto conflittuale a causa di una vecchia ruggine. A rendere la situazione ancora più complicata è la figlia di Caldwell, che si innamora del poliziotto.

 

VOTO 6 –

 

 

Specialista di thriller, Peter Hyams realizza un film come andava di moda in quegli anni nell’ambito militare: omicidi, soldati sospettabili, ragazze che fanno girare la testa. Tutto ordinario, tanto da far produrre pellicole che non sono mai passate alla storia, piuttosto sono servite, come lo sono oggi, a malapena come intrattenimento per una serata in giallo.

 

 

Al Presidio, la base militare di San Francisco, la poliziotta militare Patti Jean Lynch (Jenette Goldstein) viene uccisa durante un’indagine su un’effrazione. Nella fuga vengono assassinati anche due agenti della polizia cittadina. L’indagine passa a Jay Austin (Mark Harmon), detective SFPD ed ex poliziotto militare, che si scontra subito con il tenente colonnello Alan Caldwell (Sean Connery), suo ex comandante. I due hanno un passato teso: anni prima Austin era stato punito e aveva lasciato l’esercito dopo un conflitto con un ufficiale, Paul Lawrence (Dana Gladstone). Le prove puntano proprio a Lawrence, proprietario di una pistola Tokarev compatibile con il proiettile che ha ucciso Lynch. Austin scopre anche che l’auto usata per la fuga è collegata ad Arthur Peale (Mark Blum), ricco uomo d’affari con un passato nella CIA. A poco a poco emerge un legame tra Peale, Lawrence e un ex soldato, George Spota (James Hooks Reynolds), tutti coinvolti in operazioni in Vietnam.

 

 

Seguendo la pista dell’acqua minerale consegnata alla base, Austin e Caldwell scoprono un traffico di diamanti nascosti nelle bottiglie provenienti dalle Filippine. Il complotto coinvolge anche Ross Maclure, amico di Caldwell, che però si ribella quando capisce che Lynch è stata uccisa. Lo scontro finale è cruento ma una riconciliazione porta anche alla pace, pure tra il colonnello e la figlia Donna (Meg Ryan), che sta sviluppando un’attrazione ricambiata per Austin.

 

 

Siamo davanti ad un esempio ormai scomparso di thriller d’azione tipico della Hollywood anni Ottanta, un prodotto medio ma solido, costruito con professionalità. Pur non essendo un grande successo e neanche di elevata qualità, il film rappresentava per la Paramount un titolo su cui puntare, grazie al cast di star come Sean Connery, Mark Harmon e Meg Ryan. La sceneggiatura è un concentrato di cliché: il duo maschile agli antipodi costretto a collaborare, la figlia ribelle, l’amico paterno troppo prevedibile. Peter Hyams, pur essendo un regista visivamente competente, non riesce a dare freschezza a questi elementi. La regia, però, mantiene un certo fascino: l’uso della fotografia, soprattutto nella sequenza iniziale notturna, e l’ambientazione di San Francisco rendono il film piacevole da guardare anche quando risulta prevedibile.

 

 

Le interpretazioni non convincono del tutto: Mark Harmon lo vedo poco adatto per il ruolo del poliziotto duro, mentre Meg Ryan rimane intrappolata nella ripetizione di se stessa. Anche il finale, con un monologo enfatico di Connery, viene visto come eccessivo. Nonostante i limiti descritti, ma con la presenza magnetica del grande Sean, fa sempre piacere rivedere questo tipo di intrattenimento artigianale, fatto da professionisti esperti e capace di offrire comunque un’esperienza sufficientemente piacevole.

 


 
 
 

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