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Il solista (2009)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 9 gen
  • Tempo di lettura: 4 min

Il solista

(The Soloist) UK Francia USA 2009 biografia 1h57’

 

Regia: Joe Wright

Soggetto: Steve Lopez (libro)

Sceneggiatura: Susannah Grant

Fotografia: Seamus McGarvey

Montaggio: Paul Tothill

Musiche: Dario Marianelli

Scenografia: Sarah Greenwood

Costumi: Jacqueline Durran

 

Jamie Foxx: Nathaniel Ayers

Robert Downey Jr.: Steve Lopez

Catherine Keener: Mary Weston

Tom Hollander: Graham Claydon

LisaGay Hamilton: Jennifer Ayers

Nelsan Ellis: David Carter

Rachael Harris: Leslie Bloom

Stephen Root: Curt Reynolds

Lorraine Toussaint: Flo Ayers

Justin Martin: Nathaniel da bambino

Kokayi Ampah: Bernie Carpenter

 

TRAMA: Un giornalista scopre che un senzatetto è un musicista di grande talento e cerca di aiutarlo.

 

VOTO 6,5



Come si nota dalla scheda tecnica, il nome del personaggio interpretato da Robert Downey Jr. è Steve Lopez, lo stesso indicato come autore del soggetto, il libro autobiografico in cui racconta la storia che ha attirato l’attenzione di Joe Wright, regista che, tra qualche thriller e film di genere, si è spesso occupate di trasportare sullo schermo grandi romanzi (Anna Karenina, Cyrano, Espiazione, Orgoglio e pregiudizio) e opere biografiche (L’ora più buia, M - Il figlio del secolo). Alla fine degli Anni Dieci s’è letto il libro di Lopez e ha creato un buon cast per narrare la bella storia, che ha anche un aspetto sociale, dato che nella Los Angeles filmata il problema degli homeless è alquanto grave e diffuso.



Il film racconta infatti la storia vera dell’incontro tra Steve Lopez, giornalista del Los Angeles Times, e Nathaniel Ayers (Jamie Foxx), un ex prodigio della Juilliard School (rinomato conservatorio privato di arti performative di New York) affetto da schizofrenia che vive per strada a Los Angeles. E ne viene in contatto in maniera sbalorditiva scoprendo l’uomo mentre suona il violino con le due sole corde rimaste sullo strumento, rimanendone ovviamente molto colpito dal suo talento. Iniziando a scrivere articoli su di lui, attira l’attenzione dei lettori e la voce si sparge nella città, mentre lui cerca in ogni modo di aiutarlo a uscire dalla condizione di senzatetto. Prova, per esempio, ad offrirgli un appartamento, le cure necessarie per migliorare la salute, perfino offrendogli le giuste opportunità musicali, ma si scontra con la complessità della malattia mentale e con il rifiuto di Ayers verso qualsiasi forma di controllo.



La loro relazione evolve da tentativo di salvataggio a un’amicizia più autentica, in cui Lopez impara a rispettare i limiti e i bisogni di Ayers, accettando che il suo ruolo non è “aggiustarlo”, ma essergli vicino, offrendo quel bel sentimento che è l’amicizia.



È una storia, come si evidenzia, di ascolto, dignità e relazioni imperfette, più che un classico racconto di redenzione. Il film parte da una di quelle frasi che fanno tremare chi ha intenzione di scriverne: “Tratto da una storia vera”. Spesso significa lacrime facili, fatti piegati alla sceneggiatura e ricerca ossessiva del grande momento. Eppure, Joe Wright, regista giovane e già affermato con i romanzi su indicati, evita con eleganza le trappole del sentimentalismo, sostenuto da due interpretazioni straordinarie: quelle di Robert Downey Jr. e Jamie Foxx. Il primo interpreta il giornalista che, appunto, nel 2005 raccontò la storia di Nathaniel Ayers incontrato mentre suona un violino malconcio trascinando un carrello pieno di stracci. Da quegli articoli nascerà il libro The Soloist: A Lost Dream, an Unlikely Friendship, and the Redemptive Power of Music.



Il film sfiora a tratti il rischio del didascalico - soprattutto quando affronta il tema dell’attivismo sociale o tenta di visualizzare il caos mentale di Ayers - ma Wright è più interessato a raccontare la disfunzione del mondo moderno che a costruire un melodramma edificante. C’è una scena, minuscola ma rivelatrice (quelle che attirano sempre la mia attenzione), in cui Lopez ascolta lo sfogo sconnesso di una donna senzatetto: è lì che il film trova la sua verità. La bravura e l’intensità drammatica dell’ottimo Jamie Foxx non addolcisce mai il ritratto della malattia: il suo Ayers resta in parte inaccessibile, e proprio questa distanza diventa il cuore emotivo del film. L’altro lo accetta e nei suoi occhi si legge la resa più dolorosa e più umana e di conseguenza ne nasce un legame raro: due personaggi che non possono davvero connettersi e proprio per questo creano un rapporto particolare.



Bisogna dare merito a Joe Wright di non cercare i grandi momenti per attirare il clamore dell’opera ma preferisce le note sincere e umane, quella che restano. I due attori sono superlativi. Robert Downey Jr. è carismatico ma senza esibizionismo mediante una performance che tiene assieme tutto il racconto, un’interpretazione intensa, controllata, profondamente umana. Jamie Foxx è toccante, profondendo una trasformazione sorprendente nella malattia, dando autenticità al personaggio: una prova intensa, fisica, coraggiosa, che evita la retorica.



Storia interessante, ben recitata, con una sola pecca: Joe Wright, allora 38enne, stava ancora crescendo e maturando come cineasta e lo si nota da una certa immaturità a completare meglio il lavoro, senza nulla togliere ai pregi insiti nel suo film, senz’altro promosso.

 


 
 
 

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