Il testamento di Ann Lee (2025)
- michemar

- 55 minuti fa
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Il testamento di Ann Lee
The Testament of Ann Lee
USA UK 2025 dramma biografico 2h16’
Regia: Mona Fastvold
Sceneggiatura: Mona Fastvold, Brady Corbet
Fotografia: William Rexer
Montaggio: Sofía Subercaseaux
Musiche: Daniel Blumberg
Scenografia: Samuel Bader
Costumi: Małgorzata Karpiuk
Amanda Seyfried: Ann Lee
Lewis Pullman: William Lee
Thomasin McKenzie: Mary
Matthew Beard: James Whittaker
Christopher Abbott: Abraham Standerin
Viola Prettejohn: Nancy Lee
David Cale: John Hocknell
Stacy Martin: Jane Wardley
Scott Handy: James Wardley
Jeremy Wheeler: John Townley
Tim Blake Nelson: Reuben Wright
TRAMA: Ann Lee, la leader fondatrice del movimento Shaker, viene proclamata il Cristo femminile. Stabilisce una società utopica in cui gli Shaker pregano attraverso il canto e la danza.
VOTO 7

Mona Fastvold continua la sua esplorazione di figure storiche abitate da una fede radicale insieme al marito e complice Brady Corbet. Attraverso il ritratto ambivalente del fondatore degli Shakers, il film compone un affresco mistico e sensoriale in cui il fervore collettivo oscilla tra esaltazione spirituale e vertigini fanatiche. Dopo lo shock di The Brutalist, la coppia torna in primo piano secondo il loro regolare principio di alternanza: Mona dirige questo nuovo lungometraggio, mentre suo marito è coinvolto nella sceneggiatura. Altre volte, viceversa. Non è difficile vedere linee guida nel loro lavoro, e in particolare un’ossessione per le figure storiche, personaggi ricchi di intense esperienze personali che fondono il loro lavoro, la mitologia che costruiscono e il modo in cui modellano, sulla loro scala, le illusioni del Nuovo Mondo che sarebbe l’America. Il film segue così il destino di una donna traumatizzata dalla perdita successiva dei suoi quattro figli piccoli, e che fonda un movimento religioso radicale in cui sostiene l’astinenza. Un ritratto non privo di ambivalenza, poiché mescola ferite intime, profonda convinzione e dose abbondante di fanatismo. La regista non decide la sostanza, il film sembra ammirare tanto la forza di carattere di una donna potente quanto la discreta ansia dei principi che negano la realtà del corpo.

Storia vera ed incredibile, come tante vicende che succedono negli USA e non solo. Ann Lee (Amanda Seyfried) nasce nella Manchester del 1736 e cresce in un ambiente operaio segnato da violenza domestica e da un precoce senso di colpa legato alla sessualità. Da giovane si avvicina ai Wardley, ex quaccheri che predicano confessione pubblica, canto e danza estatici: qui trova una comunità e sposa Abraham (Christopher Abbott), ma la sua avversione per il sesso si acuisce dopo la morte dei suoi quattro figli. Le pratiche dei “Shaking Quakers” attirano l’ostilità degli abitanti e lei viene incarcerata, dove ha visioni mistiche che le rivelano l’idea che il peccato originale sia la fornicazione. I leader del gruppo la riconoscono come la figura messianica attesa e la proclamano “Mother Ann”, mentre suo fratello William (Lewis Pullman) rinuncia alla sua relazione segreta e la segue devotamente.

Perseguitati, gli Shakers lasciano l’Inghilterra e raggiungono New York, dove iniziano a fondare comunità guidati da visioni e da un rigido voto di castità. Ann affronta tradimenti, abbandoni e nuove conversioni mentre il gruppo cresce, sviluppando l’estetica e l’organizzazione che renderanno celebri gli Shakers. Arrestata durante la guerra d’indipendenza per la loro neutralità, continua a predicare finché un violento attacco da parte di una folla ostile la ferisce gravemente. William muore poco dopo, Mary (Thomasin McKenzie) perde un occhio e Ann, debilitata, si spegne a 48 anni, immaginando di ricongiungersi ai suoi figli e al fratello. Viene sepolta nella comunità ormai prospera, preludio alla futura espansione shaker fino al picco di metà Ottocento.

