Il quadro rubato (2024)
- michemar

- 5 giorni fa
- Tempo di lettura: 7 min

Il quadro rubato
Le tableau volé
Francia 2024 commedia drammatica 1h31’
Regia: Pascal Bonitzer
Sceneggiatura: Pascal Bonitzer
Fotografia: Pierre Milon
Montaggio: Monica Coleman
Musiche: Alexei Aigui
Scenografia: Sébastien Danos
Costumi: Marielle Robaut
Alex Lutz: André Masson
Léa Drucker: Bertina
Nora Hamzawi: avvocata Suzanne Egerman
Louise Chevillotte: Aurore
Alain Chamfort: padre di Aurore
Arcadi Radeff: Martin Keller
Laurence Côte: signora Keller
Matthieu Lucci: Paco
Iliès Kadri: Kamel
Olivier Rabourdin: Hervé Quinn
Vincent Nemeth: Francis de Vierville
Alexandre Steiger: Henri Dambreuse
Adrien de Van: avvocato Rochebourg
TRAMA: André, banditore della prestigiosa casa d’aste Scotie’s, viene contattato per autenticare un presunto dipinto di Egon Schiele. Inizialmente scettico, riconosce subito un dipinto che era misteriosamente scomparso dal 1939.
VOTO 7,5

La commedia drammatica francese diretta da Pascal Bonitzer si basa sulla vera storia del dipinto I girasoli appassiti, scomparso nel 1939 e riapparso nel 2004 anche se non la rispecchia fedelmente. In altre parole, la base storica è autentica, ma il film sceglie un approccio narrativo libero, costruendo personaggi e conflitti per dare ritmo, ironia e tensione morale alla storia, che ad un certo punto diventa, per alcuni motivi narrativi, quasi un giallo, tipicamente e piacevolmente in perfetto stile francese. Perché il film è ispirato e non ricostruito: la sceneggiatura introduce personaggi, relazioni e sottotrame che non appartengono alla vicenda storica, rendendolo una commedia drammatica di caratteri più che un docudrama.

André Masson (Alex Lutz), specialista in arte moderna e banditore della famosa casa d’aste Scottie’s, un giorno riceve una lettera che gli comunica il ritrovamento di un dipinto di Egon Schiele nella cittadina di Mulhouse, nell’abitazione di un giovane operaio. Molto scettico, Masson si reca lì e deve affrontare la realtà: l’opera è autentica, un capolavoro scomparso dal 1939, saccheggiato dai nazisti. André vede questa scoperta come l’apice della sua carriera, ma è anche l’inizio di una lotta che potrebbe metterlo in pericolo. Per fortuna può contare sull’aiuto della ex moglie e collega Bertina (Léa Drucker) e dell’estrosa stagista Aurore (Louise Chevillotte).

Inizia come una commedia, che a sua volta, per via dei rapporti tra i vari personaggi, assume il carattere serio di un dramma leggero e quando pare tutto andare liscio arriva la piccola sorpresa e il colore predominante diventa il giallo, come se il colore dei girasoli dipinti invadesse la trama. Inizia come una commedia, si diceva, e con l’andamento di un Simenon d’annata nello studio del banditore d’asta della prestigiosa società dove lavora il protagonista André Masson, che ha assunto la stagista Aurore, il quale riceve non una mail come ci si potrebbe attendere, ma una lettera cartacea da parte dell’avvocata Suzanne Egerman (Nora Hamzawi) che vorrebbe fissare un appuntamento per una perizia su un quadro appeso nella cameretta di un giovane operaio della provincia, Martin Keller (Arcadi Radeff), che avendo comprato con la madre una casa, compreso il mobilio e i suppellettili, si ritrova un dipinto che vorrebbero vendere per liberarsene sperando di ricavare una somma per superare le difficoltà economiche. Scetticamente l’uomo, con l’aiuto della ex moglie Bertina, si reca sul posto in presenza dell’avvocata e resta senza parole, se non per una nervosa e meravigliata risata per la scoperta: non è una “crosta” come si suol dire, è un raro quadro di Egon Schiele che era ritenuto ormai perso durante la guerra ed invece, a quanto pare, i nazisti lo avevano requisito, come facevano sempre con i tesori dell’arte, e poi, ritenendolo troppo moderno, lo avrebbero voluto distruggere. Ed invece, eccolo qui, magicamente e in maniera sorprendente.

La stima è da capogiro (10 – 12 milioni), tale che sul momento la signora Keller sviene ed il giovane, stranito, non sa cosa fare: ci penserà André, che non è titolato a fare perizie essendo solo un banditore ma conosce il mercato ed il valore dei pezzi d’arte. Immaginano di metterlo all’asta e di ricavare il massimo possibile. Ma c’è un problema legale: gli eredi del pittore austriaco, allievo di Klimt, vivono all’estero e avrebbero i diritti sull’opera e al giovane potrebbe spettare solo una percentuale di ricompensa per aver custodito il quadro. Da qui ne scaturisce una storia legale e di offerte al ribasso costruite ad arte da chi ne vuole approfittare.

