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Il vigile (1960)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 26 mar
  • Tempo di lettura: 4 min

Il vigile

Italia 1960 commedia 1h44’

 

Regia: Luigi Zampa

Sceneggiatura: Ugo Guerra, Rodolfo Sonego, Luigi Zampa

Fotografia: Leonida Barboni

Montaggio: Otello Colangeli

Musiche: Piero Umiliani

Scenografia: Flavio Mogherini

Costumi: Vera Marzot

 

Alberto Sordi: Otello Celletti

Vittorio De Sica: il sindaco

Marisa Merlini: Amalia Rospignoli

Nando Bruno: Nando

Carlo Pisacane: padre di Otello

Mara Berni: Luisa

Lia Zoppelli: moglie del sindaco

Franco Di Trocchio: Remo

Vincenzo Talarico: avvocato

Nerio Bernardi: monsignor Olivieri

Fausto Guerzoni: pretore

Nello Ascoli: Mandolesi

Riccardo Garrone: tenente

Rosita Pisano: Lisa

Mario Passante: commendator Marinetti

Lili Cerasoli: contessina

Mario Scaccia: avvocato

Piera Arico: Assuntina Celletti

Sylva Koscina:  stessa

Mario Riva:  stesso

 

TRAMA: Otello Colletti riesce a farsi assumere come pizzardone, ma combina guai uno dopo l’altro, sia quando soprassiede, sia quando decide di essere severo e fiscale. Applica rigorosamente il codice della strada perfino nei confronti del sindaco e finisce col ricevere reprimende anziché elogi.

 

VOTO 6,5

 

 

Ogni riferimento a fatti realmente accaduti è puramente casuale. Quante volte leggiamo questo – come si usa oggi con un termine anglosassone che chiarisce la posizione dei produttori – disclaimer all’inizio o alla fine dei film? Fu necessario anche per la pellicola di Luigi Zampa perché in effetti il soggetto di Rodolfo Sonego riprendeva una vicenda realmente accaduta e riportata sulla stampa dell’epoca.

 

 

Come si può leggere nel web, la trama prende spunto da un fatto di cronaca accaduto nel luglio del 1959, cioè l'episodio del vigile Ignazio Melone che si permise di multare per un sorpasso vietato l'allora questore di Roma Carmelo Marzano. Quest'ultimo si risentì ed si indignò alquanto per non essere stato riconosciuto e quindi agevolato dal vigile, al quale arrivò perfino a contestare la stessa validità della contravvenzione, asserendo che la sua manovra, a prescindere dalla presenza del cartello segnaletico, non costituisse affatto un pericolo. Il mensile Quattroruote fece pure un servizio con foto e didascalie per ricostruire la vicenda.

 

 

Se questa storia paradossale la mettiamo nelle mani di uno dei registi che seppero passare dal neorealismo alla commedia all’italiana, Luigi Zampa, cineasta capace di unire satira politica, osservazione sociale e gusto narrativo popolare ma mai banale, ecco che ne scaturisce un film divertente, ancor più se il personaggio del vigile è interpretato da Alberto Sordi (quando compare la prima volta vestito in divisa è esilarante). Successo assicurato, anche perché si metteva alla berlina la prepotenza dei funzionari di stato e dei politici.

 

 

Il film racconta la storia, infatti, di Otello Celletti, reduce di guerra e disoccupato cronico che vive a Viterbo con un misto di frustrazione e ambizione repressa. Grazie a un favore involontario - suo figlio salva il figlio di un assessore - e alla sua ostinazione, riesce finalmente a farsi assumere come vigile motociclista. La divisa gli dà un senso di importanza che sfocia presto in piccoli abusi di potere e rivalse personali. La svolta arriva quando soccorre Sylva Koscina, in panne con l’auto: Otello, lusingato, chiude un occhio sui documenti mancanti. L’attrice racconta l’episodio in TV, scatenando l’ira del sindaco (l’ineguagliabile Vittorio De Sica) che richiama Otello per non aver fatto il proprio dovere. Umiliato, il Nostro decide di diventare inflessibile. Quando sorprende lo stesso sindaco a correre troppo, lo multa convinto che sia una prova di integrità. Non lo è: il sindaco, compromesso anche sul piano privato, lo punisce trasferendolo al canile municipale.

 

 

La vicenda diventa un caso politico: i monarchici trasformano Otello in un simbolo di onestà e lo candidano alle elezioni. Ma al processo, sotto minaccia di rivelazioni sulla sua famiglia, Otello è costretto a ritrattare tutto. Reintegrato, impara la lezione: l’inflessibilità va dosata. Nel finale, vede di nuovo l’auto del sindaco sfrecciare verso la “curva della morte”. Questa volta non interviene. L’auto precipita, il sindaco sopravvive, e Otello lo scorta in ambulanza, ritrovando un equilibrio cinico ma funzionale al sistema.

 

 

È considerato ancora oggi una pietra miliare della commedia all’italiana, con un equilibrio tra umorismo e critica sociale, mettendo in luce temi come disparità di potere e corruzione, ma si conclude con un tocco di giustizia, almeno morale. La performance di Alberto Sordi nel ruolo di Otello è comicissima anche, come ben sappiamo, per la sua capacità di incarnare l’italiano medio in modo accattivante e ironico. Come spesso sono stati i suoi celebri personaggi, d’altronde.

 

 

L’Italia dei benpensanti e ipocrita di quel tempo censurò due scene: quella dello scambio di battute tra la moglie del vigile e il figlio (“Ma è un'ingiustizia!” “Meglio che ti ci abitui da piccolo alle ingiustizie perché da grande non ti ci abitui più”) e quella in cui l'amante del sindaco sta telefonando in abiti succinti e distesa su di un letto, in quanto ritenute offensive della morale. Scene poi reintegrate in sede di restauro. Ah, l’Italietta d’una volta!

Papà, me pari un marziano!

 


 
 
 

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