Come in ogni film della coppia Mona Fastvold / Brady Corbet (qui dirige lei, ma scrivono sempre a quattro mani), dietro una figura titanica, ingombrante e istrionica c’è il profilo sghembo e inquietante di una nazione intera. Così era per L’infanzia di un capo, per Vox Lux e pure per The Brutalist, del quale questo è un film gemello sulla prevaricazione sistematica degli Stati Uniti e sull’espulsione del diverso. Al centro c’è la leader degli shaker, predicatrice mistica e messianica, sostenitrice dell’astinenza sessuale ma anche e soprattutto di pacifismo e uguaglianza: quando trascina la sua congrega nel Nuovo Mondo, nei boschi di quello che diverrà lo stato di New York, è il 1774; di lì a poco gli Usa sono indipendenti, e il film, dietro l’andamento febbrile di un musical “posseduto”, inquadra bene lo scontro tra Ann Lee e la neonata nazione. La sua idea di democrazia, che apre le sue porte a tutti, compresi donne, stranieri e nativi americani, non combacia con quella di un paese che pianta le sue radici in un genocidio.

È uno di quei film che non si limitano a raccontare una storia: ti trascinano dentro un’esperienza. Mona Fastvold costruisce un’opera che vibra, pulsa, suda. Un musical che non cerca la grazia, ma l’estasi; non la melodia, ma la trance. È cinema che vuole farti perdere l’equilibrio, e ci riesce. La prima cosa che colpisce è la fisicità. Tutto è corpo: il corpo che prega, che danza, che si contorce, che si offre e si difende. Fastvold sembra voler dire che la fede non è un concetto, ma un gesto. E in questo gesto c’è qualcosa di disturbante e magnetico insieme. Le sequenze rituali, orchestrate come cerchi di energia collettiva, hanno la forza di un rave spirituale: non sono numeri musicali, sono stati di coscienza.