Attenzione. Il quadro, ai fini della bellissima sceneggiatura, è solo un MacGuffin. Tutto si svolge attorno a questo pretesto narrativo ma il punto nevralgico è l’insieme dei rapporti e dei legami all’interno dei personaggi principali. L’ottimo Pascal Bonitzer, che è principalmente un dialoghista – e lo si nota, eccome – intesse una serie di intrecci affettivi e di antipatia tra André, la ex moglie, la stagista e l’avvocata, in un girotondo irregolare in cui questi entrano ed escono di scena come in una commedia a porte girevoli. André è un uomo dal carattere non facile, amante del lusso che si è guadagnato col suo lavoro, fanatico dei suoi orologi di pregio, delle costose cravatte, degli abiti sartoriali, della sua fuoriserie e fa lo sbruffone anche con la segretaria stagista Aurore, la quale, sin dai primi giorni, controbatte le sue uscite sprezzanti e lo accusa di patriarcato. Questa è una giovane spigolosa di carattere, ostinata e ribelle, che non si lascia intimidire e sa difendersi nel suo recinto. Dopo qualche invadenza del suo datore di lavoro, lo pianta in asso facendolo riflettere e forse, chissà, lasciandogli il tempo di migliorare carattere e approccio agli altri esseri umani.

Bertina è rimasta, come ex, una buona amica e collaboratrice dell’uomo, pronta a venirgli in soccorso quando è in difficoltà, come appunto qui succede quando il progetto riguardante il famoso dipinto pare precipitare, diventando, invece che l’occasione della vita di André, la sua pietra al collo. Lei lo aiuta e lo consiglia, ma scappa spesso via per una certa relazione non troppo facile (piccola sorpresa piacevole del film: non uno spoiler importante ma lo tratto così). Suzanne è una legale precisa e intelligente, si muove con cautela ed è molto intraprendente. Poteva sembrare un ruolo secondario ma si guadagna una diversa reputazione per le rivelazioni sentimentali. Martin è un giovane di grande onestà e di buon cuore, che non mira affatto ai soldi che potrebbe speculare dall’aver detenuto il quadro ma alla salute della madre e a vivere in pace e tranquillità la vita comune, con i due amici di sempre.
Poi ci sono molti altri personaggi ma il regista e sceneggiatore ovviamente punta l’attenzione sui descritti e li cesella con un’abilità di scrittura che raramente si coglie nel panorama cinematografico. Ognuno di loro, alla fine del film, è classificabile, è riconoscibile, perché viene descritto dai comportamenti e dai ragionamenti in maniera esemplare: sono loro stessi dei dipinti chiari ed esplicativi, sono come figure di pittura del realismo moderno. Ogni dialogo chiarisce molte cose della vita e del carattere dei personaggi e se in un primo momento abbiamo una certa impressione su di loro, con il passare dei minuti abbiamo il modo di inquadrarli meglio: è un cinema di caratteri, di modi di pensare, di mondi da vivere, in cui però, e per fortuna, possiamo vedere che quasi tutti migliorano, come i loro rapporti: André con Aurore, Aurore con il padre, Bertina con tutti (perché è felice e realizzata?), Suzanne altrettanto, Martin poco, perché è già in pace con la vita sin da prima. Ma ciò che colpisce più di tutto è la qualità dei dialoghi. È un film francese e lo rispecchia in pieno la caratteristica tipica dei film parlati, ma – rilevante - mai noiosi, mai ripetitivi, mai inutili: ogni frase ha il suo peso e le sue conseguenze. Quindi, guai a non cogliere ogni sfumatura di parole e di gesti.

Il migliore di tutti è l’interprete di André, Alex Lutz, che è di una bravura eccezionale a recitare ma innanzitutto nella espressività: sa essere insopportabile perché rende bene l’idea, sa essere amabile perché si rende tale. Ma son bravi tutti, dalla ben nota Léa Drucker a Nora Hamzawi, dalla sorprendente Louise Chevillotte all’ottimo Arcadi Radeff. Eppure, il film non è affatto tutto qui.

Gli argomenti importanti davvero sono il comportamento patriarcale degli uomini, l’arte e le dinamiche che la circondano con malizia e scaltrezza manipolatoria, il potere di chi siede nelle poltrone ambite, le relazioni genitoriali (vedi i dissidi tra stagista e padre e soprattutto la volontà dell’anziana riccastra che vuole vendere un Degas per non lasciarlo in eredità alla figlia), l’umiliazione inferta al più debole, l’arrivismo. E il denaro. Per fortuna c’è qualcuno che ha innata in sé la forza di capire che il denaro non è tutto e che non deve diventare il falso scopo della vita, come accade al buon Martin. Non è necessario che l’ottimo Pascal Bonitzer usi il film come un manganello, preferendo, invece, con stile accattivante, l’arte dell’ironia e della satira di costume, senza dimenticare le sventure della Storia, come quando il racconto tocca la depredazione nazista e il tono si fa inevitabilmente più grave: è la Shoah a imporsi come orizzonte etico. Il regista, però, non ne fa mai il tema centrale, ma la utilizza come connessione, una cornice morale che pesa sulle scelte dei personaggi e ne orienta i gesti.

Film con dialoghi brillanti, stile classico e narrazione incalzante, che appassiona come un vero giallo alla francese, opera di un regista che ha detto del film: “C’è sempre qualcosa di cinico e di schifoso nel mondo del denaro.” Un altro lato positivo del film è che Bonitzer alterna i toni, passando dalla commedia al dramma, come in una partitura musicale: “Ho amato questo gioco tra le trame e i personaggi principali e secondari. Ha qualcosa di musicale.”
Non conoscevo l’autore né avevo sentito parlare di questa sua opera: è stata veramente una bella sorpresa. Con attori eccellenti.










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