Al centro, Amanda Seyfried. Qui non è più la ragazza luminosa dei musical pop né la presenza fragile dei suoi ruoli più drammatici. È una figura che brucia dall’interno, una donna che sembra sempre sul punto di crollare o di ascendere. Il film la osserva come si osserva un fenomeno naturale: con timore, con attrazione, con la sensazione che qualcosa stia per accadere. La sua interpretazione è fatta di contraddizioni: dura e vulnerabile, mistica e terrena, autorevole e ferita. È la chiave emotiva del film, e lo tiene insieme anche quando la messa in scena rischia di esplodere. Fastvold e Corbet lavorano come se il cinema fosse un rito antico: immagini grandi, quasi megalomani, che cercano l’assoluto più che la misura. A volte questa ambizione sfiora l’eccesso, ma è proprio lì che il film trova la sua identità. Non vuole essere e non è un vero e classico biopic, né una ricostruzione storica: vuole rappresentare e narrare un’esperienza di fede, o almeno la fotografia di ciò che la fede può fare a un gruppo di persone.
È un film che divide, inevitabilmente. Chi cerca ordine, troverà caos. Chi cerca una narrazione lineare, troverà un vortice. Ma chi cerca un cinema che rischia, che non ha paura di essere scomodo, che usa il musical come arma e non come ornamento, troverà qualcosa di raro: un’opera che non chiede di essere capita, ma sentita. La danza e la musica sono parte integrante ed importante perché aumentano il tasso di passione e sacralità, di fede cieca e fervore, quasi di un “possedimento” corporale e mentale, in maniera totale. Infatti, il film, girato interamente in 35 millimetri, racconta da vicino la fede della instancabile protagonista Mother Ann, come viene ricordata Ann Lee, e dei suoi seguaci in danze e canti energici come forme accorate di espiazione del peccato. Come spiega la regista la danza ricopre un ruolo centrale nel racconto e assume una connotazione “sensuale”. “Se crei una comunità e una religione nella quale bandisci il sesso, credo che devi trovare un qualche sfogo. La loro danza era adorazione, così tattile, libera e selvaggia, e di questo venivano anche accusati. Quindi ho pensato che fosse importante portare quel tipo di sensualità e senso di sollievo che era quasi come una sensualità orgasmica di gruppo senza sesso”. Inoltre, per comporre le numerose canzoni, il compositore Daniel Blumberg si è ispirato ai veri inni tradizionali degli Shakers: la musica segue l’evoluzione della donna e della sua comunità. “Dalle prime preghiere, quasi un tentativo grezzo di interagire con l’essere superiore, fino a una dimensione più strutturata della loro organizzazione, così mi sono spostato anch’io verso un linguaggio più articolato”, spiega il musicista.
Amanda Seyfried pare dimagrita e forse ciò la rende ancora più credibile. I personaggi sono tanti ma lei resta il perno su cui gira l’intera opera, che è lunga e tortuosa: ci vuole pazienza e attenzione, anche perché il film non è breve, ma rientra perfettamente nei parametri della coppia autrice, proprio come si era potuto notare nei film precedenti di entrambi. Un fatto è certo: ha diviso le opinioni e gli stessi critici si sono espressi in modo molto diversificato, dando voti alti e insufficienza imbarazzanti. Per rendersene conto bisogna solo vederlo, e con pazienza. Ma a prescindere da tutte le considerazioni che si possono fare, indiscutibilmente è fantastica la messa in scena, che mira a essere in sintonia con un movimento che si basa soprattutto sull’esperienza collettiva, in una reinterpretazione piuttosto rinvigorente del musical, dove i passaggi coreografati non hanno nulla a che fare con l’apoteosi sublimata della tradizione hollywoodiana. La disciplina dei movimenti, la loro stessa brutalità, stabilisce un ritmo che prende il controllo delle convulsioni e dà origine a scene affascinanti tanto cerimoniali quanto armonizzazione delle isterie collettive. La superba fotografia, molto pittorica, riproduce interni del XVIII secolo ed è in sintonia con un mondo austero in cui la grazia sembra venire solo dalla fede. Quindi, in definitiva, la qualità c’è, bisogna coglierla. E ho impiegato tempo per assorbire e scrivere, non è facile. È un film faticoso, persino estenuante per la sua durata.
Non si può, però, evitare di parlare di femminismo. “È molto interessante parlare di una leadership femminile in questo momento e per me personalmente era importante provare a realizzare un film, un’opera d’arte come questa in un mondo che è molto dominato degli uomini”: così Fastvold, presentando il film alla Mostra di Venezia. Netto è il giudizio della cineasta norvegese sulla figura di Ann Lee. “Non sono d’accordo con alcune delle sue idee ma il modo in cui esercitava la sua leadership sugli altri e si prendeva cura di tutti era basato sulla gentilezza, sull’empatia. Voleva creare un luogo dove tutti potessero essere uguali, donne, uomini e bambini, e soprattutto la tutela dei più piccoli è un elemento di cui è particolarmente importante parlare oggi.” Non è poco né secondario per la visione dell’opera. Per Amanda Seyfried, candidata alla Coppa Volpi come miglior attrice (e anche al Golden Globe), Ann Lee “era una donna che ha vissuto moltissime esperienze dolorose ma che è riuscita a superarle con questa profonda devozione nei confronti di Dio, trovando il suo posto nel mondo”.

Riconoscimenti
Golden Globe 2026
Candidatura migliore attrice in un film commedia o musicale ad Amanda Seyfried


















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